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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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venerdì, 28 ottobre 2005

Calzare un’altra vita. Cambiare prospettiva. Andare a cercare qualcosa che sia bello.
Desintonizzarsi dal solito giorno. Fare il logout da chi sa chi sei.
Semplici propositi per il week end.
Calze
Pigiama
maglioncino nero
stivali
trucchi
jewels
caricabatterie (2)
libro
chiavi casa
bigl. treno
ah
valigia.
Dunque, in viaggio. Torno.
se ti sfugge il motivo e la ragione delle cose molto probabilmente c'è un motivo e c'è una ragione ma non fanno per te
Messaggio promozionale: scoprite i fantastici servizi della AtaNat Killer s.p.a. su Curva Ottica
venerdì, 21 ottobre 2005
Lo hanno fatto Personalità confusa e chissà quante altre blogstar. Allora perché non io? Perché non raccontarvi che un sunny sabato mattina le mie adorate coinquiline mi hanno fatto uno squillo sul cellulare – dalla stanza accanto – per vedere se ero sveglia e, immediatamente dopo, propormi il viaggio più memorabile, il pellegrinaggio più celebre. Detto anche “gita all’Ikea”? Ebbene sì. Da oggi potrò dire: “C’ero anch’io”. Anzi, da oggi potrò sentirmi un po’ il Jack/Edward Norton di “Fight club” che in un momento di grande concentrazione si chiede angosciato "quale tipo di salotto mi caratterizza di più?", consultando proprio il mitico catalogo del paradiso made in Sweden. Dopo i bui supermarket, dopo i tristi e grigi grandi magazzini, finalmente l’illuminazione. Ovviamente, per una cotanta Mecca ci vuole un viaggio all’altezza: luuungo e irto d’asperità. Così, con le coinquiline mute un’ora di metro. L’unica cosa da fare è seguire un bambino che suona le maracas e balla come se fosse la taranta. Penso che dovrebbe fare i provini per diventare uno degli amicidiMaria (che non è un’associazione culturale a favore dell’uso di marjiuana, ma qualcosa di ben più deleterio e di ben meno gradevole). Sai come fanno presto a tirarci su un altro kledi. E magari il bambinotaranta potrebbe cedermi il posto per chiedere l’elemosina. Mi appenderei al collo un cartello. No, no, non il solito “jo dona de albania, prego aiuta x manggiare grazie”. No. Io ci scriverei: “Sono laureata”. Punto. Sai che pena che farei. Sai quanti dindi sonanti. Magari da spendere tutti all’Ikea. Questi profondi pensieri m’attanagliavano la mente, mentre il muro scorreva vario fuori dal finestrino della metro, in quel viaggio che per molti, a quanto pare è stato senza ritorno (quante volte avete sentito dire: “E’ andato all’Ikea e non è più tornato”?), perché alto è il rischio di perdersi in quella giungla di å e di Ø dei nomi di mobili in raffinatissimo truciolato. Son cose. E a dir la verità, serbandomi tutti questi pensieri in petto, avevo un po’ anche paura. Tant’è che poi si scende dalla metro, si aspetta l’autobus sulla tuscolana e da lontano s’intravede finalmente lei, bella ed enorme nel suo giallo e blu. Finalmente Ikea. Direi che il post potrebbe finire qui. Direi che a volte la Mecca sa della plastica delle tendine da bagno, della cere delle confezioni da cento candelotti. Ma – vigliacca - temo la ritorsione di quanti l’Ikea, la amano. Magari, da lì mi lanceranno una maledizione: “Abra cadabra, Sim sala bim, la Cerebro i mobili li comprerà tutti qui”. Quindi non dirò che subito mi è tornato a galla quel sogno infantile di andare a vivere in qualche mostra di mobili. Così da non dover mai rifare un letto, perché tanto ce n’erano altri da usare. Non dirò che i mobili dell’Ikea hanno un bel design, ma per una che è cresciuta in una cittadina che – come altre 500 nei dintorni – si spaccia per essere la città del mobile, così non ci siamo proprio: non ho sentito l’odore delle curve morbide, dei legni belli e scuri, degli incastri come arte e ingegneria perfetta dentro elementari manufatti della vita di tutti i giorni in cucina o in camera da letto. Non dirò che i bambini sono tutti irrimediabilmente colpiti da delirium tremens e saltano fuori dagli armadietti dei bagni componibili, sgolandosi con toni alla Linda Blair. Non dirò che la cosa che mi è piaciuta di più in assoluto all’Ikea è il metro di carta che ti regalano all’entrata. Io non ho detto niente,eh.
venerdì, 14 ottobre 2005

'Cause don't forget who's taking you home And in whose arms you're gonna be So darling, save the last dance for me Save the last dance for me Save the last dance for me. Di come, a volte, dovresti davvero fare qualcosa che hai sempre sognato segretamente di. Tipo andare in un locale in cui di solito sei a disagio, stringere la mano del proprietario che ti sorride come se tu fossi gradito ospite a casa sua. Tipo avere una crisi mistica quando ti chiedono se vuoi giocare a buche larghe o strette. Quando ne capisci quanto di fisica nucleare. E tipo che impari che se senti Bublè – quello lì sopra - vai liscia sul tavolo verde. Sicuro come la morte.
Fish in the sea You know how I feel River running free You know how I feel Blossom in the tree You know how I feel It's a new dawn It's a new day It's a new life For me And I'm feeling good Di come lo stomaco è un mucchietto stretto per l’ansia e la timidezza. Di come le spalle e le braccia sembrano andare a fuoco dalla tensione ogni volta che provi a tenere la stecca senza sentirti troppo un contorsionista.
Stanco di vedere le parole che muoiono stanco di vedere che le cose non cambiano stanco di dover restare all’erta ancora respirare l’aria come lama alla gola. Di come avere finalmente una due contro cui accanirsi. E alla fine metterla in buca. Di come fare finalmente la conoscenza della Signora Pallaotto e smettere di pensare che sia solo una stupida palla da biliardo che ha avuto molto successo nel settore marketing.
Just when I'm thinkin it was always you The sun has gone and let the rain come through The things I'm hearin I've already heard But now I'm walkin in a different world Just when I'm feelin like I'd made it through And still had somethin that they never knew The artificial is controllin me And I dont' recognise a thing I see And when it gets too late, I'll be chasin you home And when it gets too late, I'll be chasin you home Di come appoggiare la stecca sulla mano in modo che sia stabile. Di come prendere la mira focalizzando lo sguardo su un dito dell’avversario che indica il punto da colpire, a suo rischio e pericolo. Di come tirare piano significhi tirare pianissimo. Eh, ma stavo attenta alla traiettoria. Una cosa alla volta.
Tout doux, tout doux, tout doucement Toujours, tout doux, tout doucement Comme ça La vie je la comprends Di come, pur essendo una principiante, farsi venire la voglia di giocarsi un nuovo contratto di lavoro con una partita di biliardo contro il mio capo. E distrarlo con il cappottino rosso da streghetta (o alla Austin Powers, fate vobis). Di come imparare a giocare a biliardo è uguale ad imparare a guidare un’auto: regolare la frizione e la traiettoria del tiro; ingranare la marcia e non colpire la palla troppo in basso; accelerare dopo la curva e colpire lentissimo che sei vicino alla buca. Di come imparare a giocare a biliardo e imparare a guidare sono simili anche ad imparare altre cose.
Suoni in buca: Michael Buble, “Save the last dance for me” Subsonica, “Corpo a corpo” Muse, “Feeling good” Planet funk, “Everyday” Feist , " Tout doucement "
Messaggio promozionale: "Tutto quello che non avreste voluto sapere su Lisbona e che giustamente non avete mai osato chiedere" è la nuova fatica di Curva Ottica
lunedì, 10 ottobre 2005

vi facilito il compito, per quando mi farete notare le sfumature subsoniche di questo post....
NOW PLAYING: Subsonica, "Mammifero"
Poi è un lunedì. Che ti accorgi che questa carcassa di corpo che ti porti da 25 anni non ti sta più bene. Ti vesti tono su tono sull’anima e la pelle, per mimetizzarti. Ma non serve. Pende da una parte, tira dall’altra l’intera impalcatura. La testa come un chiodo incuneato tra le spalle tanto che fanno male. Muscoli come blocchi di ghiaccio artico che nemmeno l’effetto serra può sciogliere, con il massimo impegno riesco a camminare. A pensare no, che i neuroni hanno cortocircuitato da un pezzo ormai, lasciando la carne e le ossa come una scatola vuota che va in fade ai lati.
A prova d’esistenza t’infili le unghie nei polpastrelli – rendiamo grazie al pollice opponibile – ma senti solo, lontano, un intorpidito involucro senza senso. Dopo una domenica da provincia ipnotica. Non importa dov’eri o dove sei: la testa ti affresca, su parete, un giorno che non sai come dirlo.
Così questo corpo stretto s’incaglia in una deriva senza volontà, soffre solo un po’. Unico battito è l’istinto arcaico e arcano di far fiorire spine addosso per difendersi. Come se già stessero sbucando e fa male.
Sale a galla da una giungla Nord – nebbie di qui ci avvolgono come titoli di coda – questo corpo devastato d’inutilità, ma ineluttabile come Fato. Non posso cambiarlo, certo non ne troverei uno che mi vada meglio, che i nervi connettivi con l’anima sono recisi ormai. E ormai sono vecchia per rinascerci dentro, o anche solo per tentare di aggiustarmelo addosso.
(E neanche la stupidità umana, la sopporto più.)
giovedì, 06 ottobre 2005

Distorsione ottica che suscita domande sulla natura della percezione, cioè sul funzionamento del sistema occhio-cervello con cui noi percepiamo il mondo che ci circonda.
E' Curva Ottica.
(il side project di Noeyalin & Ataru)
martedì, 04 ottobre 2005
Ludwig van Beethoven, "Sinfonia n.5 in do minore op.67"
In un giorno fragile dentro, mi hanno telefonato: “Lui è morto”. Come al solito ho sorriso. Di quel sorriso che mi spunta sempre sui denti quando mi arrivano queste notizie. Come ad arrendersi isterico al beffardo gioco di mano che, ancora una volta, la vita e il suo contrario, hanno messo in scena.
E’ strano pensare che lei sia morto, professore. E’ strano, dico, quando ormai erano anni che non la vedevo e non parlavo con lei. Avevo reciso – solo in parte, l’ho sempre saputo – quel cordone ombelicale fatto d’approvazione, che mi legava a lei. E’ buffo. Perché lei probabilmente avrebbe giurato che niente ci ha mai legati.
Invece.
Come un’innamorata io. Che le ho sempre tributato un enorme debito intellettuale: l’unico conto aperto di questo tipo ce lo avevo con lei. E credo che resterà così.
Fu in un’era della vita in cui delle sue ire funeste e delle sue stramberie si facevano leggende, per terrorizzare noi liceali di primo pelo. La pipa, le ciglia folte e sempre inarcate hanno fatto il resto.
Cioè. Il più l’ha fatto quella mole immane di cose: come una torre altissima di saperi e sapere che si stagliava contro la mente dei sedicenni di fronte a lei, dall’altra parte della cattedra.
Ecco: le ore e ore di filosofia e storia regolamentari sono stati punti fermi attorno a cui costruire reti di una conoscenza priva di confini, dalla fisica all’astronomia, dalla letteratura all’economia, dalla musica alla poesia.
Da lei ho imparato che:
1. il governatore della Bce era (ora è morto, come lei) Wim Deusemberg. Da allora non l’ho più dimenticato;
2. il mondo si divide in due parti: quella di coloro che amano il cioccolato e quella di coloro che amano la vaniglia. Non si ammettono compromessi;
3. Uhm. Ora, sinceramente, non mi viene in mente.
Lei penserà: un po’ pochino.
Che glielo dico a fare, che sono altre le cose che mi ha insegnato. Tipo che c’è una sete di sentir muovere le rotelle dentro la testa, che non si esaurisce mai. Che quella sete deve anzi essere tenuta viva, da bucarti la gola, fino a trascinarti, sfinito, sulle carte a leggere, sulle parole a capire, a capire che molto c’è ancora da capire.
Come glielo spiego, ora, l’effetto che ha, nei giorni di un’invisibile liceale, quel non farmi rientrare tra i suoi eletti, quelli con la testa sopra la media. Quel suo non vedere la mia mano alzata, il mio giunonico e asinesco, incancrenito impegno nella ricerca su Federico II. Il mio autistico sbattere e risbattere i limiti cognitivi contro Camus e il mito di Sisifo. Tutto inutile, piccola testolina, pensava lei. Anzi non pensava. “Se non fosse per il registro delle presenze, di sua figlia neanche mi accorgerei. Non l’ho ancora inquadrata”: questo diceva a mia madre. Povera donna. Questo spiega perché oggi, quando mi ha detto che lei è morto, ha chiosato: “Non pensavo ti sarebbe dispiaciuto così tanto”. Questo spiega cosa ero per lei. Sempre slighlty out of focus. Un po’ immersa nel profumo del tabacco della sua pipa, l’aria immobile dietro la formica un po’ scrostata del banco, un nome dentro l’inchiostro della sua amata stilografica verde.
Io che invece stavo a snebbiare la sua idea di me. Perché per la prima e ultima volta nella vita, la mia, le regalavo la presunzione di essere l’unica persona al mondo del cui giudizio mi sia mai importato qualcosa. E’ successo così, che quel suo non vedermi, dietro le lenti dei suoi occhiali, davanti a quegli occhi azzurri, ha esorcizzato la mia quiete d’adolescente. L’illusione di trovare un varco tra i suoi libri, tra i suoi perché, tra i suoi prediletti, è diventata tenace essenza, fondamentale snodo di vita, per la folle idea di avere davanti qualcuno che poteva davvero capire cosa ci fosse oltre i maglioni larghi e la faccia paffuta come quelli di qualunque altro mio coetaneo.
E’ successo così. Che l’ultimo giorno, dell’ultimo anno di liceo lei mi ha detto: “Mi hai sorpreso”. Tre anni, ci ho messo, per sorprenderla. E l’ho fatto con Adorno. Mica chiacchiere. Che poi Adorno l’ho fatto un po’ mio ed è colpa sua se, nel primo esame all’università, sono stata l’unica del corso a scegliere i suoi studi sulla personalità autoritaria. 5 libri in più. E’ che lei mi aveva insegnato a togliermi qualche innocente sfizio intellettuale. Ma non l’ha mai dato a vedere, non si preoccupi.
La sua reputazione è salva. Quella di far scattare sull’attenti ogni studente al suo arrivo, di lanciare in aria i fogli dei compiti per un attimo di rabbia, di “farci mangiare i chiodi” con un compito in classe l’ultimo giorno dell’anno. Ecco io i chiodi li ho masticati ben bene, poi li ho buttati giù. E ho capito un po’ di che pasta sono fatta. Dura. Un po’ ferrosa. Che sulla distanza, di certo, regge.
Son cose, queste, che a sedici anni ti risultano a dir poco ostiche da capire. Ma io ho avuto lei. E sbam: ecco qui quel che ero, quel che potevo essere. Tutto davanti a me, come un regalo inatteso.
Chiare certezze che – involontarie – mi ha buttato come briciole ai lati di una strada: che “L’idiota” di Dostoevskji è un libro bellissimo; che l’amore andrebbe sempre letto con i “Frammenti di un discorso amoroso” ben saldi sul comodino, a svelarne ridicolezze, cinismi e sentimentali umane fragilità; che ci voleva che lei morisse oggi, per autoproclamarmi sua allieva: non una studentessa, non una che ha sviluppato le sue intuizioni filosofiche, ma una che ha spolverato la propria vita con la sua stessa severità, con qualche chiusura mentale in meno – per aver visto chiare le sue -, con una coerenza che aspira ad avere la stessa punteggiatura di certe sue inarrestabili ore di vita tra le pareti di un liceo di provincia.
Che non posso consolarmi all’idea che sia andato in paradiso, professore. Perché lei nel paradiso non ci credeva. E sono certa che sarebbe oltremodo contrariato, se ci finisse, per errore o Fortuna.
Arrivederla, Professore.
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