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giovedì, 29 dicembre 2005
NOW PLAYING: Cesare Cremonini, “Maggese”
Le voci di là mi hanno cacciata dal peso delle coperte che, volato fuori il sonno, si sono fatte scomode. Mi alzo e mi carico di un paio di scialli, gli occhiali calati sul naso, dondolando nei calzini grossi fino al camino acceso. Mi acceca però l’aria dalla finestra, bianca. E’ sceso silenzio chiaro tutta la notte, fiocco su fiocco in morbido tetto alla siepe di alloro, ai pini che d’improvviso sembrano fioriti in cima, sulle villette a schiera già chiare di suo. Scuoto dagli occhi meraviglia ma mi scende giù dalla vista alle dita, formicolìo di sfiorare, affondare in quel morbido. La prima diligenza e forse l’unica, in partenza per quel candore di fuori è mio padre che oggi meno che mai rinuncerebbe alla sua passeggiata fino in centro, a ciangottare (cit.) con gli amici. Al balenare dell’allettante cometa da posarsi lieve su un cappuccino caldo rigorosamente offerto dal genitore, oggi mi faccio paesana anche io. Raccatto alla svelta più vestiti che posso e mi segherei tutti i tacchi che poco si adattano ad affondare nella neve. Alla fine rapisco da sotto la sedia un paio di scarponcelli gialli di mio fratello, a cui li chiedo in prestito mentre dorme e annoto mentalmente che mai dire mai, perché non avrei mai (per l’appunto) pensato di mettermi questi carri armati ai piedini. Benedico i tank calzaturieri ed esco che mi si vede solo gli occhi. Saranno passati quindici anni da quando ho spostato il peso su questo tappeto di grani compatti che scricchiolano sotto i passi lenti lentissimi. Gente un mucchio. Facce di gente diverse, a guardarsi con occhi che ballettano curiosi da sotto i cappelli e sopra le sciarpe. Nitore cui gambe e respiro tentano d’abituarsi giocando, anche quelli di ciquant’anni. Sarà che qui non capita spesso, ma questa distesa brillante di assoluto incolore riflette impietosa e imparziale i pensieri più leggeri di ognuno, ci ha buttati fuori dal caldo dei camini accesi un po’ dappertutto, a gironzolare per strada a salutarsi con sorrisi distesi come se fossimo tutti buoni vicini di casa. Anche quella che conosci ma non ti saluta mai. Dentro il bar mi si appannano gli occhiali e pesco alla cieca la schiuma del cappuccino mentre mio padre mi regge il cappello e uno accanto a me canticchia Incantevole seguendo la radio. E’ la canzone più poliedrica che abbia mai sentito, perché colpisce i sensi sempre in modo differente e su questo bianco caduco sentir parlare di un fragile incanto è come sentire come suona la musica in qualche regno fatato. Di nuovo fuori, ad appoggiare gli occhi che non sanno più dove guardare in quel tuffo di superfici perfettamente arrotondate e infagottate di neve. Impari qualcosa di più sugli uomini, dall’istinto di andare lì dove quel biancore è ancora intatto di orme o pneumatici, dove lo strato è perfetto ad affondarci con i piedi o la mano e riportare indietro quella manciata di inutilità pura. Volerla incarnare – insaccarla dentro la carne e il cuore – portandola alle labbra, sentirla fresca e insipida e dal sapore ancora candido sulla lingua. Lo faccio davanti ad un’immagine dipinta sul muro della sede di Rifondazione comunista: il subcomandante Marcos mi guarda in silenzio. Ha il passamontagna d’ordinanza, avrà freddo anche lui che mica ci è abituato alla neve, come me. Ma ha una vista privilegiata da quella parete scalcinata e grigiastra: scende giù la vista a vertigine lungo un’ansa del fiumiciattolo e l’argine alto a digradare è ancora intatto di bambini e altra gente. Ancora più stupore per me, che in diciott’anni di giorni passati qui, non ero mai salita fin su questa strana sponda, sorta di colonne d’Ercole di quel che conosco. Ridiscendere giù si deve. Che già si fa ora di pranzo, che già si fa sole e acqua gocciolante non più neve. Curiosare ancora sulla via del ritorno, a soppesare il peso di quella coltre così leggera agli occhi, ma insostenibile ai rami di pini alti come giganti che alla fine hanno ceduto, sfilacciandosi fin sul selciato. Le gambe e l’anima andrebbero ancora avanti, a macinare strada su cui passeggiare morbidi. Ma tornare si deve. Di nuovo dietro la finestra, a guardare fuori accecarsi uno swing in testa. (E mi viene da invidiare gli eschimesi che hanno otto modi di dire la neve).
domenica, 25 dicembre 2005
(sottotitolo: tenevo tanto ai ravanelli)

NOW PLAYING: l’audio del film Lady Hawke
In fin dei conti sono ancora troppo piccola per far finta che sia solo Natale e “dimenticare” che oggi ho lo scatto d’anzianità. Sono abbastanza vecchia da essermi stancata di rispondere al solito commento autistico “oh ma sei nata il 25…un regalo solo!”. Sono 25 i 25 oggi e la prossima volta giuro che non risponderò alla meraviglia beota di chi lo dice. Sono ancora piccolina da potermi permettere di essere acida come una ragazzetta arrabbiata col mondo. A tratti. Sono vecchia tanto da esser giù caduta nelle maglie della nostalgia, che ogni Natale ridanno Lady Hawke e lo rivedo. Sono così piccola che al supermercato, per vedere se ho comprato abbastanza frutta, do un’occhiata furtiva alla quantità cromatica di verde che sta nel cestino della spesa. Sono così vecchia che mettermi di fronte al caminetto nel semibuio, su un libro d’ottocento pagine con le pagine bordate di nero inchiostro è un programma allettante. E piccolina mi dispiaccio dei ravanelli che mi ha portato mio padre, che non mangiavo da anni e che ho dovuto buttare…perché me li ero dimenticati nel fondo del frigo. Mi sento addosso una sorta di mezzo del cammin di mia vita i cui contorni sono bizzarri e traslucidi. Però sono io. Di nuovo. Venticinque anni il 25. Venticinque al quadrato.
*Post al quadrato*
NOW PLAYING: frish frish del fuoco sotto la cenere nel caminetto e violini di gente che li suona in un film in bianco e nero muto che danno sul tre.
Ho detto 25 al quadrato indi elevo il precedente scritto alla seconda con questo. E pensare che sono sempre stata una frana in matematica. E’ l’una e quaranta. Per entrare nel venticinque mi son preparata un po’ prima ma alla fine sono uscita senza trucco. Quindi mi sono potuta stropicciare il viso per tutto il tempo a Messa. Sono andata senza trucco e senza tacco, con l’ormai celebre piumino bianco. E tra tutti quelli in tiro di vestiti nuovi ci sarà stato più d’uno che l’ha notato. Per andare ho attraversato una specie di nebbia strana che dentro ci sbattevano solo i miei tacchi e in giro non c’era anima viva. Un po’ di strizza m’è venuta eh. Fatto tutto per bene, la Messa, gli auguri agli amici miei e agli amici “di”, rassicurata un’amica di famiglia “eh, ormai vivi là, ti sei laureata, lavori, ti sei fidanzata (cito testualmente). Io con sorriso da Gesù Bambino: “sì, ho fatto tutto (soprattutto l’ultima parte nel cui campo le mie negligenze fino a un anno fa ti erano note e ti preoccupavano oltremodo immagino…). Pensato tutto bene. Ripresa di corsa la strada per rifare il vialetto buio e nebbioso e magari pieno di lestofanti acquattati in ogni oscuro antro. Riconquistata l’auto, via verso casetta calda e asciutta. Dritto oltre la piazza del paese, precedenza all’incrocio, giro a sinistra, curva stretta. Freccia. No, niente freccia. Via lungo un’altra strada che allontana da casa, ogni volta mi frega l’asfalto e le ruote e la musica mi tirano dove il piede scivola leggero sull’acceleratore e sul volume della musica. Strada nera e bagnata si mangia parole che canto ancora e tutte le note suonano diverse qui dentro. Finché non metto la freccia giusta e torno. Cavolo. Sono sempre la stessa.
venerdì, 16 dicembre 2005

NOW PLAYING: Jet lag, "Don't talk to me"
Oggi c’è il sole. Oggi c’è nebbia ciottolante in testa. O forse è lucida lucidità ma è che non ci sono abituata. Oggi mentre camminavo per strada ho visto un manifesto pubblicitario e la tizia sembrava proprio la Franzoni con una parrucca bionda. Oggi danno i pacchi di natale in azienda. A qualcuno ne danno due. Ma tanto a me l’olio che ci mettono dentro mi dura da un anno all’altro. Oggi stringo gli occhi sul ritorno in cuffia “perché ho peccato nel desiderarti tanto, ora son solo a ricordare e vorrei sentirti dire guarda che luna”. E mi sfugge la concezione di peccato. Ormai. Oggi compro andate e ritorni, organizzo solitudini ben misurate da starci dentro larga per leggere a voce alta il Don Chisciotte, così mi racconto qualche storia. Oggi vorrei il cacciavite con la livella incorporata che ho visto in un negozio. Così potrei avvitare bene i ripiani di certi giorni storti di vita. Oggi non sono una donna: cammino passifermienonondeggianti con i pantaloni grigi gessati, le scarpe senza tacco e punta tonda, cappello calato sugli occhi, che ho calcato bene il nero matita ma non ho prestato grande attenzione alle altre sbaffature dell’ombretto cremoso oro. Oggi, poi, sarò una donna. Che laverò i capelli e indosserò una gonna. Oggi sbircio di soppiatto il calendario ma il tempo se ne accorge e passa o non passa quando gli pare a lui. Oggi sono sveglia dalle cinque. Ho fatto qualche telefonata, a quell’ora. Mi ha risposto mia madre. Lei che è una donna si sente. Oggi ci vuole il vino, che scioglie l’intrico dei muscoli duri come stiletti. Ieri ci voleva il vino per sciogliere la conversazione e i denti forte sulla lingua per non dire quel che il vino riportava in testa. Oggi vorrei correre correre e correre per sfasciare tutta quest’adrenalina di sovraccarico che mi sciaborda dentro. Oggi ho smalto sulle unghie ma occhiali grossi, orecchini ma calzini, la maglia con lo scollo ma la canottiera. Oggi non mi guardo allo specchio. Oggi mi siedo solo e con la mano in aria scaccio con fastidio qualche moscapensiero. Oggi non sono una donna.
IMPORTANTE: Vi segnalo che il post con i vostri off the record è stato aggiornato con il contributo di Cavuccio, che ringrazio in particolar modo, perchè - insieme a tutti voi - mi ha reso terribilmente orgogliosa di aver per caso dato il via a questa storia di storie dette e non dette proprio da chi legge, custodite qui su Sic!
martedì, 06 dicembre 2005
NOW PLAYING: Baustelle, "La guerra è finita"
Non c’è più niente da fare, per questo post. Ora del decesso: 14:30. Ho pensato così: che le parole e le immagini che mi sciabordavano in testa da giorni, tradizionale preludio ad un assestamento da riordinare poi nero su bianco e su post, eran rimaste slegate. Capita. Quante ne sono finite nel limbo…
Ma poi invece ho pensato di provare a defibrillare questo post non nato. Allora ho raccontato di una mattina che mi svegliai alle 6, fuori buio e io la schiena ancora tiepida di sonno mi vestii e andai fuori, che c’erano delle cose da fare, anche se era giovedì e di giovedì si lavora. Ma a volte ci sono delle cose più urgenti che lavorare. Parrà strano ma è proprio così. Allora ho fatto le cose che dovevo fare, sbuffando, fremendo, beccandomi gli schizzini ignoranti di una pioggia infingarda e facendo su e giù con l’ascensore, guardando il numeretto sul display di fronte agli sportelli e vedendo e non guardando la gente in pigiama che passeggiava lemme davanti ai suddetti sportelli. Me la son cavata entro le dieci e avrei dovuto di filata andare in ufficio. Ma a me mi sembrava come quando andavi a scuola e i tuoi ti venivano a prendere prima della fine delle lezioni perché dovevi andare a fare una qualche visita…e quelle ore rubate parevano come una festa sgraffignata alla noia dei compiti e dei quaderni con le righe alte da terza elementare. Allora ho detto a quello che era con me: andiamo a comprare il calendario dell’avvento, che è oggi è il primo dicembre è come il cacio sui maccheroni. Perché tanto ormai Natale è come un parto indotto prematuramente: il clima natalizio te lo devono far sgorgare dal 1 novembre e alla vigilia vorresti aver già sfatto l’albero da un pezzo. Comunque. Quello che era con me, visto che era dicembre, mi ha portato in un negozietto piccolo, caldo di rossi e babbi natali panciuti, candele vestite di stoffa a festa e chiacchiere della padrona che si ricorda sempre di me e di quello che era con me e anche di suo cugino e sembrava anche lei un po’ nostra cugina perché si parlava come se non ci fosse nessun tempo da finire, o ore da lavorare, ma solo doni da pensare giusti per i giusti volti, presto da passare in rassegna per non dimenticare nessuno tra i pacchetti sbrilluccicanti. Dopo aver pensato - di pensieri oziosi - quali regali regalare, ci siam crogiolati via nell’idea che tanto ripassiamo e ora è presto per drizzarsi i capelli in testa perché “è tardi e ancora non abbiamo comprato questo e quello”. E ci crogiolavamo così bene che siamo rotolati fino in un parcheggio fortunatissimo e per sottolineare l’importanza dell’evento io ho anche detto una parolaccia suscitando la più pura gioia bambina in quello che era con me, perché io le parolacce non le dico mai e quando le dico fanno questo effetto d’ebbrezza in chi mi sta a sentire. Poi siamo arrivati fino al paese della cuccagna: cioccolati e cioccolate in ogni dove, persino a penzolare dal soffitto. Non ci fu sede maggiormente degna di essere meta di chi svicola dai doveri di persona perbene e si gingilla in luoghi di perdizione. Sebbene forse a dannarsi sarà stata la commessa del negozio, che per la scelta dei gianduiotti Lindt da mettere nel calendario dell’avvento, l’abbiamo fatta ammattire. Contenta come una pasqua, anche se il calendario è per Natale, me n’andai a far colazione al bar come fanno i gran signori, che a casa mia la colazione si fa seduti intorno a un tavolo, a inzuppare i biscotti in una tazza, delle dimensioni medie di una vasca da bagno, con dentro il lattone. Poi tornai ai quotidiani affanni, ma sentivo che era diverso. Lo sentivo perché sentivo che c’era il bisogno di scrivere impellente una cosa. Che è nata una canzone elegante e triste e forte e bella come una donna, che così ne ho sentite poche. E fa “la guerra è finita”. Che poi tornando a casa vidi la luce intermittente d’un lampione, che soffriva per quella sua discontinuità a causa d’una bandiera dell’Hotel San Giusto che ci si accostava e si scostava con ritmica bizzarria ed era una danza attorno all’infastidito lume (cit.) ed era stupida e assolutamente da scrivere. Beh, io avrei finito, con i tentativi maldestri di rilegare le disgiunte membra di pezzi di un post al condizionale. Ma i tempi e i modi dei verbi mi si sono sgangherati tra le dita sulla tastiera, le idee le ho mescolate troppo e sono impazzite come la maionese. Non vogliate troppo male a questo frankensteinpost. E’ che proprio non potevo fare a meno di raccontare il primo giorno di Natale.
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