Sic!

   "posto tra parentesi dopo una parola o frase assicura che è scritto proprio così nell'originale, rilevando l'Errore o la Stranezza"

 



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Distorsioni a quattro mani
about
Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
sound
"Strade", Subsonica
"Zeta reticoli", Meganoidi
"I've got you under my skin", F.Sinatra
"Bring me to life", Evanescence
"L'uomo più furbo del mondo", M.Gazzè
"The end", Linkin' Park
"Scar Tissue", Red hot chili peppers
"Jesus to a child", G. Michael
"The drugs don't work", B. Harper
"High speed", Coldplay
"Goodnight lovers", Depeche Mode
"Angel", Aerosmith
"I want to break free", Queen
"Wake me up when september ends", Green Day
"Incantevole", Subsonica
"Like a stone", Audioslave
"Ogni mio istante", Negramaro
"Pure morning", Placebo
"Dentro qui", P.Laquidara
"Walk on by", D.Warwick
"Salvo", Neffa
"Una luce", Pacifico
"Fragile", Sting
"Somebody told me", The Killers
"You look so fine", Garbage
"Casa Lumière", S.Cammariere
"Ad occhi chiusi", La Crus feat. C.Donà
"I miss you", Incubus
"Sing for absolution", Muse
"Uomo contorto", Cinemavolta
"Concepts", Terranova
"Close to you", Chimera
"Cubicle", Rinocerose
"Again", Archive
visioni
"La venticinquesima ora", S. Lee
"La leggenda del pianista sull'Oceano", G. Tornatore
"Casablanca", M. Curtiz
"Moulin Rouge", B.Luhrmann
"Tutto può succedere", N. Meyers
"Amleto", F.Zeffirelli
"Batman", T.Burton
"L'uomo senza volto", M.Gibson
"The man who cried", S.Potter
"Matrix", A. e L. Wachowsy
"Nicotina", H.Rodriguez
"Molto rumore per nulla", K. Branagh
"Se mi lasci ti cancello", M.Gondry
"Speed", J. de Bont
"Luce dei miei occhi", G.Piccioni
"I soliti sospetti", B.Singer
"Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera", Kim Ki Duk
"Sideways", A.Payne
"Braveheart", M.Gibson
"Lemony Snicket- Una serie di sfortunati eventi", B.Silberling
"Gli intoccabili", B.De Palma
"I heart huckabees", D.Russell
"Good night and good luck", G.Clooney
"La cura del gorilla", C.A.Sigon
"Reinas, M.Gomez Pereira
"The prestige", C.Nolan
carta
"Novecento",A.Baricco
"L'idiota", F.Dostoevskij
"Il profumo", P.Suskind
"L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez
"Cassandra", C.Wolf
"Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes
"L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera
"Il mito di Sisifo", A.Camus
"Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda
"City", A.Baricco
"Narciso e Boccadoro", H.Hesse
"L'onorevole scolaro", J.Le Carrè
"Il principe felice",O.Wilde
"Il giardino segreto", F.H.Burnett
"Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado
"Sostiene Pereira", A.Tabucchi
"Il maestro e Margherita", M.Bulgakov
"L'arte di viaggiare", A. De Bottom
"Il segreto di Luca", I.Silone
"E' stata una vertigine", M.Maggiani
"Questa storia", A.Baricco
"Fahrenheit 451", R.Bradbury
"The prestige", C.Priest
"Il pendolo di Foucault", U.Eco
"I segreti di Londra", C.Augias
sul comodino

"The Shakespeare secret", J.L. Carrell
"Memoria delle mie puttane tristi", G. Garcia Marquez
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venerdì, 06 novembre 2009
 

Riprendere Berlino

Vado a riprendere Berlino. Ho bisogno del suo nitore.  Che probabilmente sarà impiastricciato di marciapiedi scivolosi per la pioggia e di gente. Sotto la pioggia.

Soffio aria dentro l’aspettativa di una catarsi, fino a farle raggiungere la speranza di una sorta di iperuranio: il cielo sopra Berlino e oltre. Inutile cercarlo dentro i libri, tanto ne esce spezzettato come le macerie perenni di questa città. Torno a Berlino perché ho avuto ragione sul suo inesprimibile spirito di rinnovamento autentico e autistico e i fatti mi cosano al riguardo e i libri pure. Solo che ora voglio capirci qualcosa di più, sia chiaro. Lo pretendo, altrimenti non si spiega questa seconda andata a Berlino. Non mi accontento di un racconto qualsiasi, in cui a sprazzi e bocconi mi si imbandiscono tristure pre-muro, malinconie post-muro e non puoi dirmi di riempire quel foglio bianco che è Berlino con un dettato di  cose da fare vedere dire baciare lettera testamento. Dice: ma la città invece è già satura di storie. Sì, ma – dico – in una piazza blanda di tutto come Alexanderplatz avrò ben il diritto di ficcarci tutto quello che mi passa per la testa.

Dentro Berlino, nei suoi spazi di cemento e vetro, può starci tutta l’anarchia, sulla tela di un posto connotato del più celebre manicheismo che la storia moderna ricordi: o di qua o di là, o rosso o nero, e così via di bivi simili.

Firmo un assegno in bianco a questa città e sinceramente non mi importa che cifre, che valore darà ai prossimi giorni che trascorrerò a casa sua. Di sicuro ne caverò qualcosa che vale, buono o cattivo che sia.


Il libro che mi ha provocato questo sfogo cutaneo è “Berlin” di Eraldo Affinati. E la recensione la trovate qui (sì, alla fine l’ho fatto).



lunedì, 13 luglio 2009
 

Morire una notte a Roma

NOW PLAYING: mode off




Spettacolo teatrale "Giulio Cesare" di W.Shakespeare al foro, Roma, rassegna "Passaggi segreti"


Per un attimo credo di averlo visto. L’ombra, anzi l’aura di Giulio Cesare, profusa dalle shakespeariane parole recitate tra le rovine del foro romano, luogo che fu teatro della morte del tiranno. E che teatro è diventato, coperto solo di un cielo a brandelli di nuvole, un cielo profetico, carico d’indifferenza e senso.



A fare da quinte all’azione, un percorso sonoro che lo spettatore/spett-attore cammina sin dai primi passi sul selciato antico, scendendo giù per una scala ripida dentro una storia che i suoni già anticipano epica.



Per proscenio le sconnessure tra le pietre semisepolte e avvinghiate da erbacce e dislivelli e colonne tanto vere da sembrare false, di polistirolo.



La storia la raccontano senza fatica le parole di Shakespeare, ed è un compito più facile per il Bardo stavolta, perché non c’è il sublime tragico da costruire con maestria: la Storia ha fatto tutto lei per davvero, c’è scritto anche sui libri di scuola.



Eppure la magia di immaginare le parole che allora si dissero, non si scioglie o slega, è un incantesimo eterno.



Accanto al talento di Cesare, Bruto, Cassio e Porzia, i resti di Roma recitano una sceneggiatura scritta apposta per loro: così il vento muove le tuniche bianche alle idi di marzo, gabbiani alti girano lenti sul foro, come a confermare gli oscuri presagi ed i misteriosi e tremendi auspici. Per non parlare dell’erba che si impervica tra le pietre squadrate, addolcendole con qualche fiore viola, forse come faceva già allora, quando tutto accadde. Accadde e ora accade che il volto tirato di Bruto cambi luce, nel momento in cui uno scorcio di altare della patria biancheggia sbucando dal buio, come irretito tra i rami di un albero più in primo piano: come mani i rami su quel biancore, nel momento stesso in cui, nella terribile notte che precede l’assassinio, Bruto decide infine di prendere parte alla congiura, e la sua bianca onestà è travalicata dai rami di un amore per la giustizia e la città che troppo impediscono l’apparire del vero.



Così si compie la morte di Cesare e nel corteo funebre, la fila di spettatori si snoda su un sentiero stretto, assumendo la stessa andatura dondolante e dolente di quando si va ad un funerale vero. E’ lunga la strada di questa triste marcia tra le macerie e sotto la luna. Il corpo di chi guarda, per il solo fatto di spostarsi in relazione ai movimenti, ai luoghi, agli altrove dei personaggi, diventa parte di ciò che accade ed è reale perché straborda fuori dalla scena. Così sembra normale, poi volersi trovare seduti di fronte al poeta-oracolo e alla popolana, figure liminari che sono dentro e fuori dagli eventi, sono motore dell’azione e coro comunitario e collettivo, voce narrante e personificazione emozionale del pubblico, in un processo oscillatorio tra il distacco che la parola recitata porta con sé e la totale assenza di sorpresa quando lei, ad ampi gesti delle braccia, col busto, i passi, lo sguardo tesi in avanti ad incanalare la platea, dice “eamus”, andiamo, e gli spettatori si muovono con lei e in funzione di lei tra le rovine, verso la prossima scena.



E’ un’esperienza unica, poeticamente diversa da come ci si aspetta: meno decadente e romantica, più civile e vissuta, attuale e fissata nel tempo, non sui libri di storia stavolta, ma da parole e pietre immortali e belle.


sabato, 27 giugno 2009
 










Come potete vedere dal teaser qui sopra, sono in arrivo un bel po' di novità che spero vi piacciano. 

Senza contare che, quest'anno, si brinderà all'ormai prossimo compleanno di Sic! alzando calici veri...

grazie al graditissimo invito dell'enoteca "L'acino che vola" che, martedì 30 giugno, alle ore 21, dedicherà una serata ai blog.

Non so ancora che cosa racconterò ai presenti di questo salotto che ritengo un'esperienza fantastica, ma qualcosa mi inventerò, promesso.

Dunque, se qualcuno è interessato all'iniziativa ed è di passaggio nella capitale (a via G. Rappini 23 c, zona Portuense/Forlanini) è il benvenuto.

Per il resto...godetevi le novità su Curva Ottica.



mercoledì, 15 aprile 2009
 

Il punto




NOW PLAYING: Cousteau, "Talking to myself"




Cara Noe,



oggi vado a fare un viaggio e ti porto lontano, lontano con la scrittura, con le dita-segno che tracciano il percorso dei pensieri svelti a correr via, troppo sbaffati, sfumati a dire il vero, fumati mille e mille volte dentro il filtro di una cara vecchia sigaretta immaginaria.



Stai, col bianco in testa come prima di una ripresa, 5a ripresa di un match infinito, finito chissà dove, a rimbalzare sulle corde e giù con mossa da wrestler, falso dolore, falsa studiata violenza di una violenza sceneggiata che serve a sbatter fuori qualche chilo di troppo, qualche sì di troppo, qualche no di troppo, troppe poche ore di sonno o troppe e basta per non vedere e dormire solo. Dormire soli, sì, ma con un ingombro onirico superiore a quello dei pensieri stoccati in massa in una memoria da estendere all'infinito. Quei sogni sotto le coperte non c'entrano e hanno ormai una testa grande per entrarci tutti comodi sul cuscino, li butteresti fuori a crescere in un letto da grandi eppure stanno lì come i fratelli quando si era poveri, tutti nello stesso lettuccio gramo e zeppato di teste e piedi e risolini e sonni finalmente.



Staresti come una scossa elettrica che scarica a terra, a macinare l'asfalto coi calcagni che ci sbattono e si consumano e va bene perchè tutto il mondo ti scorre più veloce accanto ma non è come dal finestrino d'un treno dei tanti che prendi, è più chiaro nel suo insieme, nette le differenze e in fin dei conti neanche importa.



Staresti, Dio solo sa quanto, lontano. Dove lontano non è un punto preciso, un riferimento, una strada, una casa, una chiesa, un vecchio portone o i gradini di qualche mondo che puoi trovare su una qualche cartina. In un posto, staresti, dove la testa poggia tranquilla e curiosa sul comodino accanto al letto, il corpo è solo una linea tracciata a carboncino su un foglio bianco, abbandonato ad un'onda solo immaginata e per questo più leggera a cullarti tutti i pensieri fuori fuoco, che non vedi e non t'importa.



Staresti dove non t'importa. Dove c'è vento e le foglie degli alberi spuntate fuori tutte in un week end, dove le colline sono le curve verso la cucitura centrale di un libro spalancato a pagina 20 o forse più 70, che sta aperto meglio, dove una strada di notte non ti fa affatto paura, la conosci e la cammini trotterellandone i bordi, le crepe, le sgualciture e punteggiando le case e i cancelli, i gatti e le auto parcheggiate.



Staresti zitta, Dio solo sa quanto, senza dire niente neanche a lui, a Dio, che di parole è l'unico che non ha bisogno. Staresti zitta, per poter dire - in potenza - di parlare ogni lingua, di poter dire ogni colore, senso, insensibilità, neve.



Stai, a guardarti le mani che prima o poi si fermeranno su un punto di questo sinistro, storto, sereno, serale inganno, aggrovigliato gomitolo di nonsense che hai ticchettato fin qui. Stai a guardarti le dita che prima o poi si fermeranno su un punto. Punto.



martedì, 03 febbraio 2009
 

Funzioni primarie




 NOW PLAYING: Pacifico feat. Gianna Nannini, "Tu che sei parte di me"



A te

che sei parte di me

e lasci fuochi

piccole tracce

per riportarmi a casa


A te

che sei parte di me

ultima luce,

ultima insegna accesa





La quinta stagione, secondo la medicina tradizionale cinese, è un tempo operoso in cui spirito e corpo si preparano ad affrontare un periodo di difficoltà. Qui, dentro il mio corpo, la bufera è già passata, arrivata improvvisa. Eppure quella quinta stagione me la sento addosso, mentre la carne si rinforza, si ricostruisce un po’ più vuota di peso e un po’ più pesa di istintive nere pozze paure.

Ma ho imparato, sì. In pochi giorni, in poche ore, ho dovuto imparare il mio corpo, tutta quella sua impazzita pressante presenza, in me che di solito gli do in pasto qualche pillola per farlo stare zitto e non infastidire il pensiero, sempre occupato altrove, distratto dalla vita di fuori.

Ci ho dovuto fare i conti con tutte le ossa, le vene, i muscoli, la pelle, la bocca, lo stomaco, la pancia, gli occhi. Ho dovuto chiamarli tutti all’appello e riconoscerne il senso e nello stesso identico istante abdicare al mio corpo intero, andare via da ogni angolo di me, abbandonare il campo ad altre mani che non le mie, per lasciare morta ogni parte a tutto quel sondare, bucare, tastare.

Eppure, in questa eutanasia da viva, c’era qualcosa che mi teneva a galla.

Era lei, come se la vedessi per la prima volta. Lei, l’unica in grado di commuovermi e dalla quale non mi faccio commuovere mai. Lei che no, non mi ha generato a vita dalla sua pancia, ma nella sua testa e nel suo cuore sì. E’ stato doloroso avere coscienza di non poter fare da sola le cose di sempre, di non avere il controllo. Molto doloroso. Eppure in quel dolore fiorivano le sue parole, “beh, ti vestivo quando eri piccola, posso farlo anche ora”, pronunciate col tono perentorio he ha sempre quando deve insegnarmi qualcosa, da tutta la mia vita. Non mi scendevano neanche le lacrime, perché in tutto il mio corpo non c’era neanche una goccia d’acqua, ma dentro ho sentito quelle parole come sale per la terra di tutte le emozioni che attraverso lei, la sua pelle, i suoi sguardi, ho imparato a vivere. Essere ormai adulta e tornare ad aver bisogno delle sue mani, che mi tenevano in piedi o tagliavano la carne nel piatto, tornare a quei primordi in cui tutto dipende da lei che ti nutre e non ti fa cadere è stato come nascere davvero dalla sua pancia. Così mia madre mi ha insegnato il legame unico nell’universo tra una madre e suo figlio, quello che la fa correre da te e con cieca dedizione, oltre le sue forze di donna matura, con una bastardaggine testarda e sfrontata la fa accanire a rimetterti in piedi ancora e ancora. E’ lei, l’unico essere al mondo che sa piangere la mia assenza e allo stesso modo il mio ritorno, l’unica cui abbandonarsi mi sia davvero concesso, fosse solo per un istante con la testa appoggiata alla sua senza una parola. Guarirò di questa intimità improvvisa, donata. Perché sono fatta così e ricomincerò a vedere tutte le distanze che ci legano, mi riempirò di nuovo la testa di tutti quei “io sono così diversa da lei” e “in questa cosa le assomiglio proprio”, che sono poi le strade che un adulto ha per costruirsi nel mondo diverso e uguale da quel punto d’origine. Ma il mio corpo, la parte più fonda di me, non dimentica questa lezione. E impara e custodisce e coltiva ogni goccia di questa minuscola rinascita.




(lassù: Arianna Ruffinengo, "Amaru". Vi consiglio caldamente di dare un'occhiata ai bei lavori di questa artista. Li trovate qui).



giovedì, 25 dicembre 2008
 

Noe vs Noe



NOW PLAYING: Ivano Fossati, "C'è tempo"



Io vi aspetto come di consueto sempre di notte, sempre sottovoce, un modo per capire, per capirsi e forse anche per capirci, quando un giorno vista l'ora è appena finito e un nuovo giorno è appena iniziato.


 


Noe - E dunque…


Noe - Eh…


Noe - Siamo qui


Noe - Incredibile vero?


Noe - Già...è passato un altro anno. E tu sei qui per rispettare le tradizioni.


Noe - Solo le mie, s’intende. Quelle che vogliono che io posti la notte del mio compleanno.


Noe - Combinato qualcosa di buono quest’anno?


Noe - Beh, direi di sì….ho viaggiato tanto.


Noe - Come se marciassi sul posto: torni sempre negli stessi luoghi.


Noe - Vero. Avevo dei conti in sospeso con Londra, sono andata fin là di nuovo per capire che quello non è il mio posto, ma che posso prenderne il buono comunque. Poi Barcellona, per sentirmi a casa nel mondo e cullarmi con la cromoterapia dei suoi toni sinceri.


Noe - Perché parli sempre in modo così involuto, inutile e faticoso?


Noe - Scrivo così, parlo in un modo che la gente sgrana gli occhi a causa del mio accento misto romano/fiorentino.


Noe - Non ti facevo così spregiudicata.


Noe - Come no! Stasera, per la prima volta nella mia vita, ho attivato la funzione random sul mio ipod...non sai che sta venendo fuori!


Noe - Siamo seri. Almeno sul lavoro hai fatto qualcosa di buono?


Noe - Amo un po’ di più il non-lavoro della mia vita. E mi sento più a mio agio dentro un tailleur, sui tacchi, su un sorriso, dentro una sala riunioni, che ad una festa.


Noe -  Allora sono fiera di te: ti sei indurita un po’.


Noe - Frottole. Ho imparato a camminare al fianco di certi miei dolori, li sto a sentire perché parlano di me come non avrei pensato mai.


Noe - Che sentimentalona.


Noe - Ho solo iniziato a capire le strade che le mie emozioni percorrono e non le ho perse di vista.


Noe - Un giochino pericoloso.


Noe - Vero. E’ la stessa ebbrezza della guida…devi studiarti bene le curve, poi decidi se assecondarle o tagliarle e quell’attimo di terrore di uscire fuori strada, mischiato al sospetto che in realtà stai andando bene, non ha prezzo.


Noe – Sei diventata vanitosa.


Noe - Adesso non esageriamo. Solo perché ho iniziato ad andare dall’estetista (le mie sopracciglia ringraziano sentitamente), ho ammesso apertamente di avere una dipendenza da acquisto di scarpe, cambio lo smalto sulle unghie un giorno sì e uno no, ho fatto un inutile servizio fotografico e al matrimonio di mio fratello sembravo una diva del cinema?


Noe - Qualcuno ha detto che somigliavi a Daniela Santanchè.


Noe - Mi stai suggerendo di fondare un partito?


Noe - Peste ti colga, se ti viene in mente una cosa del genere. E poi è tardi ormai, tu sei nata vecchia.


Noe - Allora lo vedi che sono perfetta per entrare in politica? E comunque sto ringiovanendo.


Noe - Non ti viene il dubbio che in realtà tu stia correndo dritta dritta tra le braccia di un’incoscienza dettata da demenza senile?


Noe -… Cavolo, mi sono appena resa conto che quest’anno praticamente non sono mai andata a ballare…


Noe - Ma dove hai la testa? Ti ho beccato un sacco di volte a cantare, quest’anno. A piangere. A ridere, a respirare.


Noe - E’ quello che fa ogni essere umano.


Noe - Infatti. Tu no.


Noe - Beh, l’hai detto anche tu. Sto invecchiando. Le carte che ho in mano, le gioco ora o mai più.


Noe - Ti prego, non dirmi che sei diventata anche ottimista, sarebbe un dolore troppo grande.


Noe - Tranquilla. Sono ancora profondamente convinta che l’ottimismo non stoni giusto su un paio di persone sulla faccia della terra. Però, ecco, diciamo che ho voglia di stare a vedere come va a finire.


Noe - Senti, sei cambiata, non ti riconosco più, ti sento lontana. Tra noi è finita.


Noe - Questo lo credi tu. E va bene così. Però posso suggerire una chiusa un po’ più ad effetto?


Noe - Almeno su questo siamo d’accordo.


Noe - Si faccia una domanda e si dia una risposta.


Noe – Noe…


Noe – Sì?


Noe – Pacatamente, serenamente…vattene a dormire.


 


Sipario. (ma non era Sottovoce, con Marzullo?)



in copertina: Pablo Picasso, "Due donne che corrono lungo la spiaggia"



giovedì, 18 dicembre 2008
 

Sul bordo dell'eternità

NOW PLAYING: "L'appuntamento", Ornella Vanoni feat. Carmen Consoli







La montagna dentro questo schermo non ci può entrare. Ed entra a malapena nelle parole, alla fine è come cucirgli addosso un vestito sempre troppo corto: tira sempre da qualche parte.



Quando ho visto la montagna, le montagne, ho capito che prima di allora non ne avevo viste mai.



Non avevo visto gli orli rossi di pietra contro l’azzurro di una sera sempre precoce, incastonata dentro un freddo boia, un boia che uccide brucia e rade a zero tutto il bagaglio di casini che mi porto sempre dietro, ci sono affezionata, si sa.



Ho colto sapori preziosi di spezie, rotolato vino sulla lingua annusato l’aria ogni volta che potevo, tracciando una mappa di quell’aria carica di alberi e terra e vertigine tutto intorno a me. Ho dondolato negli occhi le immagini di un lago fatto un po’ a otto, almeno nella mia testa. E sulla punta dell’otto c’era un castello e una vecchia centrale elettrica e sopra scivolavano avanti e indietro tra i canneti tutte le favole che nel mondo si possano raccontare e tutte le poesie di una certa bellezza. Poi ho visto un altro lago e quella era proprio una scena da non perdersi. In vita mia, gironzolando qua e là, guardando luoghi infiniti e belli mi ero fatta un’immagine abbastanza precisa di come sarà, poi, il paradiso. Lì, su quel lago grande enorme liscio quieto contenuto e accoccolato, ma senza arrendevolezza, tra le braccia delle sue montagne appuntite di bianco, ho realizzato che nel paradiso che ho cartografato per anni non ho messo questo e che questo da qualche parte ci deve stare per forza, sennò è peccato.



Qui posso santificare la domenica andando tra i suoi miracoli: la coscia sinuosa e infame del monte da salire per coglierne il sole, le cime più alte dei cipressi e le reti che raccattano quel che vien giù dagli ulivi e le foglie delle agavi conche di un sud che non indovinavi qui dure e morbide nelle linee di colore e nel loro puntare le braccia decise verso le cime più in là.



Qui suona l'eternità e non è un caso se chiedo se è tutto vero, perché nei passi, scorci e arie la sensazione di aver visto e vissuto e percorso molto di tutto questo nei miei sogni non mi abbandona mai e sono certa che qui ci sono stata, qui sono stata felice, qui ho avuto paura. Forse per alleviare la luce di questo ricorrente ricordo onirico inesistente pressante vitale e troppo bizzarro per non inquietarmi almeno un po’, mi rifugio col naso contro il finestrino dell’auto, dentro la notte, su una strada guidata forte e assecondata da suoni retrò che danzano leggeri e riempiono ogni angolo della mia testa, ogni curva del mio essere tutto ricompreso in quel che vedo.



Vedo montagne crude, snudate d'alberi, infiochite di luna alta che non le tocca quasi, pallida. Come scene di cartone spesso, che finiscono a picco in mezzo alla notte richiarata e ricominciano a breve a vetta. E cerco di farmi entrare negli occhi tutto l'immenso possibile, tutto quello che c'entra, tutto quello che c'è di cielo di luna di stelle così chiare mai mai mai. Di giorno è un seguirsi di dejavu e la notte invece sto sveglia, aperte le porte dei miei occhi ad una voce che canta, si impasta e si straccia su punte alte ma finite, che le riesco a vedere. Anche se ad arrivarci con lo sguardo, lassù in cima, ce la faccio solo spingendo alti i pensieri rarefatti e fuori fuoco, ma così aguzzi e grandi per tutta l'ampiezza dei monti su cui poggiano.



Mi perdo un po’, si slacciano i fili dei nessi logici e riacchiappare il senso di certa bellezza è complicato in mezzo a tanta smisurata, assertiva presenza. Mi sento stranamente a mio agio con questo smarrimento assoluto. Mi aggrappo solo alla linea che segna il fine tra la montagna e tutte le stelle possibili. Poi lascio sgorgare via la strada, la musica, la malinconia che viene da un’eternità così evidente. Lascio correre, mi lascio perdermi, andare in tutti gli angoli di mondo, di cose che saranno e che erano, senza paura, serena di questa inequivocabile eternità di pietra.







 











 


 



giovedì, 09 ottobre 2008
 

Mournful day

NOW PLAYING: The Cure, "Boys don't cry"


Non profumava di biscotti, non mi abbracciava. Di buono ricordo quando mi insegnava ad attaccare i bottoni: avevo interi quadretti di stoffa ricoperti di decine e decine di bottoni.


Era piccola dentro la bara, quasi sparita. Le mani gonfie e traslucide, quelle che avevano sfogliato qualche pagina di Topolino, leggendo a voce alta per me che mi spazientivo, perché andava troppo piano.


Siamo fatti così, in questa famiglia. Eccetto mia madre, eravamo lì intorno a quel corpo svuotato di carne e di vita e mio padre – suo figlio – faceva dettagliati racconti, degni di uno sceneggiatore di “Six feet under”. Siamo fatti così: vogliamo vedere che fine si fa, come saldano la lastra e mettono il sigillo. Non è che non piangiamo, ma vogliamo vedere. Non è che non abbiamo paura di quando toccherà a noi, ma proprio per questo, forse, vogliamo vedere.


Vedere l’arciprete che gli mancano due bulloni alle tempie per sembrare la perfetta copia di Frankenstein: è alto due metri, ha delle scarpe enormi e la testa quadrata. E dopo aver benedetto la salma tenta di arruolarmi come catechista, nonostante non frequenti questa parrocchia più di una volta al mese.


Sentire le vecchiette che si lamentano per la loro ormai scarsa vita sociale, parlare di lavoro, di diritti sociali e di legge attorno a quel legno chiaro e quella testa fasciata per stare ancora composta.


Sentire che quando sarò morta ci sarà un prete che coniugherà il mio nome in latino, una cosa più unica che rara, e mi perderò questa chicca. Pensare che vorrei mi mettessero un bel paio di scarpe rosse o fucsia nell’ora della dipartita, ma se muoio di vecchiaia magari potrei sembrare ridicola.


Guardare le fantastiche tende a motivi anni Settanta a cui non avevo mai fatto caso e pensare che sono tenute benissimo.


Andare in processione dietro il feretro per tutto il paese, con la gente che guarda dai tavolini dei bar e chiede “chi è morto”? e sentire una tizia che chiede a mia madre se sono la sposa di mio fratello, solo perché siamo dello stesso colore.


Guardare, fingendo cognizione di causa, il tizio che cementa i mattoni per chiudere la tomba, sapendo che è anche il pizzaiolo del ristorante dove, una settimana fa, si è fatta la festa per il matrimonio di mio fratello.


Pensare che pareva fosse morta dieci anni fa, quando in una concitata telefonata, mia zia me ne annunciò la dipartita, mentre invece era mio nonno ad essersene andato. Nella mezz’ora che seguì, in cui l’equivoco non era ancora svelato, tentai di scrivere qualcosa. Se non ricordo male, cercavo di tirar fuori qualche immagine dolce, affettuosa. Qualcosa che di una nonna si potesse scrivere. Poi si svelò l’arcano e certe poche righe finirono lì. Oggi che sono più grande, lei muore e io guardo le tende anni Settanta e guardo che la chiudono dentro e mi dispiace. E mi ricordo dell’ultima volta che l’ho vista, qualche mese fa, che pareva un uccellino, tanto era magra, e mi guardava dritta negli occhi cantando una canzoncina con cantilena da asilo, una canzoncina che chissà da dove veniva e diceva con tono ritmato e allegro “voglio andare via” e io le chiedevo “nonna dove vuoi andare?” e lei non rispondeva, perché si vede che la risposta se la voleva tenere per sé. Penso che il tizio con la fiamma ossidrica ha un’espressione concentrata e un po’ primitiva, perché in questo regrediamo, che dai tempi dei tempi salutiamo i corpi dei nostri morti. E penso che cenere alla cenere e Amen.


 



lunedì, 06 ottobre 2008
 

Premessa a Londra

NOW PLAYING:  Louis Armostrong & Ella Fitzgerald, "A foggy day in London town"



In tutta quella sterminata città c’era tutto ma non c’era una fine. Anche solo le strade ce n’erano a migliaia. Come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare? Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…



Un personaggio del mio libro preferito avrebbe detto queste esatte parole, guardando Londra.

Avevo certezze da scardinare, tristezze da lavare via, paure da cauterizzare, quando sono partita un’altra volta a vederla.

Volevo amarla, perdonarla, scordarla e ricordarla di nuovo.

Tutto ciò che ne ho avuto indietro è stata la quieta constatazione che oggi, a 27 anni, oggi che mi faccio forte di poter conoscere spazi, limiti e lividi del mio vissuto, non è più aria di appassionarsi a questa città. Servono l’impazienza, l’insensatezza leggera e intensa dei 17, 18 anni, per prendere a morsi quest’atmosfera carica, questa frenesia luciferina e spenta di sole, per stare al passo con una bulimia di vita che si esercita solo a quell’età.

Londra è sempre distratta, ha sempre altro – di meglio – da fare, che accoglierti in un abbraccio. Si lascia camminare in lungo e in largo, è tollerante dei mille e mille che la assalgono ogni giorno, è intoccabile scenario, dipinto, museo. Bella, fredda donna che non ti guarda negli occhi.

Ma c’è un modo per accostarsi  a lei, anche per me.

Sono gli oggetti, i singoli piccoli luoghi e i volti delle persone.

Ridurre questa sterminata città a categorie cognitive a misura d’uomo mi permette di amarne i dettagli, di sentirmi a mio agio assaggiandola a piccoli morsi e sorsi, di volerne portare via le cose che di più ne ho colto e vissuto.



Sono queste cose, queste piccole emozioni tascabili che userò per parlarvi di Londra. Per non costringervi a leggere post interminabili, dopo questa premessa, vi rimando alla prossima puntata londinese!

rimuginato da Noeyalin | ottobre 06, 2008 13:20 | commenti (7)


giovedì, 18 settembre 2008
 

E Robertino si sposa, e Robertino si sposa!


 


NOW PLAYING: Kaiser chiefs, "Love is not a competition (but I'm winning)" 


 


-         Ma chi? Roberto? Tuo fratello?


-         Sì sì.


-         Ma chi? Quello che si alzava alle due di notte per mangiare sottilette di nascosto e buttare l’incarto sotto il letto?


-         Già.


-         Quello che la prima volta che ti ha visto t’ha dato una spinta e la seconda una testata?


-         Certo!


-         Quello che non più di un paio di anni fa ha deciso che voleva fare una passeggiata di 15 km in mezzo ad una tempesta di neve, così, perché gli andava?


-         Esatto.


-         Quello che per addormentarsi picchiava ritmicamente la testa nel muro impedendoti di dormire?


-        


-         Quello che per farti dispetto era disposto a tirare sul col naso per tutta la notte?


-         Già già.


-         Quello che tua madre gli tirava le ciabatte e immancabilmente prendeva te che passavi di lì per caso?


-         Ovvio, anche un cavatappi, una volta. E i mestoli da cucina. Parecchi.


-         Quello che tuo padre lo ha beccato col pacchetto di sigarette e glielo ha sbriciolato davanti agli occhi, lui si è messo a piangere e non ha più fumato.


-         Bingo!


-         Quello che pur di mangiarsi un chilo di biscotti a colazione poi si sente male tutto il giorno?


-         Proprio lui.


-        


-        


-         Quello che hai tanto chiesto e voluto?


-         Chiaro…


-         Certo che la vita è strana.


-         Già.


-         Fagli gli auguri!


-         Ah, sì…auguri fratellaccio.


-        


-     ...