Sic!

   "posto tra parentesi dopo una parola o frase assicura che è scritto proprio così nell'originale, rilevando l'Errore o la Stranezza"

 



www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from Noeyalin. Make you own badge here.
Distorsioni a quattro mani
about
Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
sound
"Strade", Subsonica
"Zeta reticoli", Meganoidi
"I've got you under my skin", F.Sinatra
"Bring me to life", Evanescence
"L'uomo più furbo del mondo", M.Gazzè
"The end", Linkin' Park
"Scar Tissue", Red hot chili peppers
"Jesus to a child", G. Michael
"The drugs don't work", B. Harper
"High speed", Coldplay
"Goodnight lovers", Depeche Mode
"Angel", Aerosmith
"I want to break free", Queen
"Wake me up when september ends", Green Day
"Incantevole", Subsonica
"Like a stone", Audioslave
"Ogni mio istante", Negramaro
"Pure morning", Placebo
"Dentro qui", P.Laquidara
"Walk on by", D.Warwick
"Salvo", Neffa
"Una luce", Pacifico
"Fragile", Sting
"Somebody told me", The Killers
"You look so fine", Garbage
"Casa Lumière", S.Cammariere
"Ad occhi chiusi", La Crus feat. C.Donà
"I miss you", Incubus
"Sing for absolution", Muse
"Uomo contorto", Cinemavolta
"Concepts", Terranova
"Close to you", Chimera
"Cubicle", Rinocerose
"Again", Archive
visioni
"La venticinquesima ora", S. Lee
"La leggenda del pianista sull'Oceano", G. Tornatore
"Casablanca", M. Curtiz
"Moulin Rouge", B.Luhrmann
"Tutto può succedere", N. Meyers
"Amleto", F.Zeffirelli
"Batman", T.Burton
"L'uomo senza volto", M.Gibson
"The man who cried", S.Potter
"Matrix", A. e L. Wachowsy
"Nicotina", H.Rodriguez
"Molto rumore per nulla", K. Branagh
"Se mi lasci ti cancello", M.Gondry
"Speed", J. de Bont
"Luce dei miei occhi", G.Piccioni
"I soliti sospetti", B.Singer
"Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera", Kim Ki Duk
"Sideways", A.Payne
"Braveheart", M.Gibson
"Lemony Snicket- Una serie di sfortunati eventi", B.Silberling
"Gli intoccabili", B.De Palma
"I heart huckabees", D.Russell
"Good night and good luck", G.Clooney
"La cura del gorilla", C.A.Sigon
"Reinas, M.Gomez Pereira
"The prestige", C.Nolan
carta
"Novecento",A.Baricco
"L'idiota", F.Dostoevskij
"Il profumo", P.Suskind
"L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez
"Cassandra", C.Wolf
"Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes
"L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera
"Il mito di Sisifo", A.Camus
"Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda
"City", A.Baricco
"Narciso e Boccadoro", H.Hesse
"L'onorevole scolaro", J.Le Carrè
"Il principe felice",O.Wilde
"Il giardino segreto", F.H.Burnett
"Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado
"Sostiene Pereira", A.Tabucchi
"Il maestro e Margherita", M.Bulgakov
"L'arte di viaggiare", A. De Bottom
"Il segreto di Luca", I.Silone
"E' stata una vertigine", M.Maggiani
"Questa storia", A.Baricco
"Fahrenheit 451", R.Bradbury
"The prestige", C.Priest
"Il pendolo di Foucault", U.Eco
"I segreti di Londra", C.Augias
sul comodino

"The Shakespeare secret", J.L. Carrell
"Memoria delle mie puttane tristi", G. Garcia Marquez
wine bar
Martini bianco on the rocks
Glicine
Nero d'Avola
Falanghina
Donnafugata
Beaujolais
Valpolicella
Albarino, Rias Baixa, Salneval Valle del Salnes
Negramaro
Curiale
strade mie
Amaramente
Aoi
Ataru Moroboshi
Bando
Barbiere della sera
Birambai
Blu
Buona o Cattiva
Chinaski
Curva Ottica
Daveblog
Effe
Eriadan
Flor
Ge
Giopope
Il militante
Insane soul
Juditta
Kappa
Kekkoz
la commessa
Laprofepuntoit
LeMieMari
Lontanodentrome
manginobrioches
Ninna
OneImaginaryBoy
Personalità confusa
Placida Signora
Prejudice
Rael
Subsonica
Sviluppina
The Gatta
Valelarossa
zop
nel posacenere
oggi
luglio 2009
giugno 2009
aprile 2009
febbraio 2009
dicembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
smoke gets in your eyes
grado di lucidita alto
grado di lucidita inesistente
grado di lucidita nella norma
grado di lucidita non pervenuto
segui il fumo
  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
passati da qui
*loading* visite



sabato, 25 dicembre 2004
 

ANNO XXIV

NOW PLAYING: Katia Ricciarelli, "Ave Maria" (da "Otello", G.Verdi)



Anno ventiquattresimo. I capelli sono un po’ più lunghi. Molto più lunghi. Femminilità coltivata in serra per 12 mesi netti.



Dentro un’altra notte, una come tante, mi ritaglio ancora spazio di luce su uno schermo come carta. Bianca.

Segni, invece, come un mantello lieve sulle spalle.



Anno ventiquattresimo.

TEMPO § Diluito come strana digressione incolore. Tempo. Misura, di quello, nei molti – molti - questa volta quelli che sono andata a salutare. Altrove, più importante, il luogo lontano verso il quale viaggiare. E magari arrivare.



Giorni d’inverno già scorso. Scopro che sono ancora abbastanza forte per affermare il mio diritto a guardarmi allo specchio ogni mattina. E riconoscermi.



Primi colori di Maggio. Noeyalin per strada si ferma e torna sui suoi passi. Veloce, perché la coscienza dura non se n’avveda, coglie un papavero rosso (di quella tinta, lei lo vede) spuntato in una crepa d’asfalto. Lì decide di nuovo di lasciare una luce in attesa,



fuoco fatuo

perpetua

la tenue

speranza

di avere sofferto abbastanza

.



Schianti d’estate. Si dichiara l’armistizio d’anime. Giù l’armi che c’è pelle da scoprire, respiro da non ascoltare, altri mondi possibili da toccare con le dita e impiastricciarle di “se fosse” senza paura.



Autunni e gelo ancora. Di risonanti mondanità e mondani vuoti si riempie la cadenza di giorni. Distanze di (L)acuna. lacune di sentire. Ma qualcosa resta nei ritorni d’un senso di buttar giù parole a cuocere con cura, ad amalgamare e assaporare idee e storie per il semplice gusto di un dire nonsense. Altro tempo non resta da ascoltare poi.



LUOGHI § Di nuovo in Aria. Mentre continuo ad invaghirmi di questa Notte di Città, coltivando un amore lento e sconfinato nel riquadro della mia finestra sulla piazza, so che questo è il mio posto. Per volare – Dio, sì, volare – e trovare

il mio posto

in altre me, che sia una notte a giugno stellato, sul balcone d’un albergo di mare, luci, Sicilia. Che sia il silenzio a lungo cercato e trovato solo sulla terrazza di una casa a Barcellona. Che sia urlo di ghiaccio di una mattina chiara come certe verità improvvise, in riva all’Adriatico celeste metallo. Per tornare ancora al mio posto qui, in una casa, in una stanza. Persone. Voci familiari. Fuoco. Acceso. Stato di quiete non apparente.



SUONI § Impensabile amnesia delle nuove onde sonore accese fin qui. Mille sono state. Lo ricordo bene ma. Come memoria volatile sfuggono gli unici respiri in musica che hanno riempito sere altrimenti di silenzio. C’è stato, se non rammento male, il deciso passo di qualche tango. Vecchie calde Voci che sole accompagnano le mille immaginarie sigarette già fumate e sognanti lenti. C’è stata la rabbia di sotterranee & soniche strade ormai familiari. Del resto, giuro, non ricordo. Sarà che ormai gli anni intrisi di musica sono come il naturale respiro che ad un altro respiro segue. E la sequenza dei respiri non si ricorda. Non ce n’è necessità.



VOLTI § Di questi niente voglio dire. Perché vanno e vengono come navi in affanno. Mi sorprendo a stupirmi ancora di quanto qualcuno d’un tratto possa divenire indispensabile ai nostri giorni. Per tornare poi, in un altrettanto improvviso attimo, a mostrarsi inessenziale al trascorrere dei secondi. Mi sorprendo a ridisegnare trascorsi volti per renderli vivi ancora. Mi sorprendo a trovarmi riflessa di più nei volti di quelli che non conosco, che in quelli di coloro che mi conoscono. Indubbia avaria, questa di lasciarsi ancora stupire da presenze di umanità varia. Giocosa sfida, umano pungolo d’un intelletto – il mio – d’indolente stasi di fronte all’altrui prossima mossa.



Anno ventiquattresimo.

Restano aperti ancora gli occhi. Ora non c’è affanno. Ore di buio conosciuto. Ma anche un po’ nuovo. Sento rumori da dentro. Mi va di credere che c’è un uomo bambino dentro il cuore che con zelo e lentezza spazza via foglie secche. Passate. Un Bambino che sta al fondo dei nostri sogni.



Lo stesso, magari, che ho visto passare l’altro giorno per strada. La mano in quella della mamma, l’altra ad indicare un cane. Zitto guarda. Improvviso: “guarda è color luna!”. L’adulta intransigenza cromatica della mamma corregge il bimbo: “il cane è bianco…il color luna non esiste”.



Anno ventiquattresimo. Comprendo adesso che il senso del candore delle cose d’un bimbo non ha pari. Comprendo che dentro ogni notte ci vedrò il

color luna

. Dentro una notte speciale.

Dentro un’altra notte, una come tante.

















mercoledì, 22 dicembre 2004
 

Associazione a delinquere...di stampo letterario

NOW PLAYING: Rem, “Man on the moon”

Sto qui, che non mi va di buttare un’altra notte a dormire. Poi non avrebbe neanche senso, riacciuffata dall’odore di buio che mordicchia lo spazio attorno alla lampada sulla scrivania, contagiata da chi ha passato la sera a dire di altre sere lunghe di giri e parole e vita che, di giorno non sarebbe lo stesso. E io lo so.

Allacciatevi le cinture (se ci riuscite), che state per viaggiare nel backstage dell’evento più evento dell’anno blogosferico: l’incontro tra Ataru e la sottoscritta.

Fuma una sigaretta dopo l’altra. O almeno così mi sembra. Non che la cosa mi dia fastidio, che quasi mi pare irrinunciabile, dentro uno spazio di parole così fitto, come si potesse riprendere fiato solo sbuffando fuori il fumo. E’ una sequenza di gesti controllati, la sua. Quasi rallentati dal mondo che al di fuori di un tavolino troppo piccolo continua a scorrere, mentre qui faccia a faccia parole, ricordi, coincidenze di spazio e tempo rotolano lisce una dopo l’altra. E un po’ ci si rimugina ed elucubra e un po’ no. Che per il tempo di stare a parlare la sera proprio non voglio mettere in riga i pensieri. Rimando a domani. Che si lavora e mi serve la carta millimetrata per disporci bene sopra le razionalità ben temperate. Dopo averlo incontrato la prima volta mi sento le idee rimbalzare - d’improvviso movimentate -nell’area più grafomane della testa. Sarà che per me lui è stato, per quasi un anno, pura scrittura, puri segni di senso o di gioco di parola su uno schermo. Il fatto è che nel parlare di scrivere io sto davanti a tutte le mie sere a battere sulla tastiera, ad affilare l’arma bianca di un verbo, a soppesare la leggerezza di un aggettivo che scivoli bene in fondo ai miei occhi, prima di quelli di chi legge, a rotolarmi in bocca qualche nome nuovo che m’invento attaccando le parole. Sto lì, seduta a raccontare di Strade che stanno anche sulle mappe di lui.
Di vita più vera il suo racconto in bit, di traslucide storie e sensazioni il mio. Di viottoli e incontri differenti il percorso per raggiungere lo stesso luogo: passione di dire. Dietro, letterarie vite come tali viste e visitate e riviste e stese su schermo ad asciugare al respiro di chi, per un attimo, si ferma a leggere qualche mazzetto dei nostri minuti.
Considero: che, per il solo fatto di stare ad ascoltare le mie invertebrate assurdità, lui e l’incontro meritino la letteraria aura di una donna – va bene una qualsiasi, ma in questo caso sono io (eh, che ci volete fare?) – che ordina un Martini. Infallibile come un’arma di precisione, momento che vive di luce propria nell’immaginazione.
Considero: che affidarsi a chi è capace di stracciare veli inattesi su questa Città, su angoli e vedute che parlano perché molto sanno della vita di lui e di molti altri che “qui” è il centro del mondo, sia un’opportunità senza prezzo per comprendere anche il respiro di sue parole scritte e di altre mie che forse verranno.
Io continuo a parlare e poi parlo ancora e parlo sopra la consapevolezza netta che lui mi ascolta a metà perché anche io parlo a metà e faccio una fatica immonda a non perdere il filo, che abbiamo l’altra metà del cervello sull’altra linea, ad ascoltare che parte “Leaving New York” dei Rem.
Ancora migliaia di facce incontrollabili mie che non capisco che effetto complessivo possano dare, probabile indice di non troppo sotterranea schizofrenia, ma di fronte a certi suoi sdoppiamenti letterari, in fondo, credo ci si possa intendere.
Ecco, magari questa cosa - di avere occhi come occhi passati - fa leva su certe mie acidità di stomaco poco carine da trovarsi di fronte, che ci ripenso dopo di dover sperare di non aver buttato sale su qualche sbucciatura d’anima ancora aperta. Ma è un attimo seguito di silenzio e del liberatorio mantra con cui terminano tutte le conversazioni su cosmici irrisolvibili quesiti che riguardano l’area cardiaca: “Boh…”. Poi si riparte, nell’ordine, di: blocco dello scrittore, suoni, come copiaincollare il post, sì però l’hai capito che io in queste cose sono un disastro? Lui ti risponde dicendo che non ne capisce granchè e poi tira fuori che sul template questo e quell’altro l’ha fatto da sé e lo sa benissimo che mi fa dispetto, perché per me i suoi disegnini e la Gioconda richiedono la stessa abilità tecnica. Sgrunt.
Mi succede anche che dopo la prima volta che l’ho visto quasi non mi ricordo che faccia ha. Mi succede sempre. C’ho un po’ di aggeggi da farmi resettare nella testa. Non mi meraviglierei, però, di vedergli il viso in controluce di font Georgia, negli occhiali e negli occhi riflessi un vecchio taxi, una Mini (“modello vecchio Noeyalin, e azzardati a dire che si può confondere con quello nuovo”...c’ha ragione lui), un indiano strambo – no, non sono io che mi specchio nelle sue lenti! – un lavavetri con uno spiccato senso pittorico, un ispettore… Lui ha addosso tutte le parole che scrive e così io un po’ mi dico che non mi ci manca molto a diventare uguale, che una foglia di verbi mi rimane cadendo tra i capelli, una goccia di figura retorica mi bagna il cappotto, una briciola di “now playing” mi impiastriccia la bocca. Non può che finire così, con lui.
Così: “Notte…mi sa che vado a postare”. Eh. Mi pigliano le ore senza giorno, mi piglia di viverle contagiata di nuovo di scrittura.
Ma porca paletta Atà, per colpa di questa malattia son le tre e io son qui a picchiettare sulla tastiera e non so quante volte ho rifatto “play” sul lettore cd perché non mi finisse la benzina uditiva mentre strabordo di parole. Notte…poi posto eh…

Questa la mia versione dei fatti...qui trovate quella di Ataru.




















domenica, 19 dicembre 2004
 

Non ti scordar di me

NOW PLAYING: Samuele Bersani, “Replay”

Ho finito con il trucco, mi sono pettinata. Ho scelto un’armatura robusta, lucidata a dovere prima di uscire. Perché mi hanno detto che questo film è piuttosto commovente. Non che io sia tipo dalle lacrime in tasca – che c’è una sola storia che ogni volta mi fa piangere, appena arriva quella precisa battuta sullo schermo – comunque non si sa mai, in questo periodo di sismografi emozionali impazziti, potrebbe fiorire una crepa nell’anima. Dunque, non volevo correre rischi, che la stanchezza a volte gioca brutti scherzi.
Mi sono seduta al cinema e ho guardato tutto il film mettendo su la mia faccia seria, quella quasi imbronciata, come uno che guarda un oggetto immoto con un’aria di sufficienza. Ma ti s’infiltrano le emozioni a tradimento, diritte da questo “Se mi lasci ti cancello”, di taglio attraverso lo spiraglio di un’apparente sciattezza visiva, guancia a guancia contro la barba troppo lunga di Jim Carrey e davanti all’orrore “azzurro sfacelo” dei capelli di Kate Winslet. Il brutto è che non te ne accorgi. La storia ti prende per mano e tu guardi altrove. Ti si appiccica addosso scrollando una certa impalpabile lentezza, facendo il pieno di una intensità non comune ad ogni inquadratura, volto, citazione nietzchiana. A dire il vero, questo andare lento è tutto un bluff perché poi la trama t’investe come un treno merci. Questo perché dentro c’è (quasi) tutta l’intera fenomenologia amorosa. Non ha importanza l’angolazione da cui ti metti a sezionare, riflettere sulla storia, perché immancabilmente ti spuntano fuori le tue, di storie. Man mano che sullo schermo Joel e Clementine dispiegano l’intero ventaglio romantico ristorante-bigliettini-disegnini-stelle-parole-giochistupidi-nomignoli-e via diabetando, non puoi fare a meno di mettere in piedi un gigantesco gioco del “Memory”: non vuoi, ma continui a far combaciare i pezzi dei tuoi cuori passati con tutta l’evoluzione/involuzione della storia trai due personaggi.
“Rimozione chirurgica dei tessuti cerebrali che riportano segni di lui”. Questa frase l’ho già scritta. Più volte l’ho pensata ad occhi così serrati, quasi da far male, come se desiderandolo più fortemente potesse davvero accadere.
Nel film, una soluzione e prospettiva possibile, perché è proprio questo che accade: i due protagonisti si lasciano. Impulsiva, lei si fa cancellare lui dalla mente, perché “sa, la signorina non era troppo felice”, lui lo scopre e – ferito – si sottopone alla stessa procedura. In due sacchi da morgue metti dentro tutto quel che ti ricorda l’altro, ti addormenti, ti risvegli e Puff, l’altro non c’è, non c’è mai stato. Salvo, a metà strada, scoprire che mantenere la sensibilità a ricordi che sembravano troppo difficili da vivere è l’unica vera strada per non andare in mille pezzi dal dolore. C’è di più. C’è dell’altro: inconcepibile e inumana si rivela per noi la possibilità che chi si è amato e ci ha amato possa dimenticarci completamente. Un cartoncino che avvisa gli amici comuni della cancellazione avvenuta e chiede che quella persona non venga più neanche nominata; e tanti saluti.
Senza che, per mesi e mesi, dopo una fine, ci sia dato di ripercorrere i minutosecondi di felicità trascorsa, alla ricerca di quel che era giusto e di quel che ci ha portati in fondo alla strada, a cercare, davanti a quell’angolo familiare di veduta su una storia che è stata. Privi di quella possibilità di intontirsi di un ricordo imperfetto che “sembra che sia vivo, mentre invece non si muove: presenza imperfetta, morte imperfetta; né oblio né resurrezione, semplicemente l’estenuante illusione della memoria”. Perché poi, è di questo che parla il film: ci fa balenare davanti agli occhi la possibilità di non dover per forza passare da quello sfigato “Vicolo corto” sul Monopoli, quello che chiamo “il giochino del se”: se avessi fatto, detto, scelto questa o quest’altra cosa forse ora saremmo ancora noi; inevitabile terapia post-no happy end. Cancellare tutto in una notte ti risparmia questo autistico ritornello che puntualmente ti conduce all’unica illuminazione possibile, non mi va più di cercare la soluzione di questa sciarada, perché fin qui io “mi ricordo per essere infelice/felice, non per capire”. Non serve a Joel, nella sua onirica e imperfetta cancellazione di Clementine, sentirle dire “Ma io volevo che tu restassi”.
E a noi poveri mortali – a differenza dei due su pellicola - non è dato sapere quali saranno gli spigoli dell’altro che all’inizio d’innamoramento non vedremo e che mille volte poi ci si infileranno nella carne viva. A nulla servirà ricordare, molto più avrà senso
“e più sarò lontano
e più sarò da te
dimenticato e muto
come uno che non c’è”.
Di nuovo diremo Io non sono un’idea, non la tua ragione di vita. Abbiamo umanamente bisogno della memoria per ricordarci d’averlo già detto a qualcun altro, che non è servito a niente, per dirlo di nuovo e di nuovo sentire “Lo so, ma io volevo lo stesso che mi salvassi”.
Senza memoria , del cui valore pedagogico m’infischio – perché tanto a ricascarci, ci si ricorda sempre come si fa -, saremmo come incanutiti volumi di pagine vuote, come quelle che per fugace apparizione circondano il paranoico nascondersi dei due protagonisti in una delle scene del film. La salvezza è solo nei ricordi non vissuti insieme… “avrei voluto conoscerti da bambino”, anche solo per colmare il vuoto senso di colpa per non esserci stato quando soffrivi, seppure solo per esserti sbucciato un ginocchio. La salvezza non sta invece nell’incancrenirsi di piccoli gesti, vezzi, momenti che nella memoria diventano mitologia di un altro che non c’è più. La rosea risposta di “Se mi lasci ti cancello” sta nell’imperfezione della procedura di reset della memoria, sta nel lasciare intravedere quella secolare leggenda dei due destini che non possono non incontrarsi, così Joel e Clementine, nonostante sappiano delle reciproche ferite che si sono già inferti nella vita prima della cancellazione della memoria. In questa storia la redenzione sta in quell’”Aspetta…”, aspettami, aspettiamo che la felicità torni, passi ancora da qui, stavolta magari avrà la giusta traiettoria da me a te.
“Chi dimentica il passato è costretto a riviverlo”. Pareva banale. Ma per me vale così. Solo se coltivo il passato come pianta viva potrò domani concedermi il lusso di racchiuderlo in una scatola di cartone colorato – una storia tutta lì dentro – e sperare di non doverne comprare ancora un’altra. L’happy end del film che ha messo in salvo la mia corazza in fondo è un po’ da legge del contrappasso: che più ti vuoi dimenticare e più ti ritrovi allo stesso punto della storia. Insomma, mi stona questa cosa che il nonsenso del cancellare sta tutto nella fatalità che se è destino quella persona ti troverà, la troverai di nuovo.
Piuttosto scelgo di amare questo film per avermi sceneggiato questo umano istinto alla dimenticanza, che poco – in verità – ha di annichilente. In fondo è la condizione per la mia sopravvivenza; poiché se io non dimenticassi morirei. L’innamorato che non dimentica qualche volta, muore per eccesso, fatica e tensione di memoria.




















domenica, 12 dicembre 2004
 

Notturno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOW PLAYING: ticchettìo della sveglia (roba d'avanguardia...)

ORE 3:00

Finisce così poi, che sono le tre del mattino e ti sei svegliato dopo già due ore di sonno. Ti sei svegliato forse perchè stavi facendo sogni troppo intensi, di pensieri di cose che devi proprio fare e così, come un meccanismo automatico d'allarme, alla fine il dormiveglia è diventato troppo leggero e poi hai cominciato a pensare che hai anche sete. Quindi ti svegli per un troppo alto livello di coscienza. O più semplicemente succede perchè spostandoti dentro al letto senti che il peso della coperta è eccessivo e quel lembo non riesci a ritirarlo su. Tutto per il fatto che il piumone s'è sottratto al magico incastro tra il materasso e la parete.
Insomma, finisce che sei sveglio.
E per tutti i motivi di cui sopra, i movimenti onirici intensi, le lenzuola che sfuggono, quasi quasi sei tentato di, fortemente tentato di chiamare e raccontarlo all'unica persona che sai che è certamente sveglia a quest'ora. Ripescarlo in qualcheduno dei suoi luoghi, delle sue geografie personali dentro questa città con una telefonata, tanto succede sempre che gliene arrivino di questo tipo, e dirgli Sai mi sono svegliato per questo, questo e quest'altro motivo, poi ero certo che eri sveglio e così...E mentre lo dici renderti conto che è un muro di stupidaggini, perchè in realtà forse ti sei addormentato con sul cuore troppo peso, che ti eri arreso, spegnendo il cellulare all'una dopo il quasi trecentosessantacinquesimo "'notte..." e ti sei accorto che da secoli non ha più senso, tanto meno i puntini di sospensione che l'altro che ha scritto ci mette sempre e prima ci vedevi un mondo e ora non ci vedi niente. Così hai spento il cellulare e hai pensato "non si può andare avanti così", dandogli solo un pò più peso rispetto alle ultime trecento volte in cui l'hai detto. Poi avevi spento la luce, confidando nel sonno, in lunghe ore inscoscienti e, magari, più leggere.
Poi hai cominciato a sognare che nel sogno eri proprio tu, non un altro - come spesso accade - che un pò ti smorzava i toni di quel che poteva succedere. Ricordo che dicevo nel sogno cose vere, che in effetti dovrei fare. Sarà stato quello che mi ha svegliato. O più semplicemente il tizio avvinazzato ("avvinazzato? Dio, ma da dove vieni, dagli anni Cinquanta?") qua in piazza che ogni tanto alza la voce per dire a tutti quelli che dormono le sue verità incomprensibili.
Dopo essermi alzato a bere, so che ributtandomi giù avrei dormito di nuovo quasi subito. Ma poi la carta e la penna hanno avuto la meglio, come accade spesso ultimamente.
Succede che più che altro mi da fastidio e sembra proprio fuori posto l'uccellino che sento cantare sugli alberi della piazza solo di notte, un'altra voce isolata che salta fuori godendo dell'amnistia del traffico. Succede che, dovendomi alzare per prendere una penna nuova, perchè questa ovviamente doveva scegliere proprio le 3:24 del mattino per finire l'inchiostro, accendo anche la luce più forte, così ci vedo meglio. Succede che mi si riaffaccia lieve il mal di testa che ho avuto tutto il giorno. Forse in questa stanza fa troppo caldo. Tutto il corpo, in ogni angolo, dice che è meglio dormire, fiaccato da una giornata trascorsa a sbuffare fuori inutili, insipidi, patetici pensieri di ribellione contro le mille attese che si prolungano e si dilatano nei miei diurni. Zittisco le gambe, il respiro lento e le palpebre le costringo pian piano ad essere più leggere con la scusa che tanto hanno già dormito un paio d'ore e che ora mi lascino occupare clandestinamente almeno un tempo di questa notte lunga che avrei invece dovuto rimettere all'immobilità consacrata di Morfeo.
Proprio quando il corpo quasi si è convinto e torna ad essere vivo, cominciano ad insinuarsi le macchinose ore di domani, quel che m'aspetta e non ho voglia di fare. Non provo neanche a ricacciare indietro questo solito vudù che incombe. So che potrei farlo riaccendendo la miccia di note jazzate di prima che dormissi. Ma vigliaccamente preferisco finire di scrivere e ricacciarmi sotto le coperte.

[Sono la rara lucida voglia di non dormire di Noeyalin. Ho copiato questo delirio d'insonnia dal suo quaderno di pelle bordeaux, che lei ci scrive con la biro. Che scempio.
E parlo al maschile. embè?]
















domenica, 05 dicembre 2004
 

Walking in my shoes

 

 

 

 

 

NOW PLAYING: Muse, “Darkshines”

“Si trovarono davanti agli occhi, in mezzo al marciapiede, il tacco a spillo di una scarpa nera***immobile come un minuscolo scoglio nel torrente in piena della gente.
- Diavolo – disse Diesel.
- Diavolo – nondisse Poomerang.
Fissavano quel tacco nero, a spillo, e fu un niente vedere – un attimo dopo l’inevitabile flash di una caviglia in nylon scuro – vedere il passo che l’aveva perso, esattamente il passo, inteso come ritmo e danza, compasso femmina smaltato nylon scuro. Lo videro dapprima nel pendolo danzante di due gambe sottili ***quel ritmo che nei loro occhi era ormai diventato corpo femminile***quando improvvisamente si increspò sul minuscolo controtempo di un tacco che si mise ad oscillare, a un passo, e si piegò, al passo successivo, staccandosi dalla scarpa e da quel ritmo tutto***costringendolo ad una cadenza – non proprio a una caduta – dove ritrovare l’equilibrio di una immobilità – il silenzio.
Guardavano un tacco a spillo nero, ma stavano vedendo in realtà quella donna scomporsi e rallentare, la videro girarsi per un attimo dicendo
- Merda
senza neppure per un istante pensare di fermarsi, tornare indietro, recuperare il tacco, provare a riappiccicarlo***ma continuando invece a camminare, giusto col vezzo di dire
- Merda
nel momento stesso in cui, escludendo di stropicciare la propria bellezza nel controtempo di una zoppia obbligata, si sfila la scarpa ferita, con un gesto leggero, senza smettere di camminare, e diventa poi definitivamente leggenda sfilandosi anche l’altra – compasso scalzo cromato nylon scuro -, prende le scarpe, le butta in un cassonetto blu”.

Potere immaginifico di un oggetto che ha, rappresa in sé, una semplice banalità.
Umiltà anche, perché di noi umani è la parte più liminare. La più lontana dalle sedi d’intelligenza e sentimento. A contatto con l’asfalto, sui passi di altri passi. Scarpe. Poesia degli oggetti comuni. Niente di nuovo, s’intende.
Venero fermamente la sublime vertigine che Baricco ha dato al tacco a spillo nero piantato in mezzo ad una megalitica City. Me lo dimostra il fatto che di molti Shakespeare, Sepulveda, Dostoevskji, Marquez, questo è l’unico dei dire letterari che ciclicamente ripesco e ripercorro come un bisogno fisico irrinunciabile. Mi piace pensare che, alla fine, l’ultimo passo verso le vetrine d’un negozio di scarpe sia stato mosso dalla perfezione letteraria di quelle parole di sopra. I primi moti, invece, lo so, da dove arrivano: è lo scatto della corsa quando i miei mi imponevano i cosiddetti “sandali a frate”, d’ispirazione - non a caso – francescana, vera mortificazione del pedestre spirito estetico e molla del riscatto di fronte ad un bel paio di ballerine bianche che “ti fanno male ai piedi perché son troppo basse”. La rivalsa su cotanta bruttura cresce con i primi tacchi, per esplodere un anno fa. Di fronte alla fontana di Trevi arriva la folgorazione rosa shocking: decolletes in pieno stile pink panther. Tanto da conquistarmi il nomignolo dell’indiscutibilmente rosa personaggio da parte del mio capo, termometro delle mie follie calzaturiere. Il test d’effetto sul gruppo di nove giacche e cravatte in sala riunioni, per un’intera mattina sottoposti allo shock visivo di un nero totale, dissacrato da quello sbuffo cromatico altèro e che non ammetteva repliche. Immancabili gli sguardi in sequenza stravolti-incuriositi-sorridenti. Un successo. Peraltro il mito di quei primi passi calzati di rosa è stato in seguito alimentato dalla prematura scomparsa dell’oggetto del contendere, come vere star, vittime d’un furto. Cosa che le rende oggi protagoniste della mia personale Hall of fame sul muro di camera mia: immortalate per sempre “Beloved pink shoes missing”. Prontamente sostituite, ma mai dimenticate, da altrettanto degne decolletes. Stesso modello, si passa ad un arancio accecante che mi ha sostenuto l’umore in tutta l’estate. S’incurva il piede dentro un tale oggetto d’attrazione per la vista: non c’è pari alla linea di un tacco fine che prima sale lentamente, poi corre fluido sullo sguardo sempre più verticale che segue il senso rotondo di un polpaccio che – in tempi buoni – pare disegnato da una matita nera carbone con segno netto e morbido. Si fasciano le gambe poi, con l’arrivo del freddo, uno, due…meglio che non li conto, gli stivali. Meglio non provare a parlarmi di “shoes victim” com’ho sentito cianciare da varie velineciccinebelline in un servizio di Verissimo. Lo ammetto: solo una volta ho ardentemente desiderato quei divini sandali di Dior e solo perché li vedevo ai piedi di un’amica in carne ed ossa e non nelle irreali vetrine di via Condotti. Che poi torniamo agli stivali, cruccio di non potersi permettere un tacco12centimetri, che ho visto lo sguardo impietosito di mia madre mentre li provavo nel negozio e parevo un trampoliere infelice. Ma non posso scollarmi dal cervello che il tacco è pilastro del portamento: un sorriso strappato a quell’oscillazione dell’80% (rilevazione scientifica attendibile) in più del corpo, destra-sinistra-destra-sinistra, tu tun tu tun è solo un ritmo di tutta l’anima. Peraltro c’è chi, come me, di poco ne trae beneficio, perché se le tue membra non conoscono un suono di fluidità tutto loro, non c’è tacco che tenga. Certo che il tutto può essere evocato con qualche nota adeguata. Ci sorprenderebbe quanto possan fare i Meganoidi in tal senso. Ma torniamo a noi, e qui non cedo alla descrizione dei contenuti della mia scarpiera, cosa che è di poca importanza pure per me. Dico solo che, puntualmente, ogni nuovo modello è testato sul mio capo e le riunioni di cui si diceva, perché se un uomo si accorge che hai le scarpe nuove, la tua vita è ad una svolta. Del resto, non si contano le svolte cui le mie scarpe mi hanno condotto. Stivali e rosso scuro erano quel che mi hanno visto per anni camminare al rallenty lungo un binario della stazione di Milano, passo deciso, netto a chiudere questioni rimaste aperte. Mille e mille volte ho avanzato lì, incontro ad un volto man mano sbiadito, con un passo ancora finalmente cancellato senza ombre. Solo nella mia testa. E passi ho fatto verso occhi divertiti, presi di luce da una punta troppo lunga, con mio padre che mi guarda perplesso e ride: “Le scale devi scenderle di traverso perché con tutta la scarpa sul gradino non c’entri”. L’educazione visuale di mia madre, dapprima shockata dagli azzardi monocromatici e poi affezionata a certi miei estri disinvolti.
Insomma. Se un giorno in riunione a pestare distrattamente il capo fosse un mocassino, sai che delusione… Ha voglia mia madre a mortificarmi ogni volta lodando l’estetica dell’ultimo orrorifico modello alla Dr.Scholls. Ci devo andare per il mondo, con le mie scarpe. Pretendo che parlino di quella piccola parte di me che altrimenti non osa venir fuori. Poi, vuoi mettere la soddisfazione di poter dire: “Ho girato sui tacchi e me ne sono andata”.
Un passo sicuro, uno più traballante ancora avanti, fin dove si arriva, ma con un tocco di pazzia e grazia. Please.