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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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mercoledì, 24 novembre 2004

NOW PLAYING: Audioslave, "I am the highway"
Due luoghi distanti tra loro prendono senso solo per l’anima di chi costruisce un ponte per andare. Dall’altra parte. Così, intanto, smarco l’incipit togliendomi il cappello di fronte ad Alessia, che ha reso possibile il Viaggio e gli ha regalato una scusa di movimento ottima: il riconoscimento alla sua passione per la scrittura. Detto questo, d’altro si vuole raccontare. Di visioni che ricalcano spaccati di pensieri, che in certi casi – alberi di rosso e punte di montagne inzuppate in una tazzina di neve – seguono in secondo piano il tracciato cerebrale e in molti altri scassano meccanismi di inutili percorsi di ribollimento neurale. E persone. E il nome di un posto. Uno che capita a caso dentro la voglia di andare via per l’attimo, troppo vuoto altrimenti, che dura un week end. Poi diventa vero, fatto di case. Come non vederle, mentre l’1 scendeva per il lungomare di Villafranca al mare. E’ una discesa che non si può ignorare, che cala in vena il pervasivo senso d’assurdo che si respira ovunque da quelle parti. Quattro villette a schiera fanno da sé il villaggio dei puffi, col fusto bianco e il cappello rosso da funghetti allegri e improbabili comfort casalinghi. Segue villozza in stile beverlyhillsantamonicasantabarbainsommac’hoisoldie’ssogganzo (se si riscontrano problemi nella lettura dell’ultimo periodo lo si può bypassare: non sono riuscita a spiccicare le parole le une dalle altre perché lo strafigo proprietario di cotale lussuosa dimora le ha pensate proprio così come l’ho scritte). Accanto si può ammirare chiatta casetta in stile “casotto abusivo”, immediatamente succeduta da rigogliosa struttura baroccheggiante con inserti di colonne corinzioioniche. Via così per un lungomare di deliri architettonici. Già in questa fase dell’adattamento visivo a nuovi entusiasmanti paesaggi si capisce che “per me si va nella città dolente”. Che magari fosse almeno dolente. Invece è solo hitchcockianamente silente. Spazzata da vento che non si capisce da dove arrivi. Quando va bene c’è un avventore per bar (due in totale nell’intera ridente cittadina). Basta poco per comprendere che è da qui che li hanno presi gli abitanti per trapiantarli nel mondo gaio del Truman Show. Non c’hanno lasciato quasi nessuno in questo universo di fuori. Giusto quelli poco telegenici. L’evento mondano, che vede la sottoscritta nei panni di accompagnatrice della star, si fregia del nome di Award ma un dignitoso “premio italiano per” ci sarebbe stato tutto, che almeno uno non s’aspetta le americanate, i lustrini e Beyoncé. Per poi trovarsi di fronte ad un giornalista Mediamente famoso e poco mediamente privo di trucco, che tenta disperatamente di risollevare l’atmosfera da “sagra della gallina di mare” che aleggia ovunque e serpeggia tra i vecchietti del paese che si rifugiano nei locali della cerimonia perché dentro c’è caldo. Così siamo indecisi se trasformare tutto nel circolo dei bocciofili o in più infauste visioni di gente tenuta in ostaggio in un teatro, sotto la minaccia di non ottenere l’agognato premio. Picco di parossismo a pranzo – a parlare piano come in biblioteca che eravamo solo in due - nel locale in stile cambusa di galeone, dove tra una mappa falsantica, una bussola e la stella dei mari disegnata sotto un remo appeso, regna incontrastato un capitano dai capelli tinti, monoespressivo di noia e boria. Tanto da sobillare inquietanti sommovimenti interni quando sta vicino alla cassa, giovialmente decorata di un uncino che Mister paresi pare essersi appena tolto. Amato rifugio dalle frustate di vento gelido è l’albergo, dove l’armadio a forma di cabina da spiaggia ci fa sperare per un attimo che, aprendolo, si acceda direttamente al bagnasciuga. E dove davanti all’ascensore c’è scritto che “in caso di incendio si prega di non urlare”. Leggi: “O tu, gentile cliente, anche nel caso in cui ti stesse già andando a fuoco l’orlo dei pantaloni, sei pregato di mantenere il tono di voce basso, o al massimo puoi esprimere il tuo disappunto uggiolando sommessamente”. Ho adorato quel cartello. Quasi quasi da portaselo a casa. Da brave donne mondane si fa ritorno nel luogo della premiazione per vedersi finalmente tra le mani il mitico trofeo. Emozioni, luci della ribalta e tutto il resto d’ordinanza. Non prima di aver vissuto imbarazzanti eterni attimi di fronte alla banda dei militari in congedo, che si desidera solo si congedino al più presto. Invece l’allegro complessino ci allieterà la Serata in Terrazza, come da programma (a novembre e con meno 10 gradi fuori, ostacolati solo da una struttura di vetro e di spifferi) riuscendo a distruggermi ogni memoria di Summertime nelle peggiori versioni della banda del mio paese (lo posso dire perché ci suonavo anche io). Terminato alla velocità della luce il rincuorante pasto a base di riso freddo e sorbetto alla melaverdeshampooneutroroberts congelato, ci si scapicolla fuori per aver salvo il condotto uditivo da “Stranger in the night” congedata dai militari in congedo come se fosse solecuoreamore di Valeria Rossi. Mi fa male il respiro al solo sentire un simile sgorbio sonoro. Compagni d’avventura di gran caratura ci accompagnano in giro alla disperata discoverta di possibili mondi notturni. Ci rendiamo conto che questo sarebbe davvero chieder troppo alla Divina Provvidenza e che Questo è il Migliore dei Mondi Possibili, perché passo di fronte ad una villetta che è proprio uguale uguale a quella che ho immaginato per la dimora del truce assassino, protagonista di “Io uccido” di Faletti. Tiro su la testa e vedo che, se non altro, questo freddo mi regala uno dei più sentiti cieli di stelle lontane mai visti. Ben presto lo sconforto profondo ci ripiglia e si finisce in un cinema che sembra l’interno di un yellow submarine a vedere “Shall we dance” che in altre circostanze mi sarei piuttosto fatta sparare. Peraltro, in mezzo al film – proiezione privata – che mi giro in testa per tutto il tempo, mi ritrovo davanti un godibilissimo tango di “ballerini pazzi e perfetti”, J.lo e Ritchard Gere, che solo per quello forse vale la pena. Ma ormai il senso del giudizio è definitivamente aberrato e meglio non pensarci. Si dorme davanti alla cabina da spiaggia poi, il giorno dopo, la sagra dell’improbabile mi da uno schiaffo che non me lo dimentico finché campo. Si sta a passeggiare sulla sabbia di una domenica mattina da freezer, con la gente che corre lungo la linea dell’ultima onda che arriva. Non si respira di gelo. Guardo e non vedo che mare e mare di colore metallico invedibile altrove che mi riconcilia col mondo, col migliore dei mondi possibili, con mondi peggiori, improvvisamente silenziosi e lontani. Questo io lo chiamo respirare. Solo questo volevo dire, in verità. Che in quell’assurdo ho respirato. “Ce lo potevi dì prima, che si risparmiava tempo” direte voi. Eh….avete anche ragione. Ma passare due giorni nel regno d’una realtà a-reale qualche effetto deleterio lo impone. E poi sono tornata a casa e ho ritrovato i fiotti di musica nella testa che non sapevo di cercare. Il ponte di fuga crollato dietro di me e una realtà un po’ meno assurda di fronte. Dici niente…
venerdì, 12 novembre 2004
NOW PLAYING: Dionne Warwick, "Walk on by"
Credo che professare di amare il freddo sia qualcosa che fa pensare ad una scelta impopolare e un pò intellettuale. Detto questo, lo ammetto: amo il freddo. Con tutti i post inneggianti al gelo, però, non mi sento di scaldarmi troppo d'entusiasmo. Diciamolo: belli sì gli aghi d'aria sul viso di burro, bella la consapevolezza materica d'essere vivi che ti viene dal vedere il tuo respiro-sbuffo nella mattina ghiacciata. Però. C'è sempre un però. Io amo il freddo. Ma quando devo giusto giusto scendere sotto casa a prendere il giornale. Lo amo meno quando lo sento, infimo, incartapecorirmi i muscoli fino a che fanno male mentre cammino. Amo il gelo delle giornate assolate, che sembra "frizzare" le cose intorno, rendendo tutto immobile e imperituro. Solo la musica di Frank Sinatra mi fa questo effetto. Amo il freddo che mi fa sentire nel luogo più bello del mondo quando sto sotto le coperte. Lo odio quando dalle coperte devo venire fuori la mattina. Amo il freddo perchè finalmente ieri sera ho potuto mettere l'accappatoio caldo, visto che l'avevo strategicamente appoggiato sul radiatore acceso. E mi viene in mente mia madre che faceva il bagno a me e a mio fratello piccoli e metteva i pigiami e la biancheria pulita a scaldare davanti al caminetto. (E mia zia, che di dimestichezza con i bambini non ne aveva, e dopo la doccia ci asciugava col phon per paura che l'asciugamano non fosse sufficiente e che soffrissimo il freddo in pieno luglio!). Amo il freddo, perchè qualcuno ha tirato fuori il detto che chi ha freddo è innamorato. Devo aver freddo per accorgermene, perchè evidentemente il caldo mi ottunde i sensi e le sensazioni. Amo il freddo davanti ad un caminetto, di notte, distesi su un tappeto morbido a parlare piano, con la musica e il vino: così posso sceneggiare prototipi di sere brutalmente romantiche, che tanto non le ho mai vissute e posso lasciare spazio alla fantasia, eletta miglior compagna di vita dell'anno, anzi, diciamo di sempre. Amo il freddo immaginato da sotto il plaid blu elettrico che mi hanno regalato ed è il mio preferito. Ma non sopporto la sensazione di avere dei cubetti di ghiaccio ben allineati al posto del cervello quando mi azzardo a fare un pò di jogging mattutino. Mi esalta inverosimilmente dire che qui a casa, con il riscaldamento acceso, pare d'essere alle Hawaii e si potrebbe andare in giro in bikini. Inebriante il calore che sale dal fornello sotto olio, peperoncino e pasta. Di solito, per me è tutto bianco o tutto nero. Ma al freddo concedo di affascinarmi con la sua ambivalenza di pungente e vitale dolore. Che mi coglie seduta al tavolino di un Caffè parigino. E dire, gelida: "Garçon, un uomo degno di chiamarsi tale, s'il vous plait".
martedì, 02 novembre 2004
NOW PLAYING: Paolo Conte, “It’s wonderful”
Tendenzialmente evito di lasciare qui fastidiose tracce del tipo di quelli che dicono “Ciao mamma” in tv. Nel caso specifico però, la ricorrenza è – a mio insindacabile giudizio – di una certa rilevanza, e non può essere trascurata.
Dunque…
Cara Ky, l’happy birthday te l’ho cantato stamattina all’alba sulla segreteria telefonica, come da tradizione. Come sempre da quando me ne sono andata e non posso essere lì con te a festeggiare. Salvo apparizioni a sorpresa. Da daaan: Noeyalin che salta fuori da un treno fumoso e in ritardo e, cotta come una pera e fuori dalla tua porta, come lo scorso anno.
Auguri.
Che 24 cominciano ad essere sufficienti per dire che sei una donna. Ma io non te lo dico. Perché so che non ti va di sentirlo…
Auguri. Che è meglio che non mi metto a fare il calcolo di quanto tempo è che ci conosciamo.
Auguri. Che sono anni che parliamo d’amore. E siamo giunte alla illuminante conclusione che “se sono secoli che se ne parla, se ne scrive, se ne racconta, il motivo è che nessuno è ancora riuscito a coglierne l’essenza”. Il che ci mette la coscienza a posto – mal comune…- ma non ci fa smettere di cercare, e parlare e scrivere e raccontare e ridirci mille volte le stesse verità, che lo sappiamo che sono poche e non ci basteranno mai.
Auguri. Che hai sempre avuto un tempismo degno di Houdini. Perché solo tu potevi metterti a farmi gli squilli nell’esatto secondo in cui stavo dando il mio primo bacio. Sicuro che non lo dimenticherò mai.
Auguri. Che eri tu quella che faceva gli esercizi di francese quando avevo l’unica parte buona del cervello in panne perché mi aveva telefonato quello lì a casa. Per passargli i compiti, chiaramente.
Auguri. Che c’eri tu a urlarmi da fuori della mia vita quando è stato che il meccanismo andava avanti da sé perché a me non importava più neanche di avere l’anima frantumata dalla nebbiolina milanese.
Auguri. Che non conto più le volte in cui mi hai scardinato i cancelli dei pensieri così intricati, riportando una linearità tanto necessaria.
Auguri. Che non te l’ho forse mai detto, ma sono felice di non esserci stata quando la tua vie en rose se n’è andata così. E io ero troppo lontana per vederti piangere. E comunque non avrei retto.
Auguri. Che ci capiamo quando si dice che ci piace la routine, e il controllo della realtà circostante e le cose sicure. E chi se ne frega se la vita poi ci butta all’aria tutte le carte per l’ennesima volta.
Auguri. Che i Lùnapop l’abbiamo cantati di notte a squarciagola in chilometri e chilometri di strada quando si tornava a casa, per stare sveglie.
Auguri. Che da cinque anni fai l’amica a distanza e ci riesci benissimo, tanto da avermi fatto piangere per posta elettronica. Che poi io sono una che non piange (quasi) mai. E invece tu...che mi scuoti come un albero carico di mele, quando c’è bisogno.
Auguri. Che farti capire come funziona un videoregistratore è un’impresa degna d’Ercole. Per non parlare della gelatina sui dolci della Cameo.
Auguri. Che il tuo R. non ha esitato a darmi della stronza quando non mi conosceva e vedeva che ti trattavo in modo un po’ burbero. Gli ci è voluto un po’ a capire che io sono un po’ matta (ma forse neanche così tanto!) e che quello è il mio modo per dirti che ti voglio bene.
Auguri. Che ora “ti voglio bene” almeno te lo scrivo. E io non lo scrivo (quasi) mai.
Auguri. Che sabato sera, che era notte di pioggia e strada lunga in auto, io ho fatto una cosa che non faccio (quasi) mai. Ho appoggiato la testa sulla tua spalla e tu non hai detto niente. Solo la tua testa a sfiorare per un secondo la mia – che di più la mia frecciata sarebbe venuta su spontanea – quasi a trasmettersi un secondo i pensieri. E infatti tu pensavi che pensavo al Martini bianco di una giornata lontana, io innamorata passeggiando a Viareggio.
Auguri. Che quando ho saputo che avevi avuto quell’incidente sono stata male tutto il giorno anche se ne eri uscita incolume. Che tua mamma ha incontrato la mia. E una delle due, non ricordo quale (che tanto ce lo diciamo sempre che le potremmo pure scambiare, non cambierebbe molto), ha detto: “Beh…sono come sorelle”. Che a quel punto ho pensato, d’improvviso, come un velo squarciato in un attimo. Ho pensato: “Porca miseria. E’ vero”.
Auguri. Che se appena hai finito di leggere non mi mandi un messaggio e dici che ti sei commossa, vuol dire che in questi 24 splendidi anni non ti ho conosciuto neanche un po’.
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