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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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martedì, 20 maggio 2008
NOW PLAYING: Gary Jules, "Mad world"
Mi sento così stanco. Fa un caldo infernale e Agustìn continua a fissarmi preoccupato dal fondo della hall. Se ne sta seduto lì a fumare da questo pomeriggio – come se fosse parte dei marmi e delle poltrone rivestite e scomode - e guarda proprio me, aspettando che attacchi bottone, che mi sfoghi con lui, che gli parli di quel che è successo.
Stamani, nella luce già imbiancata di sole, con l'afa che saliva dalla città in basso, mi stropicciavo gli occhi appena sveglio, i capelli corti sul collo sudati per una notte che non voleva passare più in fretta. A volte l'odore stantio che ha ormai impregnato tutte le pareti non mi fa dormire. Mi sono alzato e mi è sfuggito almeno un sorriso compiaciuto, al mancato solito cigolio del letto. Ho litigato per dieci minuti buoni con le persiane verdi della finestra, con il legno ancora inzuppo d'acqua per la pioggia dei giorni scorsi. Poi è finalmente entrata tutta la luce di fuori. Guardavo in su, col naso puntato a cercare nuvole inesistenti e respiravo quel poco d'aria fresca che restava prima di ore d'impietosa calura. Stavo così, a guardare in alto dentro il mio pigiama di cotone a righe bianche e azzurre ed è venuto giù. All'improvviso non ho visto più il cielo per qualche secondo, forse qualcosa di più e poi rieccolo lì. Quanto ci avrà messo il corpo di Jesùs a venire giù dalla torretta? Più di qualche secondo?
Mi si era avvicinato il giorno stesso in cui ero arrivato qui. Ero carico di tutta la mia roba e la valigia con dentro i campioni di stoffa mi si era aperta in mezzo alla hall attirando l'attenzione di tutti i presenti. Un uomo grosso, vestito con un bizzarro golf bordeaux venne verso di me dondolando. Era Jesùs. Col mio solito occhio clinico, che ormai son cinque anni che giro la Spagna vendendo tessuti, lo guardai, stranito: aveva assurdi pantaloni a trama fitta che si allargavano un po' verso il basso. E quel golf. Di riflesso abbassai gli occhi sulle mie scarpe lucidate e i pantaloni con una riga così impeccabile che mi faceva sentire molto fiero di mia madre, che me li stirava ogni volta prima che partissi per i miei viaggi. Mi accucciai per raccogliere le mie cose dal pavimento e subito lui mi imitò, prendendo tra le mani un pezzo di seta verde brillante, sorridendomi sdentato. Inquietato dal suo bambinesco entusiasmo mi affrettai a rialzarmi, aggiustandomi il panciotto sotto la giacca. Gli chiesi di ridarmi la stoffa e lui, per tutta risposta, si intestardì in un silenzio ottuso, guardandomi. Poi arrivò Agustìn, che gli si parò davanti. Jesùs sorrise di nuovo e disse "si us plau": per favore. Non capivo quella scenetta e iniziavo a spazientirmi, quando il tizio che era intervenuto tirò fuori una sigaretta e la porse all'altro, poi gli strappò dolcemente di mano la stoffa e me la restituì.
Divenimmo uno strano trio: quando tornavo in albergo la sera, stanco delle strade della città, del caos dei negozianti da convincere a comprare, la prima persona che incontravo, salendo le scale per raggiungere la mia stanza, era proprio Jesùs, che puntuale come un orologio svizzero se ne usciva fuori con il suo "si us plau" e io rinunciavo all'ultima sigaretta della giornata per regalarla a lui, che – per quel che capivo dai suoi sorrisi inconcludenti – traeva molto più piacere di me a fumarsela. Jesùs cenava nella sua camera al primo piano molto presto, e ricompariva solo la mattina dopo all'alba, a ciondolare nella hall, magari pronto ad assillare Agustìn perché gli concedesse la prima sigaretta della giornata.
Io scendo spesso a mangiare con Agustìn: è in grado di fare buona conversazione, anche se talvolta è un po' invadente e protettivo nei mie confronti, chissà perché. Nonostante la sua amicizia, che credo sincera, ho sempre la sensazione che si tenga qualcosa solo per sé, che ci sia qualcosa che non mi dice. Del resto, non puoi pretendere che un uomo conosciuto in un albergo non abbia segreti.
Stamani il volo di Jesùs dalla torretta ha messo fine alla nostra routine, al nostro trio. Anche se Agustìn sta lì a guardarmi e vuole chiacchierare.
Sono troppo stravolto e lui lo è troppo poco, sono troppo arrabbiato e lui troppo poco, sono stufo dei suoi silenzi tra una sigaretta e l'altra, della sua gentilezza, della malinconia sempre accesa e segreta dietro i suoi occhi.
Occhi che ormai sembrano non vedere, non ricordare che non è la prima volta che qualcuno si uccide, qui.
Di solito, sono quelli del primo piano che si spingono fino in cima alla cupola per buttarsi giù. Pare assurdo che proprio in quel posto in cima all'edificio, fatto per il riposo e per godersi la città dall'alto, alla gente venga voglia di morire. Ma qui molti clienti sembrano non notare affatto l’alto tasso di mortalità in albergo. Eppure nessuno si scandalizza o si fa domande.
mercoledì, 30 aprile 2008
NOW PLAYING: Scott Matthews, "Earth to Clam" La prima volta non l’ho capita: solo uno sguardo fuggevole, in un agosto che pioveva anche. Ho scosso leggermente il capo, lontana anni luce dalla sua bellezza marziana. Due anni dopo l’ho incontrata ancora, in giorni affondati di aria calda e pesante. Fu un colpo di fulmine a scoppio ritardato: d’improvviso ne ho intuito il richiamo di sirena, il suono lineare e palese delle sue curve. Il suo stendersi generoso e sorridente tra le colline e il mare. Ne ho salito e sceso le scale innumerevoli come per secoli, ne ho ascoltato il casino. E il silenzio senza fine, sciabordato da una fontana dentro un chiostro e colorato di celeste e bianco arabo, su uno dei suoi tetti. Ora mi preparo a rivederla. Trepidante come ad ogni terzo appuntamento che si rispetti: quando di lei ti piace già tutto, ma vuoi scoprirla di più, pigliare a due mani il coraggio e guardarla dritta negli occhi, per vedere se nasconde qualche segreto, per capire se è sincera. Il terzo appuntamento, quando ci si è già raccontati le vite ed è stato facile, ma le certezze ritornano indietro, pigre, lungo la sponda del brivido di tutto ciò che si intuisce solo e ancora non si sa. Vado a rivederla, e scelgo un colore che mi sta bene addosso, rosso. Mi preparo all’incontro stringendo forte gli occhi chiusi per richiamarmi in mente fino all’ultimo ogni dettaglio di lei che già so per aggrapparmici e sorridere. Spolvero i pensieri e taglio via quelli in eccesso, libero la memoria per avere più spazio su cui imprimere lei. Un’ultima occhiata allo specchio per vedere se ho il colletto della camicia fuori posto. E sì, quando torno vi racconto come è andata.

venerdì, 04 aprile 2008
NOW PLAYING: Duffy, "Mercy" Da donne emancipate quali siamo, di certo oggi siamo in grado di guardare alle vecchie storie d’amore consapevoli che allora avremo pur avuto le nostre buone ragioni…per farci prendere per i fondelli. Ma ci sono cose su cui proprio non ci si perdona di essere passate sopra. Almeno per me è così: come un cibo indigesto certe frasi mi si ripropongono in testa, di tanto in tanto, e mi fanno prudere le mani. Tanto che è una fortuna che, per mia politica, cancelli dalla mia vita quelli che ci son passati portando sfaceli sentimentali. Mi spiace per voi, ma sento l’irrefrenabile impulso di fare outing, esponendomi al pubblico ludibrio dell’orgoglio femminile: ecco a voi le 10 cose che gli uomini non avrebbero mai dovuto dirmi. 1) Ma tu stai con me per la mia auto? (Stiamo parlando di una peugeot 206…va bene che io all’epoca viaggiavo in bicicletta, però, insomma…) 2) Insomma, tu non capisci, devo badare a mia nonna, non posso venire da te/ Insomma, tu non capisci, devo badare al mio amico che ha problemi mentali, non posso venire da te (detto, ovviamente, dalla stessa persona) 3) Non dar retta alla mia ex che dice che sto ancora con lei, è pazza, ho chiamato anche la polizia! (non ho mai appurato lo stato mentale di lei e quindi la veridicità delle sue affermazioni, ma mi fece passare bei momenti la pazza!) 4) (via sms) Beh, per me la canzone che fotografa questo momento tra noi è “Qualcosa di grande” dei Lunapop (“c’è qualcosa di grande tra di nooooi”…ricordate? Sì, proprio quella. Peccato che ci fossimo appena lasciati. Probabilmente di grande tra di nooooi c’era la sua idiozia…uhm…) Queste prime quattro sono state pronunciate tutte dalla stessa amatissima bocca. In effetti ancora oggi faccio fatica ad accettare di aver avuto le mie buone ragioni per farmi insultare in questo modo! 5) Tu sei pazza, fatti curare! (ciao Ataru!) 6) Vado in montagna per una settimana come guida per i ragazzi della parrocchia, io tengo il telefono acceso, ma non ti chiamo, se mi vuoi chiamami tu (stavamo insieme da un mese e mezzo. Io l’ho chiamato. E lui non mi ha risposto. E poi si è lamentato del fatto che non lo avessi richiamato) 7) Non posso venire da te, devo andare in chiesa (la sera stessa in cui è tornato dalla settimana in montagna di cui sopra) 8) Sei una donna molto affascinante, mi sorprendi sempre, però non sono pronto per stare con te (quando si dice coerenza) 9) Quella volta che ci siamo baciati con la mia amica era solo un regalo per il mio compleanno! E poi avevamo anche bevuto dai! (invocare l’infermità alcolica non gli è servito granchè) Ma la peggiore, quella che rivela la sconfinata ignoranza degli uomini sull’universo femminile, è stata questa: 10) Dopo tre anni che non ci vediamo porti ancora quegli stivali rossi che ti piacevano tanto? (Una donna che porta lo stesso paio di scarpe – anche se sono degli stivali rossi da schianto - per tre anni di seguito??? Noneee!) You got me begging you for mercy...
domenica, 02 marzo 2008
NOW PLAYING: The Cure, "Love song" Mi vergogno a dirlo, ma il mio approccio teorico alla vita prende sempre il sopravvento: così, ieri, prima di andare al concerto dei Cure, ignorando il genere, mi son buttata su wikipedia. Dopo aver letto la scheda sul Dark ne sapevo meno di prima. Dunque, dopo aver sconcertato il mio accompagnatore al concerto (non l’ho sconcertato al concerto ma prima eh) tirando ad indovinare nomi di altri gruppi che, secondo le mie deboli coordinate musicali, potevano rientrare nel genere (e sbagliandoli tutti, ovviamente) mi sono rassegnata. Aggrappata alle mie poche certezze di quelle due o tre canzoni che conoscevo, son partita alla ventura, via verso il mio primo concerto di rockstar internazionali, con l’influenza strascicata, che queste cose o le faccio ora oppure presto sarò troppo vecchia e saggia. Dopo cinque minuti dentro il Palalottomatica saltellavo come una bimba scema, divertita dall’insalata mista di spettatori che più vari non si può. Fiumi di kajal erano stati versati ieri, gran consumo di rossetti neri, per quelli che oggi saranno di nuovo impiegati, studenti, bancari, ingegneri e via dicendo. Vista l’eccentrica parata di alcuni, sguinzagliata con totale naturalezza, giurerei però che alcuni stamani si siano svegliati tali e quali a ieri sera e così imbellettati vadano per le strade del mondo. Passando alle cose serie, tutto pensavo tranne che ad un concerto dei Cure sembrasse di stare ad una festa dove però in convitati sono molto composti, concentrati forse, a gustarsi ogni secondo. E di secondi ce ne sono tanti, in una serata così: tre ore quasi ininterrotte di mostruosa, affinata tecnica. Non uno sbaglio, una compattezza musicale costruita sull’esperienza, come artigiani. Sono grata alle mie orecchie, che col tempo si sono abituate a cogliere suoni prima troppo estranei, anche solo per poterli comprendere. Ieri invece è stato bello capire che, della voce di Robert Smith mi piace quel suo modo di prenderla sul serio, di spiegarla in tutte le sue possibilità e farla arrivare lontano, lontanissimo, così cristallinamente integra, diretta e non urlata, una sorta di affermazione di esistenza affatto incerta. Proprio uguale a quel cinquantenne leggermente sovrappeso, pierrot che non aspira affatto a condividere la sua melanconia. Ho visto, sul palco, un uomo come un pupazzo (Poochie, probabilmente, visti i capelli) a cui è stata data vita, muoversi senza incertezze tra un cambio di chitarra e l’altro (in numero impressionante) e ciondolare poi in un abbozzo di danza e sorridere della propria goffaggine con sicurezza. E a parte questo, quell’uomo non concede niente allo spettacolo: canta come se fosse solo uscito a prendere un caffè e non fa altro. Spiazzante la fermezza con cui lascia che sia la sua musica, e solo quella, a parlare con la folla umana che ha davanti, senza cercare di portare la gente dalla sua parte, totalmente esposto, come la sua voce stesa di fronte a chi lo ascolta, intima, forte, percossa e schitarrata. Non credevo certo di trovare tanta onestà umana e artistica in una rockstar, tanta luminosa impressione, come su un negativo (dark). Poi, vabbè, mi sono anche sorpresa di vedere il chitarrista Porl (Porl, capite?) bere acqua da un normalissimo bicchiere a calice, Robert da più bicchieri di carta già belli e riempiti, e il bassista “rosso malpelo” Simon, attingere ad una ben più rockettara bottiglietta di plastica (ma sarà stata pure la sua senza tappo, onde evitare che ce lo tirasse addosso?). Con questi dubbi che serbo nel mio cuore, ammetto che del dark so ancora poco, ma che dell’ottima musica conosco molto di più, dopo aver ascoltato questi illustri, geniali signori. Il now playing è un piccolo omaggio a chi ha avuto la pazienza di farmi riascoltare e riascoltare i Cure, prendendosi grande cura della mia educazione musicale, nonchè sentimentale, visto che Love song è stata la prima canzone con cui mi ha fatto esercitare all'ascolto! (E pensare che la skippavo sempre!)
giovedì, 28 febbraio 2008

NOW PLAYING: Yael Naim, "New Soul"
Non è l’ennesimo film - ciofeca di Luis Nero. La situazione è davvero critica:
Le scorte di fazzoletti di carta e alimenti sono agli sgoccioli. Non è previsto l’arrivo di soccorsi dal mondo fuori dal mio letto. Il respiro è faticoso, le notti piene di sogni insulsi. Il termometro tra un po’ va in sciopero, tanto non ho mai la febbre. Infilerei volentieri i piedi infuocati (eh sì) nel surgelatore. Ho voglia di tutti quei cibi che contribuiscono ad infiammare ulteriormente la gola. Potrei cedere. Non spengo mai la tv, da quando mi sveglio a quando mi addormento. Che dite, mi farà male? Comincia a piacermi lavorare dal letto, senza gente pazza che ti rompe le scatole ogni due minuti. Praticamente in un paio d’ore smaltisco il lavoro di una giornata intera. Stanotte ho sognato il concerto dei Cure al quale devo andare domani. Significa forse che di andarci me lo posso solo sognare? Su Rieducational Channel. Mi fanno male le mani, in tutte le articolazione, dalla falange alla falangetta e indietro fino al polso. Le scatole delle medicine torreggiano ovunque: la tachipirina per l’influenza, l’aulin per il mal d’orecchi, il riopan gel perché gli altri due non mi riducano lo stomaco a cenci da spolvero. Ah, c’è pure il malox, non si sa mai. Credo che un tarlo si stia mangiando il mio comodino. Dall’ufficio dicono che preferirebbero che mi fossi data ad una fuga romantica. Figuratevi io. Mi rimetto a guardare la tv, che ho già perso un paio di ricette della Prova del cuoco.
The other side of flu, qui.
giovedì, 07 febbraio 2008
NOW PLAYING: Richard Hawley, "Born under a bad sign" Sapere dov’è la propria casa, sapere dove tornare, verso dove si va, è vitale, dacché mondo è mondo. Aderisco in pieno alla linea. Dacché io sono io. Presto forse mi troverò a rivendicare la scelta di dove dire “casa”, dove tornare, verso dove vado. Tutte robe molto serie, perché non è facile far capire a quelli che lasci in un luogo il motivo e il modo per cui “il tuo posto” è un altro luogo. L’ho sempre ritenuta un lusso, però, questa consapevolezza di aver trovato il letto, la sedia, la strada, il punto di celeste del cielo più comodi per me, al primo colpo. Però, per un attimo, mi stacco da questa stanzialità e rifaccio mia quella voglia di vedere altro, di vivere altro e di immaginarmi altrove. Allora, che so, con un anno a disposizione per trovare altri posti da fare miei, faccio un giro, direi. L’inverno a Berlino, perché è una città che del freddo se ne infischia e dal freddo non si fa mutare d’un millimetro nei suoi lineamenti netti e puliti. A Berlino per imparare la civiltà della gente comune, delle cose che funzionano. D’inverno perché forse l’oleoso odore dei cibi s’argina un po’ per il gelo e anche per vedere sui palazzi di vetro l’effetto che fa, l’inverno. Svernerei a Berlino per vederci dentro il tempo che si ferma, per tornare a casa stanca su un autobus giallo e guardare i turisti da lì. Per sgattaiolare poi ad Hackescher Markt e piangere un po’ dietro gli occhiali, per la gioia che mi sbatte contro per la prima volta, di vedere tanta spensieratezza in tanta trasparente gente sorridente. E poi spalancare le braccia senza timidezza al vento a Gendarmenmarkt, che se d’estate già ti schiaffeggia le gambe nei jeans, d’inverno dev’essere una forza che ti fa ridere d’euforia e gioia da bimbi piccini, incoscienti di sembrar ridicoli o di prender freddo. La primavera l’andrei a rincorrere a Barcellona, come un gatto me ne starei sulle panchine ritorte del Parc Guell a raccattare i primi raggi di sole, che dopo un po’ la pelle sotto la maglia ti brucia quasi, tipo microonde, anche se l’aria è freddolina. A Barcellona per spingermi sulle assi di legno al Maremagnum, sul porto, per fare l’aperitivo ogni sera in qualche locale del barrio gotico un po’ nascosto, per ritrovare una specie di bazaar da perdercisi di cui non ricordo l’indirizzo, per leggermi un libro al chiostro della Cattedrale. Qualche mese per vederla di notte, tutte le notti. Per impararne i carrer e viverci mollemente. Estate a Londra perché almeno il sole, che fa da abatjour alle giornate agostane, attenui la tristezza terrea dei mattoncini delle sue case. A Londra per farsi strappare alla mollezza estiva dalla sua forza che non ammette distrazioni, perché è una città che ha voglia di essere camminata in lungo e in largo, perché è una donna difficile da conquistare e allora la vuoi di più. Perché ti da (quasi) tutto ciò che le chiedi. Ma devi saperla prendere e non devi aspettarti nulla, perché lei di te se ne frega. Perché ha una bellezza che non si fa inquadrare in nessuna macchina fotografica e per morderne un pezzettino puoi solo cominciare da una sala da tè, dalla vetrina riquadrata di un negozio con dentro cose inimmaginate. D’estate perché non sia una stagione inutile, ma snocciolata in giorni ad imparare un po’ di vita. Per consolarmi di un agosto così imperterrito e diritto, l’autunno è da consacrare a Lisbona la dolce. E il richiamo al sacro non è casuale. Sacra la sua gente povera, sacro il suo bianco dei conventi spiccato sull’azzurro del fiume, sacro il rosa della nebbia lattea che sale al castello di Sao Jorge di sera. Lisbona perché lì si ha più tempo per tenere il ritmo del fiume Tago immenso e abituarsi all’idea del freddo che viene. Perché una fumosa malinconia te la trascini dietro già dall’estate e il salto all’inverno sarà meno duro. Là vivrei l’autunno, per tirarmi su il bavero al primo freddo, senza timore che fuori la città possa cambiare troppo, caramellata com’è nella sua morbida nostalgia, quel “dolore del ritorno” ad un passato trattenuto come il respiro dentro le proprie membra e mura. Così il dolore del ritorno all’inverno sarebbe lieve e potrei viverlo chiudendo gli occhi sul Miradouro de Sao Pedro de Alcantara, la testa un po’ all’indietro con i capelli nell’autunno che va. Poi sarà di nuovo inverno e chissà dove si va, chissà dove sarà casa, un’altra volta.
Un grazie a Placida Signora che mi ha smosso dalla pigrizia scrittoria con il suo post.
sabato, 12 gennaio 2008
NOW PLAYING: Frank Sinatra,"The lady is a tramp"
Dunque ehm…coff coff coff…scusate ho bisogno di un bicchiere d’acqua. Dunque, dove eravamo…ah, sì…cari lettori sono orgogliosa di presentarvi un’intervista eccezionale e-e-e-e-etciù! Ehm abbiate pazienza devo soffiarmi il naso. Ecco, ora va meglio, dicevamo…un’intervista con due protagonisti d’eccezione, la mia dolce metà reale e quella… ideale. Eh sì, faccia a faccia, diranno tutta la verità nient’altro che la verità sulla sottoscritta. Più o meno…oddio devo prendermi la pastiglia delle tre altrimenti sai che mal di pancia…scusate un attimo…no, vabbè, non ce la faccio a condurre questa intervista epocale, sono troppo acciaccata.
E’ con grande rammarico che oggi cedo il microfono a quella squinternata della Cerebro, mio adorabile alter ego shampista. E che Dio che la mandi buona.
A vous!
Cerebro: Ahahah, che ghiotta occasione, finalmente! Bene tesorini miei, e ora alle mie domande, scatenate un inferno di rivelazioni su quella rintronata! Pronti, attenti, viaaaa!
Chi sei?
Ataru: Uno che non ha mai capito cosa ci trovassero di bello le donne in lui. E infatti spesso non ci trovavano niente.
Uomo ideale: Il suo uomo ideale. Vivo nella sua testa da 15 anni. Ho un ruolo consolatorio contro tutte le idiozie degli uomini reali.
Come sei fatto?
Ataru: Dunque…dall’alto del mio metro e settanta, sono un concentrato di fissazioni e paranoie, vasta immaginazione contorta, un paio di occhiali a schermare occhi un po’ orientali, castano e, ahimè, un po’ sovrappeso, pelle chiara ma non da bruciarmi la faccia (una bella faccia, diciamolo) al sole. Sembra una descrizione fatta da una donna, per la miseria! Aggiungiamo qualcosa di virile: ho delle belle spalle larghe.
Uomo ideale: Sono alto un metro e ottanta, non magrissimo, occhi e capelli castani. Vesto spesso elegante, ho delle belle mani e sguardo intenso. Pelle olivastra e bella voce. Sorrido spesso. Ho tentato più e più volte di capire il motivo per cui lei mi abbia fatto così, con certi difetti e soprattutto non alto, biondo e con gli occhi azzurri, visto che adora i Finlandesi.
Dove l’hai incontrata per la prima volta?
Ataru: Virtualmente su un box-commenti di Splinder. Fisicamente, davanti a un grosso ufficio postale. Insomma, il massimo del romanticismo.
Uomo ideale: nel suo ufficio credo
Che hai pensato quando l’hai vista?
Ataru: Oh, ma sarà lei? sì è lei! ammazza quant'è carina!
Uomo ideale: Che era una tosta. E che ci saremmo presi a cornate spesso e volentieri.
Che hai pensato quando l’hai rivista?
Ataru: Che mi andava di rivederla, anche se ero sicuro che tanto non ci stava.
Uomo ideale: Che mi avrebbe causato un sacco di guai.
Che pensi ora che la vedi praticamente sempre?
Ataru: Sono 3 anni che la vedo e ancora certe volte mi sfugge il concetto di “quella è la mia ragazza”. Mi spiego prima di prendere le botte: non ci sono ancora abituato. Colpa di tutte quelle microstorie e del mio precedente record di due mesi. Ma tanto lei la pensa più o meno come me.
Uomo ideale: che la ragazza non è niente male! Ancora.
Pst pst, non lo dico a nessuno… avanti, dai…qual è il suo peggior difetto?
Ataru: Il massimo comune denominatore o il minimo comune multiplo o il mal comune mezzo gaudio (non ci prendo granché in matematica) di ogni essere femminile: è un po' lunatica. Solo che rispetto al resto della specie, la cosa va a singhiozzo anche nell'ambito di miseri 5 minuti di tempo. Un minuto sì, un minuto no e via dicendo. Permettimi un ex-aequo: ha un bel caratterino, ma spesso si sminuisce fin troppo.
Uomo ideale: è di una testardaggine micidiale. E a giudicare dalle storie che si inventa, è anche piuttosto masochista.
La pazzia che hai fatto per lei.
Ataru: Uscire dal lavoro esausto alle 6 del pomeriggio e decidere in un giorno qualsiasi della settimana, di portarla a cena sul mare a oltre cento chilometri da Roma, facendo una strada che neanche conoscevo benissimo. Chi mi conosce lo sa: questa per me è follia pura. E sfata persino il luogo comune che le pazzie si fanno all’inizio della storia: è successo appena qualche mese fa.
Uomo ideale: Mi ha fatto quasi andare in galera come sospettato di omicidio. Le sembrava una cosa romantica.
Non ti sei ancora stancato di lei?
Ataru: Che domande…certo che no! C’era forse un’altra possibilità di risposta?
Uomo ideale: La stessa che ha detto lui…
Progetti per il futuro?
Ataru: Non sottovalutare le conseguenze dell’amore. (cit.)
Uomo ideale: Beh, direi che siamo avanti di parecchi anni: mi ha già fatto invecchiare fino alla pensione più di una volta, per il gusto di vedere come sarò a 70 anni.
La assecondi quando…
Ataru: parla del lavoro, è incacchiata abbestia, le sue lettere cì spariscono e diventa cristallinamente toscana (esempio ricorrente: "cose" diventa "ose"). Io taccio e ascolto. Ogni tanto mi distraggo, lo ammetto. Ma l'importante è affermare SEMPRE di aver capito tutto.
Uomo ideale: Quasi mai. Le piace il contraddittorio.
Ti conviene assecondarla?
Ataru: certo che sì!
Uomo ideale: Sempre. L’ultima volta che non l’ho fatto mi ha mollato e se n’è andata a fare la reporter in zona di guerra, per dimenticarmi.
La trovi buffa quando…
Ataru: ci sarebbe da ritirare fuori una vecchia storia su Frank Sinatra, ma vado più sul quotidiano: seguire le evoluzioni dell'ostinata battaglia Noe vs Acconciatura, a volte non ha prezzo. Ma non dirglielo eh!
Uomo ideale: io quella storia posso anche tirarla fuori…almeno mi vendico di quella volta della galera: quando ascolta Frank Sinatra diventa catatonica…inclina la testa da una parte, socchiude gli occhi e si dondola in estasi. Uno spettacolo imperdibile. Ma non dirglielo eh!
Ti conviene dirle che è buffa?
Ataru: Assolutamente no, ma glielo dico lo stesso per puro masochismo.
Uomo ideale: Praticamente mai. Si prende sempre terribilmente sul serio.
Non la sopporti proprio quando…
Ataru: fa zapping a tavola e si distrae con qualsiasi immagine catodica. Insomma, non sono uno fissato con le buone maniere, ma la cosa mi irrita a priori, anche perché poi devo aspettare due ore che finisca di mangiare, in quanto è anche di forchetta lenta.
Uomo ideale: Io la sopporto sempre. Sempre. Sempre.(Oddio che stress).
Ed ora, una domanda che serve a farmi benvolere da lei: ma insomma, lei ti piace proprio eh?
Ataru: Non ho capito sta storia del farti benvolere da lei. Ma te chi sei? Comunque sì, mi piace proprio.
NdCerebro: ma come chi sono? Non fare finta di non conoscermi ciccio: sono la parte sana della Noe e ovviamente non ero presente né quando ha scelto te né quando ha scelto l’altro tizio, qui! Io avrei ovviamente preferito uno tipo Zack Ephron.
Uomo ideale: Certo, son nato apposta!
Ma la vostra è una storia perfetta?
Ataru: Se fosse perfetta sarebbe noiosa, non ti pare?
Uomo ideale: (Sospira) Tutti gli altri principi azzurri mi dicevano “vedrai, è un lavoro da niente, basta che tieni i capelli a posto, le fai un sorriso ed è fatta”. Ovviamente non poteva andarmi così bene: m’infila sempre in un sacco di casini, ma solo per il gusto di levarmici lei. Insomma, è una perfezione molto simile alla realtà.
sabato, 05 gennaio 2008
NOW PLAYING: una cantilena che fa BillaBipa BipaBilla BillaBipa BipaBilla... L’ARRINGA FINALE A Vienna c’era la neve. Su tutto e su tutti un dominio bianco che gelava i pensieri in un piacevole oblìo di tutto il resto. Infatti tutto il resto lo ricordo a malapena. Cioè. Mi ricordo che c’era la neve. Sì. E anche dei palazzi severi severi e niente affatto romantici. Poi c’erano tante ciminiere fumanti senza sosta anche il primo dell’anno. Le carrozze da un giro a partire da cento euro. Molto romantico. C’era l’albergo, molto “imperiale”: tendaggi lussuosi, divano e tavolino da caffè. C’erano quartieri grigi che mi parevano Berlino est come me l’aspettavo io e invece Berlino est è diversa, pensa te. Negozi vecchi e vetrine sciatte, ma fantastiche decorazioni natalizie alle finestre. C’era la piazza vuota piena del duomo gotico, a tratti una londra da Oliver Twist. Luci traverse al neon per illuminare il Danubio blu e uguale le fabbriche. Storco il naso, voglio dire, se hai cose belle mettile sotto una bella luce, altrimenti puoi buttarcele, nel Danubio. Era una notte buia e tempestosa. Ah, no, ho perso il filo. Colpa della sciatica, abbiate pazienza. E anche un film su rete 4 con Angela Lansbury che qui non fa Jessica Fletcher ma sembra Jessica FleTcher in tutto e per tutto. Quando ti si appiccica un’etichetta è dura spiccicarsela. Come a Vienna il romanticismo, è chiaro. La neve gelava l’indifferenza di questa città, fino quasi a non fartela percepire. Meglio allora il groviglio che sa di selvaggio sublime dentro la serra delle palme, un caldo da tropico e liane su verso l’infinito, vitali a dispetto della crosta di ghiaccio che fuori incapsula i ghirigori dei giardini disegnati di Schonbrunn. Per il resto, beviamoci su un po’ di vin brulé. E’ tutto, vostro Onore. LA SENTENZA “Poiché in genere troviamo belli i paesaggi con la stessa immediatezza e apparente spontaneità con cui troviamo fredda la neve e dolce lo zucchero, è difficile immaginare di poter fare qualcosa per modificare o ampliare le nostre percezioni. Sembra quasi che tutto sia già stato deciso da qualità intrinseche ai luoghi o da particolari collegamenti all’interno dei luoghi o da particolari collegamenti all’interno della nostra psiche e che dunque sia impossibile correggere i nostri gusti geografici così come lo sarebbe impedirci di trovare buono il nostro gelato preferito". LA PENA Che dite...almeno libertà vigilata me la concederanno?
martedì, 25 dicembre 2007
 NOW PLAYING: Mario Biondi and the Duke Orchestra, "Just the way you are" Come da tradizione per il giorno del mio compleanno mi girano parecchio. E non perché invecchio. Sta di fatto che suonano i 27 e direi che suonano ad un certo sostenuto volume, ho trovato la manopola e la giro a piacimento, voglio proprio vedere se prima o poi qualcuno non mi sente. Son troppo vecchia per essere sgamata da mio padre che allunga l’occhio su questo incipit e mi chiede sardonico “ah, ti girano?” e a me sembra di avere 14 anni e che lui abbia sbirciato una delle tante frasi stupide e piene che si scrivono sul diario. Ho 27 anni di velocità sulla tastiera, via senza guardarle le parole le conosco ci si capisce al volo. Son stata spesso troppo piccola, raramente troppo cresciuta ma qualche volta sì, con mia somma soddisfazione d’infrangere certi piccoli buonsensi a questa età. Mi son concessa il lusso di avere buoni maestri. Soprattutto di vita. Anche se loro ne sanno un’altra di vita, la sanno diversa. E quella mi hanno insegnato e con questa di qui non mi ci trovo granchè a volte, ma va bene uguale. Ho imparato a buttar giù qualche riga, non ho praticamente mai imparato le tabelline. Ho imparato a starmi a sentire. A darmi anche ragione, qualche volta. Non ancora ad essere indulgente con me stessa, ma con calma e per favore si fa tutto. Ho avuto tempo per essere bella. E un po’ più tempo per vedermici. Ho avuto tempo per le pene d’amor perduto e per quello trovato. Ho un buon carattere: a quelli che non mi conoscono non do mai fastidio. Sono paziente e quieta. Ho un carattere schifoso: quelli che amo li torturo con le mie lune storte e poi pretendo che mi riamino senza battere ciglio. Qualcuno ci riesce pure. Continuo a tradire le mie volontà per forma mentis, ma se non altro oggi me ne accorgo. Di bivi bianco o nero ho fatto quadrivi e anche di più, perché a diventare grande impari i grigi e t’accorgi che talvolta hanno sfumature brillanti. Il bianco e il nero però mi piacciono di più: certa musica, certe ore del giorno, certe linee attorno agli occhi, una certa bocca che sa di pasta al burro, un certo mio profilo, un certo cantante tascabile e sexy, certi miei radicati deliziosi pregiudizi, una certa Europa dell’anima, certi amici che non vedo mai e che sono come anime mie gemelle sparse per altre vite e anche mondi, certe stanchezze buone del cervello quando l’hai usato bene, certi brividi, certi lunghi istanti a stiracchiarsi come gatti, certi gatti stupidi, un certo piacere di istantanei gesti violenti contro le cose inutili, certi tizi che suonano la batteria, certe giornate lunghe, certe creme per il corpo. Certe vertigini in vetta alle scelte. So far so good. (E BUON PANETTONE/PANDORO/CAVALLUCCI/RICCIARELLI/PANFORTE A TUTTI)
mercoledì, 14 novembre 2007
NOW PLAYING: Christina Aguilera, Lil' Kim, Pink e Mya, "Lady Marmelade" Sono in quei rari giorni dell’anno in cui non ho musica da ascoltare, perché quella pazientemente accatastata nei granai sonori dei tempi recenti mi pare all’improvviso un po’ statica, sedimentata negli strati della memoria. Un’insulsa musica thai mi ha cullato serenamente. Per il resto tradisco il mondo con insulse parole un tempo appoggiate su un vinile che ho consumato e consumato: ma cos’hai messo nel caffè che ho bevuto su da te C’è qualche cosa di diverso adesso in me Se c’è un veleno morirò ma sarà dolce accanto a te, perché l’amore che non c’era adesso c’è. La canticchio di soppiatto, dopo 12 ore di lavoro, e cammino fino a casa per far sfumare il cervello, come si fa sfumare il vino quando ci cucini la carne. Mi faccio agguantare dalla malinconia per cose che non mi son mancate mai. Abbracciarsi a sedici anni, per strada, stretti l’uno all’altra per non farsi portar via dalla vita. Dopo i voli adolescenziali mi sto adagiando all’asfalto, soprappensiero e soprappeso: sto di nuovo ingrassando, dispiegandomi come una luna piena il viso, riprendendo la quota e il peso di quando li avevo io, sedici anni, e mi facevo portar via dalla vita eccome. Risalgo con i piani dell’ascensore, finalmente verso il caldo della mia stanza, dopo questo gelido e bello che sembra aver fermato la mia città, svuotandola e tenendola sola solo per farmici passare in mezzo e in mezzo il Titanic dei miei pensieri. Risalgo con i piani dell’ascensore, scartabellando tra i messaggi sul cellulare come faccio spesso nei momenti d’attesa (o di emozione, o di ansia, o di assenza). L’aver detto no ad una cena con un vecchio amore m’infrusca i ricordi che subito si mettono sull’attenti quando leggo missiva d’un amore nuovo, ma che c’ha già le sue belle gambette su cui camminare: “una serata accanto a te non è mai persa”: e almeno il futuro sta al posto suo e io mi sento al mio e fa freddo ed è bello abbastanza. Oggi è già la seconda volta che sono felice: prima, quando tutto pioveva giù fortissimo e scapigliato, senza rispetto per le foglie mosse al vento, e ora. Ecco: vi ho raccontato questo, per buttare un telone cerato su delle scelte d’un certo peso che sto facendo. Sono a un bivio, uno dei tanti, e vorrei far presto a pigliare una strada piuttosto che un’altra, senza aspettare che mi compaia Ruggieri, al bivio intendo Quante vite avrei vissutoooo quante prospettiveeeee. E ora ditemi: sulla vostra, di terra, che succede? Raccontatemi, che mi è sempre piaciuto sedermi qui, e stare a sentire.
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