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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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venerdì, 24 giugno 2005
NOW PLAYING: La Crus, "Un giorno dopo l'altro"
[Intro] Riaccendi la lampada sulla scrivania e ti ci siedi di fronte, come non fai da mesi. Riaccendi anche il fedele portatile e metti su una vecchia canzone, la fai scorrere come acqua nelle orecchie e ti ricorda ore d’inverno, prima di Natale, a vedere un film con un semisconosciuto, e avevi il maglioncino bordeux a collo alto e le scarpe a punta con un fiore cucito sopra: insomma, stavi da schifo ma non te ne fregava niente. Poi torni alla lampada, a questa sera che si appiccica addosso come un corteggiatore troppo insistente. Cerchi una luna piena in cielo, ma deve averla già rapita l’altezza del palazzo di fronte. La ripeschi in un vino giallo chiaro che ripassa sulla lingua il sapore di un’aria d’ottobre a berlo e coccolare negli occhi i colori violettòro dell’etichetta, e un nome che sa di esotico…Anthìlia. Che sai che i suoi gradi incideranno a fuoco, sulla tua stanchezza, una nebbia alcolica difficile da diradare, ma tanto il letto sta qui accanto e anche da semi-ubriaca dovresti centrarlo.
Sarà per il vino che vedo fiorellini bianchi su un rosso scuro: è stoffa che cade dritta, ha fianchi e spalline di un abito. Il vento ne scompone l’orlo in basso e lo invita a raccontare la storia, rimasta imprigionata nella sua trama.
“Il giorno in cui l’ho incontrata era pazza. L’ho visto dalla vetrina, dentro i suoi occhi stanchi e persi in una sorta d’apatia. Poi ho scoperto che, invece, di pathos in corpo ne aveva in eccedenza. Imprigionato nei fianchi grandi, nella pancia morbida e tonda, nelle spalle appena segnate di smagliature simili a linee di sabbia sott’acqua. M’ha preso con sè per un desiderio di rivalsa. Nel folle piano che la stremava - in qualche notte estiva passata a piangere e a vedere “Nuovo cinema paradiso”- m’indossava sicura, i capelli raccolti, un braccialetto di chicchi di legno rosso comprato apposta per passeggiare a mezza sera lungo piazza Colonna con la figura sottile di lui accanto. Lui che già era chiaro che non l’amava più, che lei era diventata troppo, troppo. Ma lui, sottile, non glielo aveva detto e lei ancora fingeva di non sentirlo, che lui col suo sottile sottile io, era lontano anni luce da lì, dall’immaginario intero di quella sera di riconquista senza appello, grazie ad una stoffa rossa a fiorellini bianchi, rimasta appesa nell’armadio”, parla l’abito. Quella sera non fu mai. Ne fu un’altra, in un cielo lontano dai soliti, segnato da stelle di Palermo. “Da allora mi racconta come una barzelletta. Anche allora, se non ricordo male, era pazza. Certo: era una follia diversa da quella di prima. Era quella di buttar sul tavolo tutte le carte di un gioco che iniziava appena a giocare. Di dire, con la sola stoffa, quel che volevano lei e lui. Solo che lui non ascoltava né lei né me. Parlava solo. Anche se lei mi ha sistemato mille volte, morbido, su un letto a parlare a notte fonda con quell’amore che “credeva all’utopia di non nascere e di non morire mai”, parla l’abito. E il rosso è tornato intatto e solo, a danze di tango notturno. Magari, ha perso un po’ del suo senso. “Mi ha immaginato, più che indossato. Poi è arrivata una sera come tante e ha scelto me. Me a ciondolare sui sanpietrini a Trastevere, giusto leggero e un po’ smorzato dal golfino nero. Accanto ad altri vestiti comuni, non più in ore di uno strano influsso amoroso e giocoso, come al rosso si conviene. Così sono tornato ad essere lieve abbaglio su fianchi grandi, pancia morbida e tonda, spalle appena segnate di smagliature simili a linee di sabbia sott’acqua”, parla l’abito. L’abito rosso a fiorellini bianchi. Maledetta Anthìlia…è solo un maledetto pezzo di stoffa.
giovedì, 16 giugno 2005
[Ho un post bloccato a mezza testa e non so se premere erase o mettermici faccia a faccia e scriverlo anche se fa male. E di cose che fanno male ora, egoisticamente, non ne ho voglia. Mentre mi dibatto nell'annosa questione, vi propongo il post pubblicato sul n.4 di sacripante!... a vòus!]
NOW PLAYING: Patrizia Laquidara, "Noite è luar"
Sri Lanka. Gennaio 1981.
Siamo qui da pochi giorni e già questo paese mi è entrato nella pelle. Sotto la pelle. Come l’innesto di una pianta che cresce e fiorisce in una parte del mio animo, passando per il corpo. Questo paese fa sentire i suoi sensi, sul mio corpo.
Sono pallida. Continuo a perdere peso: fa caldo e non mi va molto di mangiare. Così tra un po’ mi si vedrà giusto in controluce. Essere così invisibile, qui, è davvero strano: fai da contraltare agli occhi neri della gente, alla pelle scura, ai panni arancio drappeggiati intorno al corpo dei sacerdoti buddisti. Faccio qualche foto, ma so che la luce di certi sorrisi regalati qui non resterà impressa sulla pellicola. Rimarranno immagini da turisti e niente di quello che – in queste visioni - si fa amare passando dentro lo sguardo.
La mattina presto ci sveglia una nenia di preghiera che va avanti tutto il giorno. Io e mio marito proviamo a dormire ancora un po’, ma è inutile. E’ un suono che dondola lento come l’andare delle persone. Riempie e satura ogni angolo delle città, gira per le strade a segnare i ritmi di un pensiero costante rivolto agli dei, quali che essi siano. A sera è ormai nausea di un suono che cessa solo quando ormai ti ci sei annichilito dentro. Perché la vita di quelli che pregano ti passa dentro le orecchie.
Dopo un’altra mattinata in giro, è di nuovo ora di pranzo. E’ un po’ meno dura da quando abbiamo assaggiato quelle banane piccole e dolcissime. Però è dura.
Che poi io da piccola sono anche andata a letto senza cena perché non c’era niente da mangiare. Per questo ho capito che il cibo che ci hanno offerto le suore, al nostro arrivo, era quello di una tavola imbandita nei giorni di festa: un cavolo bollito, il riso che, da noi, si dà alle galline. Quando ho visto quei piatti volevo morire. Ma poi ho mangiato. E le cose avevano davvero il sapore della festa. Lo Sri Lanka mi si appiccica addosso così, con qualche chicco di riso insipido sulla lingua.
Si mescola alla preghiera come l’acqua con la polvere. Ti arriva dritto al cervello e scommetto che continuerò a sentirlo per giorni, anche quando ce ne saremo andati. E’ un effluvio pieno, frutto d’una ricetta strana: sono i corpi della gente, le vacche sacre indisturbate a occupare il fango di certe strade, il verde di infinite gallerie d’alberi che attraversiamo a fatica, le geometrie composite di spezie a cuocere. E - sotto - il sapore giallo del sole, che manda su i gradi di tutti questi pezzetti di vita odorosa e li mescola come il più sapiente dei profumieri. Ne esce un distillato d’aria oleosa che raggiunge le narici con tenacia, lasciando nel naso un odore che non si trova in nessun altro angolo della terra. E’ l’odore di questo paese.
E’ arrivato il giorno in cui dobbiamo andare in tribunale. Finalmente.
Sono in ansia.
Arriviamo là, facciamo quello che dobbiamo fare.
E’ andato tutto bene.
Tengo tra le mani il senso di questo luogo così lontano da casa mia, dove sono arrivata dopo un lungo cammino. Chi lo avrebbe mai detto che io e mio marito – una parrucchiera ed un operaio – ci saremmo spinti fin qui, guidati solo da un desiderio forte quanto la fisica, intemperante distanza di questo paese.
Eccolo, il tatto: è questa cosa che respira piano come un uccellino piccolissimo, un corpicino che ho paura di rompere, è nera nera, neri gli occhi e i capelli fini e tutti dritti, con i polsi che quasi non si vedono e un braccialetto a chicchini di plastica bianchi. E neri. Sta dentro una scatola da scarpe, tanto è esile. Glielo dirò, quando sarà grande: “Da piccola entravi in una scatola da scarpe”. Ha un nome speciale, perché è nata in un giorno tutto suo: il 25 dicembre. La sua stella cometa ci ha guidati fin qui. Non ho esitato un attimo per venire a prendermela. Questa, da oggi, è mia figlia.
lunedì, 06 giugno 2005

NOW PLAYING: Otis Redding, "Sitting on the dock of the bay"
E’ un piccolo colpo. Il solito: di quando infilo la chiave nella serratura di casa. Dipende da cosa c’è dietro la porta, è chiaro: qui ritrovo certe arie d’abitudine che non amo. Poi, dentro una casa uno dovrebbe poterci portare tutto il mondo che vuole. Quello di fuori. Ma se “non si fa così”, se non è così, allora io il mondo a volte me lo vivo fuori: metto precise delle cose nella mia elegante borsa da viaggio, nelle buste trasparenti qualche vestito e lo spazzolino in un sacchettino di cotone bianco con un fiore piccolo blu, pondero bene le scarpe, i tacchi, gli scolli e la lunghezza delle gonne sulla misura di quale viaggio attende.
Mi alzo presto la mattina e quando è ora di andare chiudo la porta dietro di me, lasciando in silenzio il silenzio alle spalle.
Poi sto su treni e dentro un aeroporto, su un autobus accaldata, in una stanza d’albergo sfatta a zampettare sul telecomando della tv. Sto a parlare, se ci sono compagni di viaggio per parlare. E con i compagni, in viaggio, sto zitta a pensare, a far diventare bianche le nocche a forza di stringere le mani, se c’è un’idea, un paesaggio, passaggio o accordo che suonano più forte. Sto a costruire ricordi su linee di musiche che conosco in un angolo a cantare senza voce. M’impongo di salire e scendere tutte le scale del mondo – e di Barcellona e di mille altre città che son fatte solo di gradini – anche se ho le vertigini, perché sono fuori, fuori dai miei soliti solchi, che poi tornata qui avrò paura a scendere giù alla metro.
Di questo andare restano pezzi di vetro con dentro riflessa una vasca troppo piccola e un costume azzurro, un duomo vecchio dove si sente Dio, un ristorante cinese vuoto e un Punto di vista pieno, un uomo baldo senza baldanza alcuna, la foto alla stazione “vietato attraversare i binari” ma la scritta si vede a malapena. Perché poi i binari a volte bisogna pure attraversarli.
Ancora tagli di prospettiva che accarezzano occhi stanchi, un autolavaggio sempre in funzione e stradine fresche e segrete che scendono verso il nulla panico, gatti – manco a dirlo – sornioni e uomini che sbattono le ali a volare di una felicità che sembra molto una follia data dal vivere in luoghi di sassi e pietre.
Perdere lentamente tutto questo, a scivolare giù nelle righe verticali delle poltroncine verdi del treno del ritorno e riacciuffarlo a casaccio dentro la memoria, ormai già oltre quelle chiavi, quella serratura, dentro casa.
Per quelli che i post li vogliono anche vedere, ci sono i tagli di prospettiva.
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