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venerdì, 22 luglio 2005
Now playing: All Saints, “Under the bridge”
Essere costretti ad una stasi ha i suoi vantaggi.
Devi fare gli esami del sangue. E anche questo ha i suoi vantaggi. Perché devi uscire presto.
E ti ricordi cosa vuol dire essere a casa.
Essere a casa è Toscano, che si alza sempre all’alba, anche se è in pensione: un’età indefinibile, occhiali “fondo di bottiglia”, esce alle sei ad aprire la porta del garage e non so perché. Ma vuol dire essere a casa. E’ l’unico compagno di certe mie corse all’alba, mi segna il numero dei giri intorno all’isolato contando quante volte lo vedo.
Essere a casa è la radio accesa in auto, divertirsi a guidare dopo che l’ultima amministrazione comunale s’era fissata a spargere rotonde ovunque in paese, come colorati smarties su una torta. E io allegra a girarci intorno: scalare, curva, accelerare. Mi è sempre venuto bene, sin dalle prime lezioni di scuola guida.
Essere a casa è la Asl. Che prima era la Usl. Ma ha sempre lo stesso tetto circolare in resina trasparente blu. Prendere il numeretto: 17. Non male, come auspicio, in vista del salasso che mi attende.
Indugio su un’osservazione statistica che mi fa saltare agli occhi che siamo davvero il sesso debole: c’è una schiacciante maggioranza di donne, sedute nella sala d’attesa con le seggioline disposte a ferro di cavallo. Che poi io sia l’unica ventiquattrenne e le altre ragazze superino tutti i 60 anni è un’altra storia.
Mi rifiuto di ascoltare le allegre comari conversare e sfodero le mie amate cuffiettine per il lettore mp3. Skippo “Apocalypse please”, che sarebbe come invocare lo scempio ematico tra poco.
La mente e gli occhi ad un albero di cui chiederò il nome perché non lo so e perché ora ho qualcuno a cui chiederlo. Altrimenti resterebbe solo un albero da impressionisti. Sì, di quelli con le foglie verde spento da un lato, e più scuro dall’altro. Che hanno il movimento con un solo soffio di vento, anche se oggi il cielo pare annunciare un uragano nero. Di quelli che li puoi dipingere con colpetti secchi per le dimensioni precise di un pennello, a tocchi leggeri e irregolari quadratini.
E’ il mio turno. Un cerotto sul braccio e via.
Essere a casa è tornare a casa. Con mia madre che canta a squarciagola “Ooora sei rimasta sola, piangi e non ricordi nullaaa”…vabbè…ricordo quante volte le ho lanciato un urlo in piena estate, perché alle nove lei si sgolava neanche fosse una cantante lirica e io volevo dormire. Ma ora che ci penso, lei canta più di rado. Serve anche ad accorgersi di questo, essere a casa.
Essere a casa è i bicchieri scompagnati, che per non buttare quelli da cognac di mia nonna, ci si beve l’acqua.
Essere a casa è dove impera il comfort: che per attaccare il cavo per internet alla presa, devo infilarlo dentro il mobiletto dei piatti, quelli buoni.
Essere a casa è guardare fuori e vedere la stessa siepe, che per tanto tempo il “guardo” sulla vita ha escluso, ma è anche stata spinta a saltare di là.
Di là è un’altra casa.
Qui, essere a casa, vuol dire che dalla lettura mi distrae l’insistente suono delle cicale.
Essere a casa è incontrare un’amica di prima mattina, giù al portone, e poterle augurare buona giornata di persona, invece che con qualche raro sms.
Essere a casa è la vicina, che ieri era a Parma e ci ha portato un pezzetto di formaggio.
Essere a casa è mio padre che va in letargo davanti alla tv in soggiorno. E mia mamma che per svegliarlo fa squillare col cellulare il telefono di casa.
Rumori molesti e qualche amico, genitori che vogliono parlare anche se non hai voce e che ne senti un calore che ricorda tempi infantili, apparentemente mai rimpianti. Un costante e intollerante borbottio per il tuo disordine. E primo, secondo e contorno ad ogni pasto, sempre diversi. Ti viziano.
Certo, non ne posso più. Smanio di tornare alla mia incasinatissima vita.
Però niente è così.
Niente è come essere a casa.
lunedì, 18 luglio 2005
NOW PLAYING: no, proprio niente stavolta. Non sento neanche più il “fischio post-esposizione alle casse”. Dal condotto uditivo mi dicono che abbiamo perso il segnale…allora mentre torno a casa, canto a squarciagola “Estate” dei Negramaro, tanto F. – fedele compagna delle serate danzerecce che siede accanto a me in auto – non sente niente come me.
*Eh, però stavolta è stato diverso.*
Noe: Chiaro, sono tornata lì…
*Già…basta con locali sempre nuovi, pieni di mini-truzzi.*
Noe: A dir la verità ‘sta specie si sta riproducendo anche nella mia storica discoteca.
*Sei tu che non dovresti metterci più piede, in certi posti, ormai sei vecchia.
Noe: Farò modernariato. E poi quel posto è come gli anelli del tronco degli alberi: ci vai e trovi tutte le generazioni che ci hanno ballato dentro. Ci son quelli dei bei tempi, quando il Boccaccio era un locale terribilmente chic e si tirano a lucido come allora, gonna lunga e paillettes, ci sono quelli come me, che fino a 3 anni fa il sabato sera facevi la fila solo per passare da una sala all’altra e il giorno che finalmente ci ho messo piede è stato come diventare adulti nell’attimo che ci vuole a fare la coda per entrare. I tacchi alti, i capelli sempre sistemati bene. E i soliti trentenni che davano il tormento. Quando io ne avevo 17, di anni. Sarà destino. Ovviamente poi vengono i mini-truzzi.
*Dì la verità, che vai lì perché magari qualche mini-truzzo il filo te lo fa.
Noe: Se ti dicessi che di filo non ce n’ho più, non ci crederesti. Allora ti dico che i mini-truzzi mi schifano proprio. Sono la solita vecchia babbiona. Lo ero anche ai tempi d’oro. Sempre troppo vestita, o troppo poco biondina, o troppo poco sorridente. Ci vuole ben altro per “beccare”.
*Oh, sentiamo l’esperta. Cosa ci vorrebbe, di grazia?*
Noe: Mah, qui mancano i fondamentali. Io glielo dico sempre a F.: “bimba, se vuoi anche solo essere sul mercato ci dobbiamo adattare ai balletti di chiara matrice lesbo delle sedicenni. Altrimenti siamo solo chiacchiere e fresconaggine”.
*Dunque state provando le nuove coreografie per le piste estive.*
Noe: Come no.
*Ma dai, che te, quando ti ricordi di avere un bacino, riesci ad essere a malapena esilarante.*
Noe: Eh, vabbè, allora continuerò ad essere troppo vestita. A scaricare le ansie in pista per tre ore di fila con pause di 5 minuti ogni 40, salvo eccezioni per svincolamento da riccioluti ubriachi. F. riesce ancora a gestirne tre in assalto contemporaneamente. Io non c’ho più l’età. E poi si sa, che se il mio spazio vitale viene invaso poi non rispondo di me.
*Certo, però quando è arrivata l’amica di quel neonato a dirti che lui ti voleva conoscere…*
Noe: A priori, ho sempre amato le persone sostanzialmente dirette. E il fatto che il neonato mandi in missione la sua migliore amica mi fa ridere. Quando poi vedo il neonato continuo a ridere. Più forte. Cioè, della serie “lascialo crescere” però…che sollievo poter mandare a spigare sedicenti baccagliatori.
*Ma allora se non ci vai per fare la pedofila, che ci vai a fare?*
Noe: ci vado per il motivo per cui ci vado da sempre. Che se ho i nervi tesi da mesi e sto lì e sento il tempo che batte da sotto l’impiantito di legno io non connetto più granchè. Potrei pure trovare carina l’ultima di Tommy Vee. Insomma, è sempre come la prima volta che ci ho messo piede, in discoteca. Che vedevo tutti quei corpi catturare un segreto che li faceva muovere, un segreto che non mi apparteneva ancora. Un segreto che non posso svelare, semplicemente perché non riesco a dirlo. Solo a ballarlo, la prossima volta su una pista.
sabato, 09 luglio 2005
NOW PLAYING: Pink Martini, "Sympathique (Je ne veux pas travailler)"
Dunque…son giorni che tramo per festeggiare degnamente questo primo anno di Sic!.
Da bravo capricorno, per me il compleanno è sempre un’occasione per fare il reload di qualche bel ricordo. Così voglio che sia per Sic! , che superando ogni aspettativa è diventato un’appassionante avventura, una strada da camminare in ogni direzione immaginabile. Per qualcuno di voi è stato un luogo dove fare salotto, dove arrivare o tornare a trovare parole e persone a volte conosciute, a volte no. Magari, qualche volta, ci avrete incontrato anche me, sempre uguale e diversa.
Sic! è tutto questo grazie a chi lo legge, e allora ho pensato che il modo migliore per festeggiare fosse far “spegnere le candeline” ad alcuni di voi. Lettori, persone, pezzi di giornate lasciati qui anche solo per un saluto. Sono quattro di voi, ma sono tutti voi.
Ad ognuno di loro ho inviato una selezione di post che ho pubblicato qui. Una mia personale scelta, tra tante cose scritte, tra quelle che secondo me sarebbero piaciute di più all’uno o all’altro. E’ stato anche un gioco, un scommessa: a Cavuccio piacciono i ricordi, a Blu il jazz, ad Aoi le mie catastrofiche avventure e qualche atmosfera, mentre per il Militante ho fatto un bel frullato!
A loro ho chiesto di fare una classifica dei post in questione.
Quindi, bando alle ciance e vediamo come è andata. E ovviamente…auguri Sic!
....perché adoro i ricordi e tu sai raccontare molto bene il passato
anche quando lo inventi
...manco a dirlo perché sono le prime impressioni su Ataru
( ma in un punto mi sono perso quindi sta in questa posizione)
...perché é una bell'articolo di fondo ma nel mio caso non considero
l'11 settembre un evento più impressionante di altre disgrazie
(opinione opinabile:-)
...perché più che prosa mi sembra una canzone, quindi o la canti o niente
... perché se ci mettevi un po' più di logica forse lo apprezzavo di più!
Premio speciale fuori concorso al post sulla tua adozione, per me
rimane il migliore!
La hit list di Blu:
Il freddo è m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o , perfetto, mi è piaciuta subito "belli
sì gli aghi d'aria sul viso di burro, bella la consapevolezza materica
d'essere vivi che ti viene dal vedere il tuo respiro-sbuffo nella mattina
ghiacciata.". Ed è fantastico quando poi, scivolando sul caminetto, che uno
pensa tu stia scivolando, riporti subito il lettore sul filo dell' ironia
con cui sdrammatizzi tutto il resto : mi è piaciuto, davvero tanto.
Il Notturno è di un' intimità spettacolare, amara, reale e quel "Ma
vigliaccamente preferisco finire di scrivere e ricacciarmi sotto le coperte.
" è assolutamente un momento di una sincerità drammatica, per quanto
realista.. Se non è sopra il freddo, è solo perchè ho dovuto, ancora,
scegliere, e ho lasciato sopra tutti l' ironia simpatica della Noe che si
destreggia fra sogni e considerazioni con una leggerezza e semplicità
davvero rare, e con un ritmo di lettura davvero perfetto.
il profumo delle zucchine mi è piaciuto molto, davvero, "Il coltello è quasi
un fiato acuto in confronto alla voce di Nina Simone, fonda, nera, persa. ",
ed è bello lo sfrigolio allegro "in cui qualcosa si trasforma in altro." Se
non è primo è forse per un' immagine culinaria meno originale di quella che
ho messo sul podio del cuore, e comunque solo perchè dovevo fare una
classifica...
4) Dirrrrty dancing
il libertango m' è suonato immediatamente nelle orecchie, e ho fatto
difficoltà a trovare la giusta velocità di lettura, e a toglier al
sottofondo la fisarmonica per metterci le chitarre.. ;-) ..forse avrei
lasciato quello splendido leggero vestito estivo più leggero di alcuni
periodi, forse, che lo appesantiscono un pochino, secondo il mio e solo mio
che non vale nulla, gusto, ma appunto solo questo...
La hit list di Aoi
Beh, innanzitutto questo post parla di una citta' bellissima e ha un bellissimo soundtrack. Poi mi piace il modo in cui hai descritto il rapporto che hai con la citta' dove vivi. Infine, so che questo post e' importante per te e per "chissaitu" ^_-
Perche' il momento di preparazione della tesi e' un limbo che ho vissuto anche io (ci siamo passate quasi contemporaneamente), un limbo che porta alla conclusione di un'importante fase di vita.
3) nine eleven
Perche' e' un giorno tragico che tutti noi ricordiamo purtroppo con chiarezza, ricordiamo lo sgomento e la paura. Quel giorno non ho potuto guardare la televisione, a casa c'era solo la radio ed e' stato bruttissimo perche' non sapevo quali immagini immaginare seguendo le parole dei radiocronisti.
Perche' mi sono ritrovata in molti passaggi di questo post ed e' stato uno dei primi che ho letto
Perche' mi sono ritrovata anche in questo post
6) Dirrrrrty dancing
Perche' anche io sono affascinata dal tango e perche', assieme alla musica, c'e' un elemento a fiorellini che un giorno si e' meritato un post tutto suo
La hit list del Militante:
1) Associazione a delinquere... di stampo letterario
e non poteva essere altrimenti per i noti motivi, ma anche perchè
avevo apprezzato a suo tempo lo stile del post e mi ero divertito a
metterlo a confronto con quello di Ataru...
2) Nine eleven
molto bello il modo in cui hai saputo incrociare fatti la tua vita
privata con l'evento che ha sconvolto il mondo.
3) Il senso della frase
questo post lo ricordo benissimo e per me fu la conferma di quello che
già pensavo: la cura che metti nello nello scrivere non era per niente
casuale... :-)
4) Scrivo la tesi
mi è piaciuto ma mi ricorda troppo il fatto che IO, in questo momento
sono fossilizzato e fermo a metà tesi senza che riesca a sbloccare la
situazione. Dunque l'ho piazzato all'ultimo posto! ;-)
martedì, 05 luglio 2005
NOW PLAYING: "Il mattino", da "Peer Gynt" di Edvard Grieg
Dunque, la Noe sta un po' in crisi creativa, anche a causa del portatile colpito da virus fulminante. E poi a causa di altri fatti suoi. Insomma è sempre stanca e, come al solito, c'ha un trilione di cose da fà. Allora mi ha detto: "Segui l'esempio di Cavuccio e descrivi il mio risveglio". E poi m'ha descritto per filo e per segno che fa la mattina quando si alza. Ora io dico: ma gliene frega qualcosa a qualcuno, del risveglio della Noe? Bah, comunque oggi devo andare a comprarmi un paio di infradito nuove e sufficientemente tendy per il mare, quindi non ho tempo di sovvertire le istruzioni come mio solito. Sì, vabbè. Un po' di colore, in questo post, ce l'ho messo, così non v'annoiate troppo. Ci si vede!
Sale soave “Il mattino”. E’ tutto un risveglio di flauto traverso e rappacificanti scenari nordici.
Come no.
S’attacca alle 7:35 con la sveglia gentilmente offerta dal sindacato dei pensionati. Che beeeppa a più riprese, ad intervalli di 4 minuti, per essere sicura che tu abbia aperto gli occhietti dolci. O che tu non sia morto nel sonno, visto che il target del suddetto gadget ha un’età superiore ai 65 anni.
Ovviamente io mi riaddormento puntualmente nei quattro minuti di silenzio tra un beep e l’altro. Per tre volte. Poi la sveglia dei pensionati è programmata per non risuonare di nuovo. Se al terzo tentativo il vecchietto non s’è ancora adoperato per schiantarla contro il muro con una bella manata, significa che “abbiamo fatto tutto il possibile…”.
Quando sto per ricrollare, già bella storta perché “è ora”, scatta il Piano B, altrimenti detto fastidiosissima sveglia del cellulare. A quel punto mi tocca proprio svegliarmi. Ci metto 10 minuti buoni a disinfrascarmi dai sogni strambi che faccio. Tipo stanotte che mi spuntavano i fiori dalla pelle. E non era bello. Il che ti da una piacevole sensazione di angoscia che, se ti va bene, ti accompagna solo per l’intera mattinata.
Ciecata come una talpa, annaspo con la manina verso il comodino facendo cadere nell’ordine: cellulare n.1, pacchetto di fazzoletti di carta, cellulare n.2, libro del gentil peso di 70 kg. Dribblo il telecomando del lettore divvudì e finalmente conquisto lo scettro megagalattico: il telecomando della tv. Punto a caso verso un’area imprecisata della stanza e per fortuna che c’ho un mivar, che sarà pure brutto però il segnale del telecomando me l’acchiappa a 360 gradi.
Metto sul 5, dove comincio a cogliere barlumi di notizie flash che sentirò (sentirò, non ascolterò, eh!) almeno un paio di volte, prima del tg delle otto. Il tutto ovviamente condito dall’oroscopo. Che quando leggono il mio, non si capisce il perché, abbassano la voce e stento a sentire quella frasina ermetica che, dopo tre secondi, non ricordo più.
A quel punto sono sufficientemente in contatto con la realtà (?) da alzarmi, trovare addirittura le ciabatte da infilare e provare una prima incursione in bagno che, molto probabilmente, è occupato. Tendo l’orecchio in stile animalefelino per cogliere qualunque segnale che mi dica che posso finalmente farmi la doccia…Mi butto sotto l’acqua e l’unico pensiero è quello di non scivolare nella vasca…mi scatafiondo fuori imburquata nell’accappatoio.
Poi parte la fase “ungimenti vari” che da quando nella mia vita c’è entrato il dermatologo, è tutto un idratare kilometri di ciccia. Vabbè.
Poi vagolo verso il cassetto della biancheria e mi complimento con me stessa per aver calcolato i tempi per fare la lavatrice, giusti per avere l’ultimo ricambio pulito. L’ultimo. E se poi non faccio il megabucato, domani sarò costretta a mettere le mutande con qui quo qua di quando avevo 5 anni.
Vabbè.
Lo stomaco comincia a farsi sentire e do il via alla parte rituale del risveglio: la stessa tazza, quantità industriali di latte. Se sono in fase alimentare/punitiva vado di fette biscottate, sennò biscotti o merendine. A questo punto, se anche fosse già tardi, tendo a fare tutto alla velocità di una tartaruga. Mi rimetto sul letto, mi accomodo i cuscini, mangio e guardo il tg. Anzi lo ascolto, perché nel frattempo devo leggermi l’altro oroscopo, quello un po’ meno stitico del televideo, pag, 197.
Riguardo l’orologio solo quando ho finito di mangiare e dopo aver fatto un po’ di zapping. Solitamente lascio su “La storia siamo noi”, i documentari di Minoli. Mentre arranco tra i vestiti, se non altro, imparo qualcosa. Di solito la sera, prima di addormentarmi, decido già cosa devo mettere il giorno seguente. E’ un’abitudine che ho preso dai tempi del liceo, quando mi alzavo alle 6 e ottimizzare i tempi era vitale.
Ora lo faccio solo se il giorno dopo devo “mettermi in tiro” per riunioni e affini, sennò la sera prima mi limito ad una rassegna mentale di gonne e pantaloni che non son già finiti nella cesta per il prossimo bucato e poi la mattina dopo improvviso. Cosa che mi fa puntualmente fare tardi. Quando sono vestita passo al momento topico dello stuccaggio della facciata. Come sopra, se è un giorno normale tiro via, se invece devo proprio essere presentabile e devo fare grandi lavori di ristrutturazione, do l’appalto a qualche ditta.
La cosa mi richiede 10/15 minuti di lavoro, e tremila accidenti delle coinquiline perché in questa fase occupo militarmente il bagno.
Poi raffazzono i capelli alla meno peggio. Il risultato di tanta fatica è a sorpresa, perché io odio gli specchi e ne ho solo uno microscopico. Se ho la camicia abbottonata male o i capelli ribelli me ne accorgo soltanto di fronte allo specchio in ascensore. Cioè quando ormai è decisamente troppo tardi.
Ma torniamo al termine della vestizione/imbalsamatura, che si conclude con l’esposizione sul pavimento di 300 paia di scarpe dai colori improbabili…da abbinare all’ombretto e agli abiti. Seguono paturnie varie sul fatto che non ho scarpe per ogni colore di maglietta che il mio guardaroba vanta. Se mi sento in vena, tento di farmi risolvere l’atroce dilemma dalla mia coinquilina, che di solito si è appena svegliata e quindi, se non mi risponde con un grugnito, mi da una risposta a caso. E magari io tutta contenta me ne vado in giro con le scarpe rosa e la maglietta verde.
Segue un altro momento cruciale: arraffamento di chiavi di casa, lettore mp3, fazzoletti, cellulari. Capatina dalla coinquilina a dire che esco e via…
In piazza, mentre tento di non ammazzarmi scivolando da qualche parte o incastrando i tacchi nelle grate dell’aerazione della metro, telefono a mia madre per il buongiorno, che puntualmente si trasforma nel primo battibecco della giornata, perché prima di due ore dalla sveglia non venite a dirmi neanche “a”.
A questo punto, o salgo al volo (sì, chi ci crede?) sull’autobus in partenza. No. Aspettate. Macchè. Se l’autobus è in partenza, non esiste che accelero il passo. Fosse anche solo per accennare una breve corsetta, dopo tutto quel lavoro di preparazione, mi scompiglio troppo l’immagine. E poi è risaputo che io non corro manco se mi bucano. Quindi mi rassegno docilmente a farmi la strada a piedi. 40 minuti dopo, dopo asfalto e traffico, dopo musica sparata in cuffia che di prima mattina già mi fa venire voglia di ballare, dopo gente in giro, dopo aver salutato l’omino della lavanderia vicino all’ufficio e aver sbirciato i fusti incravattati e rampanti che lavorano all’Enel, finalmente sono le nove e mezzo e mi siedo davanti alla mia scrivania.
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