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venerdì, 27 maggio 2005

E.mule mi segnala che ho ancora 9 minuti e 26 secondi per finire di scaricare “Nera signora” dei La Crus. Nove minuti dentro questa stanza che sa di venerdì, di un sesto piano totalmente vuoto di documenti, telefoni che squillano, capi che passano in corridoio. Nove minuti – ora sono 6 e 24 secondi – da dire che questo giorno sembra restare fermo in un’ora, in una luce precisa, senza troppo da dire, anche se sussurra di porte aperte al vento, mentre altre sbattono. Al vento chiuse. Abiti da riporre con cura e – ancora 4 minuti – un lettore mp3 da riempire come si fa con le valigie, mettendoci tutto dentro ben in ordine, per sezionare poi gli angoli di visione in uno spazio diverso da qui, a tempo di battute e pause. Due minuti e 34 secondi e non so perché oggi mi vengono in mente racconti di Garçia Marquez, immaginazione di luoghi tangenti e tangibili, geografie non viste, un passo ancora da fare per arrivare più lontano e qualche prospettiva rimasta nascosta in un cassetto, che si sparpaglia senza che me ne prenda cura. Trentuno secondi per riprendere a battere il tempo sul tacco d’una scarpa color arancio e mai ritmo fu più azzeccato di “Time is running out” dei Muse. Resta un soffione da spiumare in un battito di ciglia, che poi mi alzo, il corpo già in avanti a trovare un altro posto, fuori da qui.
Zero secondi. Download completato.
NOW PLAYING: La Crus, “Nera signora”
lunedì, 23 maggio 2005
Per la serie "ora che ti sei laureata non c'hai più niente da fà"...vi propongo (per poco, giuro) questa spazzatura...
1. volume totale dei file musicali nel mio hd
Ma che ne so
2. l’ultimo cd che ho comprato
Subsonica, "Terrestre" (che domande...)
3. canzone che sta suonando ora
Muse, "Falling away with you"
4. cinque canzoni che ascolto spesso (ultimamente) (ma anche da anni!)
Subsonica, "Vita d'altri"
Garbage, "You look so fine"
Kings of convenience, "Cayman Island"
Negramaro, "Mentre tutto scorre"
Jamiroquai, "Corner of the heart"
5. cinque blogger a cui passo il testimone
Cavuccio perchè deve fare un po' di quelle cose blogghiche pallose che tutti fanno, visto che è un neofita
Blu perchè mi vuole bene e perchè spero che mi tiri fuori qualcosa di" veramente jazz"
Plepacat perchè spero che mi tiri fuori un Frank Sinatra d'annata...
sabato, 21 maggio 2005
NOW PLAYING: Kaiser chiefs, "I predict a riot"
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA
“LA SAPIENZA”
Facoltà di Scienze della Comunicazione
Lauree della sessione invernale a.a. 2003-2004
Commissione del 21 maggio 2005 (MATTINA)
Centro Congressi
VECCHIO ORDINAMENTO
Candidato Relatore Correlatore
13.40-15.00
XXX XXX XXX
XXX XXX XXX
NOEYALIN XXX XXX
Vabbè. Facciamolo.
martedì, 17 maggio 2005
NOW PLAYING: Subsonica,"L'odore"
Per questo evento eccezionale, Noeyalin presta la sua grande competenza linguistica alla carampanità subsonica della Cerebro
E’ come quando il prete entra in chiesa e suona la campanella per annunciare l’inizio della funzione.
Qui il segnale non è un suono perché il suono è la cerimonia stessa. Qui si fa buio d’improvviso su migliaia di respiri. Allora, come in chiesa, tutti si alzano in piedi. Il sacerdote è sul palco.
Si spegne con quel buio la vita di fuori e se ne accende una di dentro, straniera che non hai mai vissuto.
Pensi alla mattina. Che ti sei svegliato con l’idea che questa giornata non te la rovina nessuno. Ma non come nelle altre 364 mattine dell’anno, che te lo dici così, che non ci credi nemmeno tu e un po’ te ne devi convincere.
Che davanti allo specchio, hai la solita pancetta e senza tacchi ti senti la solita papera. Ma oggi non importa.
Che la senti salire dentro tutto il giorno una sottile linea d’ansia per tutto quel che ci può stare dentro una sera così.
Pensi a tutto questo e non pensi a niente, dentro quel buio, di fronte a quel palco. Ti viene da ridere, a fare la carampana dei Subsonica, che ormai non hai più 13 anni però te lo senti dentro: ti impanichi perché la mattina ti sei accorta che non ti ricordi le parole dell’album nuovo, che c’è stato poco tempo e troppi casini in mezzo. Che senza averla letta da nessuna parte sai praticamente tutta la scaletta del concerto e sai della versione acustica di “Two” dei Motel Connection – e quando la senti ti viene solo da paragonarla al sapore del cioccolato fondente sulla lingua, che ti arriva uguale uguale dentro il cervello per direttissima – dei video su Bush mixati da Samuel, di come è fatta la scenografia anche se non l’hai mai vista, delle circostanze in cui sono state scritte e riscritte le canzoni. Amen.
Su tutto questo si fa buio, acceso da un boato che ti chiedi cosa sia sentirlo e sapere di esserne la causa. Poi smetti di chiederti qualunque cosa. Finalmente. Perché quel boato sei tu, mentre ti arriva come il più lungo brivido d’una sostanza che è come droga (sì va bene, è dalla mattina che sono altamente dopata di aulin e affini per tentare di farmi passare dolori e doloretti per essere in forma per l’occasione…).
Succede che “Terrestre” - finora mai del tutto mia - diventa, dentro quel buio e sotto quel boato, l’unico suono di cui ho bisogno.
Succede che metto il pilota automatico e ne riottengo l’unico controllo possibile su di me. Sufficiente per immaginare per un attimo che i due quarantenni dietro di me, che maledicono la stampa che ha interi settori riservati, siano proprio dei giornalisti ben camuffati da “noi sì che siamo ggiovani” per scrivere un reportage su questi ragazzi di oggi che pogano e urlano e battono i piedi.
Il palco mi richiama all’ordine. Il suo ordine. Escono le parole urlate come se fosse l’ultima volta che puoi emettere un suono, escono finalmente al volume a cui hanno urlato dentro le vene mille volte, rincalcate su un autobus, un po’ perse tra gli scaffali del supermercato. Tu, totalmente trascinato via da quei maledetti auricolari che ti sciolgono dentro frasi, rumori che ti sembra dicano solo quello che tu vorresti dire.
Di verbo in silenzio, di battuta in battuta, quelle scie di note sono diventate le tue strade, quelle che conosci, quelle che hanno detto e dicono di quando era il momento di alzarsi e andarsene e di quando invece era il momento di restare e alzarsi in piedi. Di quando la rabbia era troppa per renderti solo fragile, di quando le cose intorno erano un graffio a fondo dentro i giorni e di quando erano solo il battito esatto calcolato sui passi di una corsa all’alba. Di tutte quelle volte in cui parole d’assurdo, d’un senso che ognuno riempie come vuole, sono state il tuo senso e il tuo assurdo. Così una voce sola e umanamente immane a cantare ognuno per sè i propri vuoti e pieni.
Poi gli altri non ci sono più e il tuo corpo ride perché, ogni tanto, gioca a farsi impreciso e goffo specchio di quell’altro corpo, quello sul palco, che corre lento e cadenzato via dalle Cose che non ha o balla dentro una Discoteca labirinto. Il tuo corpo ride perché vuole diventare anche lui, come quell’altro piccolino là in fondo, casa d’un respiro elettrico di suono. Ride guardando in su, sul soffitto del Palalottomatica, a vedere l’ombra appena accennata della chitarra di Max, e pensi che sei il solito folle, a far caso a questi dettagli. E’ che questi suoni stanno oltre il palco. Stanno lì quando canti “Strade” anche se sai che a “ora che sto correndo vorrei che tu fossi qui “ non ci arriverai mai, ti morirà il fiato in gola molto prima e allora urlerai senza parole, con la coda dell’occhio ad un altro concerto tutto tuo, ma non puoi guardare troppo di là, che se qualcuno libera la voce non deve intimidirsi.
Sta sui lampi di luce, come quelle che mi ricordo dei missili nel Golfo, sparati a ricordare e illuminare la folla dentro Sole silenzioso. Sta dentro Un salto nel vuoto, che allora l’aria si fa blu a chiazze che dilagano lente, come su branchi di colore dentro un abisso di corpi. Sta dentro l’andare ipnotico delle Serpi, a pregare.
Sta dentro Preso Blu, che la prima volta dal vivo il suo sinuoso sibilo mi pareva quasi romantico e ora mi torna tra le mani e brucia e graffia in tutto il suo materico impatto.
Sta nel countdown che riga dritto verso la fine del concerto, come sapere quando morire, come sapere il momento esatto in cui inizierai a volere che tutto ricominci ancora e ancora.
Sta nel fatto che, dopo, l’unica cosa che voglio fare è riabituarmi alla vita di fuori, per un attimo, alle luci dei fari della auto. Un secondo dopo, premere “off” per non far entrare nessun’altra sensazione fino a domani e lasciar scivolare il più a lungo possibile questa dolce morte che tutto è finito.
Risvegliarsi, poi, con le gambe sotto il tavolo della sala riunioni che gocciolano stanchezza e aver ancora voglia di muoversi e stentare a contenere tutto questo dentro un gessato scuro e correre nel mio ufficio, chiudere la porta che così posso cantare ancora un po’. Poi torno a casa a piedi: sono stanca, ma almeno a camminare mi sembrerà di poter dare ancora un senso di quel preciso suono al corpo che si muove.
venerdì, 13 maggio 2005
NOW PLAYING: Garbage, "I think I'm paranoid"
Rovista furiosamente tra i cassetti. Eppure l’aveva lasciata lì, la faccia più felice che aveva. Ne trova di ciniche o segnate da scuri segni sotto gli occhi, scuri anche loro. Poi un mazzo di vecchie chiavi di chissà quale casa, chissà quale dove. Ancora una faccia, che dorme, stavolta. No, no, no, non è adatta nemmeno quella. Gliene serve proprio una felice, la richiede il protocollo. Non sono ammesse eccezioni. E poi senza quella faccia spaventerebbe l'altra gente, che la vedrebbe andare così senza un nord, priva della bussola di qualche piccolo sorriso. Toccherà uscire in fretta per trovarne una, una che costi poco. Non sarà facile: ultimamente i prezzi sono saliti. Se il bene è raro, il costo sale. L’ha studiato per l’esame di economia.
Così esce in strada, giù, in piazza, alla fermata dell’autobus sta zitta e assorta e concentrata sui negozi di fiducia che vendono felicità sfuse: una bella giornata dentro un parco a prendere il sole, una corsa coi piedi che battono netti sull’asfalto, un vestito carino, una sera con un’aria non troppo fredda a leggere un libro. Niente, proprio non riesce a recuperarla, quella bella faccia felice che prima le veniva su così bene.
Ma non si spazientisce. Guarda un po’ vuota intorno a sé, magari chissà che non ne trovi qualcuna caduta a chissà chi sul bordo di un marciapiede. Ma sbaglia traiettoria di visione e inquadra in pieno centro un indiano che si porta sulla spalla sinistra una pianta, un mandarino cinese. E lo tiene passandosi il braccio opposto sopra la testa e va con un andamento lento, dondolando dentro la piazza d’una metropoli. Quella presenza però, a lei, ha fatto pensare di esser stata catapultata in mezzo ad un qualche deserto. Allora ha atteso che passassero in fila donne con sulla testa brocche d'acqua, riempite e portate con eleganza da un pozzo lontano chilometri da lì. Ma quelle donne non sono passate.
Passa l’autobus, però. Ci sale su, non sa bene dove va. Ha i pensieri appiccicosi come zucchero filato rosa o cotone idrofilo bianco (che tanto è uguale), ha le gambe di fango molle, un formicolio strano dentro gli occhi.
Scende alla fermata dell’ufficio, quella di tutti i giorni. Va proprio da quella parte. In questa temperatura che è ancora troppo fredda, cerca di strofinare forte la pelle per farsi un po’ più caldo. Ma non succede niente.
Suona il cellulare, però. Parole di là. Parole felici. Vorrebbe rubare la faccia su cui si muovono. Di certo è una faccia felice. Troppo lontana, però.
E di lontano vede un’insegna. Magari un negozio nuovo. Che non l’aveva mai vista quell’insegna luminosa lì. Toh, pensa, hanno aperto un nuovo centro commerciale. E dentro commesse gentili. Sorride dopo essersi guardata un po’ intorno. Scaffali pieni di volti felici disposti in bell’ordine le fanno l’occhiolino e lei ne prova qualcuno. Finalmente è nel posto giusto. Ma questo tira un po’ da una parte. L’altro è troppo grande. E questo sarebbe perfetto, se solo non ci fosse questa piega all’ingiù proprio al lato della bocca.
No, non ce n’è una che vada bene. Esce, torna a casa. Si mette il vestito che sa che le dona. Sale in auto e guida fino al luogo della festa. Sai che c’è – si dice – chissenefrega se dentro la mia vita ci entro con la faccia che ho. E se non è felice chissenefrega. Chissenefrega.
mercoledì, 04 maggio 2005
NOW PLAYING: Ben Harper, "Diamonds on the inside"
Ci devo sempre fare i conti. Con lei. Mi guarda dritta negli occhi. Stasera dal finestrino di un taxi. E vuole spiegazioni lei. Perché molto da e molto chiede in cambio.
Ci devo fare i conti. Con questa città. Come con uno specchio, che dentro la testa ti rimanda sempre un’immagine un po’ diversa da quel che sei. Stasera era bella, lì fuori dal finestrino del taxi. A ricordarmene un altro, di taxi. Che poi le volte che l’ho preso si contano sulle dita di una mano sola. Eppure sembra un traghetto di vita, un punto nodale da cui non posso allontanarmi. Sto sempre lì, a pensare che dell’autista vedo solo che ha la fronte alta, nello specchietto. Penso che se facessi io il tassista, sbaglierei sempre strada. Troppo impegnata a inventarmi le storie che si leggono sui vestiti di quelli che mi porterei dietro. Che poi a me la mia storia non me la leggono sui vestiti, i tassisti. Me la vedono in presa diretta, rompono il religioso silenzio e dicono “sa, nei suoi occhi ci sono tante cose”. Sarà mitologia, il tassista che tutto conosce del moto eterno che ospita sul sedile posteriore. Però, in quel caso era vero.
Ma la città, che sta lì ora in un’apparente quiete in fondo al mio letto, sotto le finestre, accoccolata sulla piazza, chiede ancora il conto. E’ che in matematica non sono mai stata brava. Piuttosto il caos panico mi si addice di più. Come sapere di poter fare ora le mille cose che prima no. E adesso continuare a non farle. Come metter in ordine la stanza per poi ripiombarla nel disordine cosmico: andare a ripescare il cavo per la connessione a internet del portatile sotto la giacca nera, che sta sotto il maglioncino a collo alto, sotto la camicia da lavare, sotto una spillatrice. E l’altra parte del cavo? Mistero della fede.
Meglio tornare fuori dentro la città. Che si mette un colore che le sta bene e lei lo sa. E spunta tra le luci, di sera, soffiando un’aria più fresca. Ti frega: ti porta in centro, al tavolino di un ristorante in cui non saprei mai tornare. A bere il vino rosso col caldo che fa, a centellinare il cioccolato sotto la lingua. A sentirsi il limoncello giù, che da piccoli morsi nella gola. Sarà per quello che un attimo prima, c’è un collega che parla degli Assetti Strategici dell’Istituto, e un attimo dopo io sto indietro di qualche ora, scendo da un tram dentro una piazza inondata di sole. Il profumo bianco di una camicia, occhiali scuri – non ti vedo gli occhi – un abbraccio che mi era sembrato come sete, fiori dentro un’auto giocattolo.
Come uno stargate all’indietro torno seduta a quel tavolo di prima, con quei colleghi, ma il sapore giallo del liquore mi assesta una lezione: che io quella camicia bianca col sole sopra e le mie braccia in mezzo. E i fiori e gli occhiali scuri. Io non li dimenticherò mai. Mai. Non sarà come dopo, quando il ristorante ci risputa fuori in vicoli e sanpietrini già affollati, e non so come ci siamo arrivati, ma stiamo al Pantheon e dico tra me e me: “sì, qui quella sera…”. Ma sbatto le ciglia un attimo per ricordare meglio e mettere a fuoco “quella sera”, e “quella sera” si è nebulizzata via. Così trotterellando i pensieri salgono su un taxi preso in tre. “Buonanotte, ci si vede tra dieci giorni”. Io sono l’ultima del giro a tornare. Pago il tassista, stavolta muto: forse aveva capito che parlavo con la città dal finestrino. Apro lo sportello, scendo sicura, su quello stesso marciapiede che mi aveva già visto lì, un’altra sera, col corpo in bilico verso qualcosa che non c’era. Vado lenta, lentissima verso il portone, tiro fuori le chiavi. Richiudo la porta dietro di me. Dietro di me chiudo la città, perché le ho spiegato che “quella sera” non esiste più. Perché le ho raccontato la storia del limoncello. Deve averla convinta la faccenda della camicia bianca, e l’avermi visto tornare – prima – con quei fiori in mano. Come il re mago della Sperlari, “mazzo di fiori?”. Mazzo di fiori. Si sarà messa a ridere, la città.
Che per stasera chiude i conti con me perché in fondo, l’unico pagamento che chiede, è che io ci viva dentro i ricordi e i momenti, come se fosse l’unica.
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