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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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domenica, 30 aprile 2006

Now Playing: Mario Venuti, “Un altro posto nel mondo”
Il passato è un paese straniero dove le cose si fanno in un altro modo. L.P. Hartley
Ho in mente, con quest’aria fresca e sole scaldato, un tavolino di ferro all’aperto di una caffetteria. Un posto che conosco, vicino casa, c’è verde intorno e passerei volentieri lì queste ore ultime della giornata, prima di cena magari a non chiacchierare in compagnia di qualcuno che mi lascia a pensare senza voce e senza interrompermi. A volte basta stare lì seduti. Così. Seduti e basta. Ma visto che ho fogli e schermate da starci davanti sto a casa a guardare fuori, aperitivo di cielo alle sei e basta. Un anno e un quasi fa, la vedo in questa stanza, seduta ancora a questa stessa scrivania. Fino all’ultimo non si alza dalla sedia. Poi manca una trentina di minuti, i jeans soliti e il maglioncino nero a collo alto, stivali tacco quadrato per evitare una serata da trampoliere, che già sui trampoli -dall’uno all’altro - gli ci saltellavano i pensieri. Sotto casa faceva freddo, in auto le solite chiacchiere, le solite chiacchiere sul tavolino di un locale alla moda, un bel po’ di cose da dire e da bere. Lui la maglietta nuova comprata nei giorni scorsi all’estero, la mostra orgoglioso. La solita timidezza poco oliata si trasforma in avide sorsate da un drink piuttosto forte, lei che si trattiene dal giocare con la cannuccia d’un innocuo succo di frutta, beve in brevi respiri tra un sì beh, l’ultimo dell’anno a Forte dei Marmi e oh, guarda in vacanza là ci tornerei subito. Ancora qualche sorso, attenta a non dire cose stupide, attento lui a non dire cose stupide. Il bere diventa troppo lungo e lento, bere stillicidio. On and on, nella saletta con la luce verdina al tavolino di plastica lì nell’angolo, lei testa leggermente incassata nella sciarpa rosa scuro che le ravviva il viso, lui sigaretta in mano le gambe che cambiano posa spesso nello spazio poco. Qualche volta gli occhi scivolano via, per non incappare nell’errore di uno sguardo troppo lungo, che troppo e troppo a voce alta chieda di piantarla con tutte quelle parole che colano dentro i bicchieri, con tutti quei sorrisi a paravento d’un gancio diretto, tipo “stasera si sta proprio bene” e basta. Ma ancora bla bla vari con nella testa attenzione a non ridere troppo e a non sembrare malinconici, emozionati, assenti, distratti, solo leggeri in una serata normale e basta. Normale e basta lo è poco, tutto quel tempo che ci corre tra i bicchieri dei due, su quel tavolino. Ecco, che lei non è tipo da aspettare tutto questo frivolume di chiacchiere come parete di carta di riso a disegni cinesi. Con un colpo sfonda l’attesa, non dovevi dirmi qualcosa? Spezzato il fiato, sul cocktail alcolico di lui che a quel punto gli tocca riluttante dire, ma nello scatto finale le parole gli escono abbastanza lisce, senza sbavature o incertezza. La mossa sta a lei che raccoglie metodica brandelli di lucidità e li espone allineando le mani sul tavolino, spostandole in simmetrica opposizione e picchiando dolcemente sulla plastica per sottolineare chissà più quale concetto. Poi la serata continua finalmente fuori da quel locale alla moda. Torno ora alla mia scrivania, ma mi alzo subito, mi cambio e vado a correre. Doccia, mi vesto, la sciarpa rosa scuro e le scarpe fucsia, il soprabito nero leggero. Fuori, in auto, solite chiacchiere i sorrisi si aprono uno dopo l’altro come una gemmazione inarrestabile. Restano un po’ lì sulla bocca e sfumano solo molti istanti più in là. Ah, sì oggi a lavoro, sul giornale ho letto che…aspetta, che canzone è questa? Uff…la conosco ma proprio non mi viene. A quel tavolino, in un locale alla moda, le luci non proprio verdine ma ancora dai toni aciduli io, occhi trionfanti snocciolo titolo e nome del gruppo. L’avessi azzeccata allora, una cosa così, avrei preso mille punti, dì la verità. Sornione lui non la da vinta, strizza gli occhi e fa spallucce mentre un altro sorriso sbuca sfuggito al controllo. Stasera si sta proprio bene, faccio io. Uhm, sì. E basta. Sulla stessa traiettoria gli sguardi si scontrano e lì restano senza scivolare al di fuori di quel binario diretto tra i due lati del tavolo. Nessuna parola tenuta stretta, niente che mi dovresti dire, niente che il long island abbia il compito di sciogliere. Dopo un po’ riavvicino la bocca alla cannuccia che affonda nel succo di frutta alla pesca ma sbaglio mira. Umpf è il massimo che mi esce, rassegnata alla mia imbranataggine eterna, anche se mi scappa da dire che se lo avessi fatto allora, chissà cosa avresti pensato tu, che sono una frana, una totale sfigata. Veramente, avrei solo riso. Lo guardo e passo. Beh, in effetti magari avrei anche pensato che non eri poi tutta precisa come sembravi. Già: sembravo. Allora avevo una reputazione da difendere. Ora su questo tavolino, a un anno e un quasi fa di distanza, non sto attenta a quel che dico, mi distraggo e ricado un metro dopo che le sue parole sono già scorse, perché intanto io di certo ho ballato da sola sull’idea che avrebbe riso. E basta. Mi piace, l’idea. E basta. Poi la serata continua fuori da questo locale alla moda, avanti veloce da un anno e un quasi fa.
martedì, 25 aprile 2006
Questo post è coperto d'una sottile brina invernale...ma se lo scongelate è ancora buono. Giuro.
NOW PLAYING: Fastball, "The way"
- Ci vediamo in quella piazzetta… - Babbo da quelle parti non c’è una piazzetta - Sì, dai quella piazzetta…Il ristorante si chiama “Al porto”. - Ok, ci vediamo davanti alla Rinascente che è meglio.
Dopo 30 minuti.
- Ecco vedi, è questa la piazzetta che dicevo. - Babbo quello è un marciapiedi salvagente che divide la strada dalla corsia preferenziale. Non è una piazza. - … - Vabbè, ecco gli altri.
- Babbo ma non lo vedo, il ristorante “Al porto”. - Ma sì, vedi, è quello lì: “Al molo”. - ? - Via su: al porto, al molo, è uguale. - …
Oh allora che si mangia? Te che prendi? La vòi questa? L’ostrica? Uh sì! (Babbo + Nat + pensionati vari) Ecco il risotto. Il risotto è poco cremoso. Vabbè, chissenefrega, gnamme. (Natmaquantomagna) Eh, quello lì, Bragagna, non si trova mai. (babbo) Ma sì, per la sindacalizzazione dei vigili del fuoco devi fare leva sul loro spirito d’aggregazione. Oh io c’ho provato ‘n tutti i modi ma un c’è verso! (pensionato con moglie vs babbo) Eh io ero comandante ne’ vigili der foo. E insomma, ci chiamano perché c’era ‘sto 4 x 4 allo Scolmatore, giù ner fango dè e dentro una ragazza che piangeva, siamo affondati anche noi con la campagnola (eh?). Però via di gattini n’ho sarvati tanti. Ah, beh, allora. (pensionato – da dopo la storia dello Scolmatore - con i baffi) Dì quarcosa di sinistra! Ahahahah.Ah. (pensionato con gli occhi verdi) Oh passami ir sedano, e mi piace da morì a me ‘r pinzimonio. Si vede si vede. (babbo vs Nat) ‘nsomma quella vorta dello Scolmatore era meglio se un ti trovavano proprio come Bragagna. Ahahah. (babbo vs pensionato con i baffi). Eh, ‘r tu’ babbo urla tanto ma poi alla fine è bono. Eh, è un po’ un orso. (pensionato con gli occhi verdi + Nat) Il Vermentino è buono dopo un po’, però un po’ troppo secco per i miei gusti. (Natmaorasembriacapure) Le bestie te le mangi te? (Nat vs babbo a proposito dei crostacei nel suo piatto. Ma come, prima si scofana sette chili di risotto e poi fa la schizzinosa?) Eh, oggi s’era tanto preoccupati pe’ le pensioni, per e giovani che sono disperati. Poi ha parlato quel politico lì, via…ora che c’ha detto che le pensioni sono aumentate e c’è più lavoro mi sento più tranquillo. Allora dobbiamo spostare la nostra linea di rivendicazioni per gli anziani sulla questione vacanze, alberghi, viaggi…(pensionato con moglie) Oh, ma te tifi fiorentina come ‘r tu babbo? Mah, veramente simpatizzo per la Roma, ormai. Senti là oh, c’hai la figliola romanista. Dai è peggio che c’abbia il figlio juventino. Eh, in effetti… (pensionato con i baffi vs Nat + babbo muto e rassegnato a figli calcisticamente ingrati). Oh, ma questo sorbetto chi l’aveva ordinato? Ah, nessuno? Vabbè, lo diamo alla signorina. Uhm grazie. Bono. (Natmagnaanchequellochenongliciva). Si va? Si va…oh a me questo ventarello mi garba proprio, senti ‘ome si sta bene! (babbo estasiato dal freddo polare). Via buonanotte. Ciao ciao (pensionati + babbo in coro)
In taxi il tempo delle mele.
Davanti al portone - Toh, Beo sei lì? Com’è? - Eh, come vòi ‘e sia. E’ un freddo boia. Co’ ‘sto vento diaccio. - E ‘nfatti vado ‘n casa. Via ci si vede domani. Notte Beo. - Sì… bonanotte!
sabato, 01 aprile 2006

NOW PLAYING: il meteo alla tv, su supporto girevole, del Plaza
E’ la parte del lavoro che si salva. Il Plaza. Non tutti sono uguali, no. O meglio: le stanze che non siano suite sono abbastanza normali. Epperò mi convinco a restare in questa camera, ora (8.47 del 1 aprile ’06) invece che gironzolare per una città che non conosco prima di iniziare l’ultima giornata di convegno. Sarà la scrivania grande di legno scuro, con una lampada dal design d’ufficio di grande avvocato, che – per l’amor del cielo – sarà di truciolato, ma fa la sua figura. Non è tanto il bassorilievo che troneggia sul letto a farmi impressione, quanto i bicchieri da scotch, che ti fanno sembrare elegante nello specchio anche se ci bevi l’acqua, e ci lasci volentieri anche l’impronta del rossetto, perché è cinematograficamente perfetto. Sono i faretti in bagno: ti vedi bene la faccia, le occhiaie da correggere e le macchie da coprire e così il trucco non fa una piega. E’ il telo di spugna fuori dal box doccia, per quando esci gocciolante dal getto divinamente violento, regolare (oh, magia! Non come quello di casa mia che va a sputazzi!) e bollente d’acqua. E’ il fatto che dopo che sono uscita per la cena qualcuno è venuto qui, ha chiuso le tende per bene, predisposto uno scendiletto e sistemato le coperte, aperte di lato da un triangolo perfetto: pronti per la nanna! Sono i tremila buongiorno che ti dicono tutti quelli che incontri, quando a casa, tuo padre di mattina ti saluta mugghiando e tua madre attacca già con una raffica di discorsi che sono comprensibili quanto il vulcaniano stretto. E’ quella serpentina gigante in bagno che ti intiepidisce gli asciugamani per il bagno, bianchigrandi che non posso resistere alla tentazione di avvolgermici tutta e andare così in giro per la stanza. Sono gli attaccapanni giusti in tutti i posti dove servono (a casa, la roba che si affastella sulle sedie), sono i fazzolettini nella scatola grande da tirare via un dietro l’altro (e questo è davvero lusso sfrenato) sul lavandino e la conchiglietta con dentro bottigliette e scatoline varie. Ah, anche lo gabellino vicino alla doccia che finalmente qualcuno ci ha pensato che i vestiti dove li appoggio? A casa sulla lavatrice!!! E anche questo specchio enorme dove finalmente, per un attimo, ti vedi la donna che avresti voluto essere e ora però non lo sai più tanto bene. Sì, lo so, piccolezze. Dovrei andare fuori, in giro, forse. E’ che sono un’anima semplice e mi entusiasmo per poco. Che ne so: magari, se un giorno divento la donna nello specchio, poi entrerò e uscirò dalle stanze di chissà quali altri Plaza, e neanche le vedrò più.
Allora, intanto, I love Plaza. Live.
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