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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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giovedì, 25 agosto 2005
NOW PLAYING: Lata Mangeshkar, “Wada Na Tod”
E'un bisogno fisico del viaggiare, quello di cominciare a ripassare come diapositive sfasate ogni sensazione e immagine catturata nei luoghi lontani, nelle ore immediatamente successive al rientro. E’ un’operazione che occupa spazio in memoria e più giù anche nel cuore. E’ come tamponare l’emorragia del voler subito subito ripartire. Così comincio a ricostruire il puzzle sbavato di una città già passata, in mezzo voli e scali e bagagli a mano. Prima ancora che ricordo e presenza, Lisboa – che mi piace chiamarla così, per via di quel dittongo che ci sta dentro – Lisboa, dicevo, era parola scritta. Involuto ghirigoro disegnato da Josè Saramago, luogo letterario d’indubbio mistero e misterioso fascino. Era la prima città che mi trattava così: la prima dal nome nero su bianco che mi avvolgeva tanto da volerci arrivare con tutto il corpo intero, non solo con gli occhi che scorrono sulle righe di chi ne parlava. Allora si va, libro sottobraccio che accompagni le visioni di Lisboa, con la Lisboa scritta, di personaggi bizzarri e storie a dir poco immaginifiche, ma che poi mi compaiono più reali che realistici sulle mura di una fortezza o a scendere giù in qualche vicolo. Una Storia che dondola e fa compagnia tra gli aeroporti, giusto fin sulla soglia dei sette colli di questa città. Lì è stato davvero come un libro, a farsi ammantare dalla foschia che sale ogni sera dal Tago e che ammorbidisce di una sorta di misticismo i colori caldi sui muri delle case. Si può dire poco di un luogo, dopo pochi giorni trascorsi a comprenderne le distanze, le geografie e quel suono strano nelle parole di chi l’abita. Tocca affidarsi alle sensazioni più nette che, da quella foschia di sopra, si stagliano. Foschia della fatica, delle lunghe camminate, delle centinaia di foto per strappare via qualcosa, qualcosa da riportare indietro, che comunque non sarà lo stesso, a casa. Lisboa sempre diversa da sé, in un quartiere a salire e scendere per curve strette su qualche giallo tram di legno, a pungere con gli occhi l’altezza degli archi gotici di una cattedrale che si chiama Sè. E questo la dice lunga. E lunghe sono le storie raccontano i chiostri di ombrosi monasteri, mentre il silenzio sul tetto urla finalmente una calma bianca e assolata che a lungo, chi va, ha cercato e continua a cercare. Lisboa di luci liberty e viali all’europea che corre giù fino a Praça do Comércio, da passeggiare o ridere di gusto a un tavolino, che il ridere ti scalda dal vento che spazza la città. Lisboa sorda ai turisti ad assaltare le mura del castello di Sao Jorge, lassù in alto. Che se la stai ad ascoltare racconta una storia diversa e più vera delle guide turistiche da leggere e bruciare immediatamente dopo. Racconta del suo ponte uguale uguale al Golden Gate, ma d’acciaio e nero che a stento spicca su quel fiume così immenso che sembra già Oceano. Racconta dei Mori del tempo che fu, in quelle bizzarre piastrelle azzurre appiccicate anche sui muri delle case più misere. Lisboa del terremoto che ne ha scaraventato a terra i muri e ha lasciato gli archi acuti della Igreja do Carmo: dietro la facciata che è rimasta su, solo lo scheletro della chiesa, a stagliarsi duro contro il cielo, a svettare - scomposta Guernica - fuori dagli altri tetti, spettrale monito di un’angoscia che taglia l’animo. Lisboa dei lisboeti, che forse solo quando la tua mente è dentro il corpo in viaggio, sta in moto anche lei e coglie certe sfumature: non so bene chi sono, loro, la gente di Lisboa, dico. Perché ci sono di tutti i colori, di risate o tristezze differenti, di passati lontani dalla città, ma ben presenti qui e ora. C’è un omone bianco, con la testa rasata, l’orecchino, ampi pantaloni e, ai piedi, babbucce da indiano che fa grandi sorrisi, tiene in mano un bicchiere colmo di vino rosso e mangia sardine con magnifico gusto. Ci sono ispirazioni raccolte da gente comune e vergate veloci su un quadretto minuscolo di carta bianca, là al miradouro di Sao Pedro de Alcantara, con tutta quella Lisboa stesa giù a farsi scrivere addosso. E c’è un uomo con i capelli raccolti in una coda, il viso segnato e un po’ scuro, che scrocca una sigaretta dopo l’altra ai turisti, mentre siede a un tavolino accanto alla ringhiera del belvedere e fuma e beve vino rosso e parla con un amico e fuma ancora e si passano la sigaretta e poi ancora vino nei bicchieri di plastica, dopo una giornata lunga di sole, prima che si alzi ancora il vento, dentro l’aria lattiginosa incastonata alle sette su tutta la città. Ci sono lisboeti sulla metro o su un panchetto basso all’angolo di una via, a chiedere l’elemosina vestiti di una compostezza che buca e altri che sotto un ombrellone giallo fanno i lustrascarpe. Ci sono lisboeti che di cognome fanno Barbosa o hanno un nome che suona buffo, ma suona, Arlindo. C’è un uomo che presto diventa visione costante in qualche angolo di Avenida de Liberdade, dopo aver attirato l’attenzione svaligiando abilmente, sotto i miei occhi, un parchimetro. E’ un uomo che, si vede, sotto la sporcizia e una grossa camicia a quadri, è bello. Lisboa praticamente senza musica, senza fado, che andarlo a sentire costa troppo e per assaggiare la saudade, intraducibile tristezza dell’animo lisboeta, basta camminare in certe vie con qualche pensiero di troppo in testa. Così la città si perde e si sfarina in mille altri frammenti già vissuti e andati via, lasciati contro voglia nel limbo della sala transito dell’aeroporto di Madrid, ad ascoltare Ella somewhere over the rainbow e affondati nella meraviglia sempre nuova di vedere le ali dell’aereo imbacuccarsi dentro le nuvole, lavati con la doccia lunga e bollente della sera del rientro e a sessanta gradi in lavatrice con i vestiti sporchi della polvere di chi viaggia. Polvere di Lisboa.
Qui, le storie che Lisboa ha lasciato negli occhi. E per chi non si fosse ancora stancato, avevo parlato di Lisboa, più letteraria che reale, qui.
mercoledì, 03 agosto 2005
NOW PLAYING: Pacifico, "Liberi gli occhi"
Cade di nuovo. Come un miracolo. Come piccole spine le gocce che colano dentro i ripiani di pensieri. Sugli scaffali di preoccupazioni inutili, l’aria sulla pelle strappa qualche piccolo brivido freddo. Come una cura, questa pioggia d’un agosto che mi ha già stancata.
Messaggero del suo arrivo il vento, ieri sera. M’è arrivata la buona novella acquosa che già si sentiva il profumo nell’aria e io naso all’insù, a catturarne i minimi effluvi.
E’ arrivato il vento e si è seduto a cena con noi, incontro di musica e sapori così buoni sulla lingua da farti sembrare che sia casa. Ad invocare pioggia, un insolito quanto casuale segnale sonoro, i Perturbazione, che scorrevano via tra le stanze dalle porte aperte, via su due facce che ormai conosco bene. Che una è quella di qualcuno di cui parlavo giorni fa e m’è venuto di dire che è uno dei miei migliori amici. Forse perché sta impassibile ad ascoltare tutti i temporali che mi passano nei giorni, ma un po' sotto sotto si scompone e mi muove. Poi cucina il suo mitico pollo e il mondo dopo sembra decisamente migliore. L’altra faccia è così consumata a vederla, che abbandono ogni ritegno e gli recapito frasi senza senso in mezzo alla conversazione, perché sto già in fase Rem anche se non sembra e le interferenze oniriche si fanno sentire da un’altra me. E giù risate perché sembra di parlare in tre: io, quello lì, e un’altra Noe che s’accomoda mentalmente sul cuscino, già addormentata. E’ colpa di questo agosto che strema e fa tremare, ma lavato via da una pioggia che arrivi a sperare di cuore e che firma la tregua per una sera. Una sera di vecchi film, di fumetti, di peperoncini verdi e melone, di trivial musicali sulla Dave Matthews band, di sigle di telefilm cantate non troppo a mezza voce e profumi e risate e idee di viaggi.
Una sera leggera come la pioggia carica di vento che scendeva fino a stamani, che ha spazzato un po’ di foglie secche, che spazza agosto e lo rimette al suo posto, più pulito di certe sezioni d’aria troppo soffocanti per riuscire a respirarci dentro sul serio.
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