
Premessa: lo so, è un post schifosamente lungo (e comunque vorrei farvi notare che è filiforme). E' che per parlare di una vita perfetta un po' di spazio ci vuole, suvvia...
NOW PLAYING: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti, "Raindrops keep falling on my head"
In una vita perfetta, io ho sessantacinque anni o giù di lì. Mi alzo presto la mattina, ho imparato a non sentire più il fascino del sonno ad oltranza, così vicino alla morte. In una vita perfetta mi alzo presto la mattina, mi piace il caffè forte e lo bevo mentre il sole ancora scalda poco, spalanco le finestre, che in questo inizio d’estate che è la mia vita perfetta, l’aria delle prime ore di luce sa di cose da fare. La città piano piano non più assopita inizia a scorrere. Scendo a comprare il giornale con i miei capelli corti e in ordine, che in fondo ne ho avuti di anni e soffi di vento a cui abbandonare le ciocche lunghe sulla schiena. Si muovevano morbide sulle spalle nei molti viaggi passati, dentro orizzonti di luci sempre diverse, di città e qualche deserto, negli occhi di gente che non rivedrò ed ogni ricordo è un sorriso. Perché nella mia vita perfetta spesso ho fatto la valigia, non per fuggire, ma per molto vedere con i miei stessi occhi, e qualcosa l’ho pure imparata. Non troppe penso, però. Altrimenti non mi spiego lo strano metafisico senso di smarrimento e d’aria ventosa che ancora sento di fronte a un paio di quadri che mi porto dietro da quando avevo vent’anni, uno con un albero in mezzo al nulla o tutto, sopra la terra sotto il cielo, e l’altro con donne dai toni rossi, che in silenzio parlano e odorano l’aria che gli muove le gonne. Ma la mia vita è perfetta e per questo so perfettamente che, vivessi altri cent’anni, continuerei a cercare risposte e quando le trovassi, altre mille domande sbucherebbero tra i pensieri. Senza pensieri leggo il giornale all’ombra, seduta sulla panchina sotto casa davanti al bar e la gente passa e siccome questa è la mia vita perfetta, leggo il giornale come se avessi tutto il tempo del mondo. Alle 11 torno su e accendo la radio e questa è una delle cose più perfette della mia vita perfetta: ho tanto tempo per sentire la radio. Ascolto tutta la musica e riconosco gli ultimi successi. E qualche volta penso anche che le canzoni di quando ero giovane erano certo più belle. Poi mi viene il sospetto che il mio sia un piccolo vizio da vecchi e che certi vizi, come questo ad esempio, non son poi tanto dannosi. Cucino semplice quando pranzo da sola, mi piace tagliare le zucchine, qualche volta lo faccio anche a occhi chiusi, così posso ascoltare meglio l’olio che intanto sfrigola in padella, il profumo che fa quando è caldo. Poi li riapro di botto, gli occhi, per vedere il rosso dei pomodorini e sentire con le dita se sono ancora buoni. Sono in pensione da un anno. Dopo pranzo metto un cd, a volte lo scelgo con cura, a volte no, ma non ho perso l’abitudine di fondere l’ultimo che mi hanno regalato, a forza di farlo risuonare. E mi metto al lavoro. Nella mia vita perfetta mi concedo la vanità di un portatile ultima generazione, che non si può mica campare solo della poesia da vecchi che sprizza fuori da qualche pomodorino. Allora mi metto a battere veloce sui tasti, che nella mia vita perfetta l’artrosi non so che sia, e mi metto a battere veloce come un suono che per me è tutt’uno che respirare, perché nella vita non ho fatto altro e non potrei smettere proprio ora. Scrivo un mucchio di corbellerie, robe romantiche in posti esotici, uomini belli, amori contrastati, donne capricciose o forti o tutte e due le cose. Scrivo di luoghi da sogno e figli segreti, balli sensuali, grandi ricchezze, fiori nei capelli, uomini decisi. Un sacco di frottole, insomma. Frottole che Luca, un bimbetto di 30 anni, reclama con precisione svizzera chiamando dalla casa editrice ogni quattro mesi. Frottole poi stampate su carta riciclabile, rilegate con lo spago per la collana Le Rose Blu, quella che da anni ormai ha spodestato la Harmony nei sogni di donne in cerca di qualche storia ehm frottola da leggere per non pensare a frottole ehm storie ben più impegnative.
E’ una vita perfetta, ma mi tocca sempre rialzarmi dalla sedia comoda davanti al computer per alzare un po’ il volume della musica, perché la perfezione di questa esistenza non m’ha fatto diventare come tutti gli altri, che i rumori forti a una certa età danno fastidio. A me la musica alta mi sa ancora di vita: che si sarà pure vecchi, ma insomma ci si tiene e tirarci fuori le unghie, le unghie via dalla vita, è un po’ difficile, diciamolo. Della vita perfetta so che un giorno magari finisce, anche. Allora, con i soldi delle Rose Blu - che sono più di quelli che guadagnavo scrivendo un articolo da qualche paese sotto le bombe, da giovane – d’estate prendo il treno e vado verso un’altra vita perfetta, che so più vicina a quella di dopo. C’è un posto sul mare, un mese di sole, che ho scoperto a 17 anni. A 17 anni si è solitamente molto stupidi, ma sarà stata un’avvisaglia di questa vita perfetta, perché a quell’età ho visto quel posto e ho pensato fosse il punto più vicino al paradiso che io abbia mai visto. E per quanti paradisi io abbia visto, ne sono ancora convinta, e magari lassù, per colpa di questa storia, il tenutario del paradiso mi ritiene piuttosto presuntuosa e un pezzetto d’Eden me lo son già giocato. Ma tant’è che d’estate prendo il treno e vado lì: stradine, la gente che ti conosce, ti saluta, il profumo di mare dalla finestra, i colori decisi, i ristorantini al porto, l’acqua celeste, il fresco delle imposte chiuse il pomeriggio, le onde come un respiro la mattina presto (qualche bracciata) e la sera sul sole che va giù finché quasi non si vede più l’acqua. E’ ancora presto per prendere il treno, mancano ancora giorni, comunque. Quindi resto davanti al computer, scrivo ancora un po’, mi accendo la sigaretta perfetta, perché questa è la mia vita perfetta: lungo tutti gli anni giovani non ho fumato pensando alla salute e la ricompensa è questa ora, di comprarsi il pacchetto e l’accendino quando già si sono passati i sessanta, senza averlo mai fatto prima, e indovinare finalmente tutti i momenti perfetti per fumarsi la sigaretta perfetta, la più buona, con il sapore che si mischia a quel perfetto odore dell’aria, proprio quello giusta. Tutte le mie sigarette sono perfette come lo sono quelle che si fumano al mare di sera, o dopo caffè-gelato-acqua, o guidando un’auto di notte fonda. Comincia a farsi fresco, l’aria da fuori spazza via per oggi le mie eroine romantiche. Esco, una passeggiata perfetta, una perfetta mostra da vedere e una cena fuori accompagnata da chiacchiere che si intonano al profumo confortevole del vino bianco, al morbido sciogliersi perfetto sulla lingua della carne chiara di un qualche pesce, ai sorrisi, ad un’intima perfezione delle ore di notte che arriva. Tardi sono di nuovo a casa, una luce per leggere un libro, la musica un po’ più bassa (perché io sono anche una perfetta vicina di casa). Dalle pagine tra le mie mani sbucano parole diverse dalle mie parole, perché nella mia vita perfetta l’ho colmato, il vuoto di non riuscire a comunicare per una lingua diversa: ora posso ascoltare e leggere perfettamente come suona uno strumento in francese, che profumo ha un certo fiore in spagnolo, come cade un sorriso in inglese e so comprenderli e ridirli, se serve.
E’ ora di finire qui dove non c’è noia o stanchezza per tutte le cose perfette che ho perché so com’era la vita prima di essere perfetta. Mentre m’infilo tra le lenzuola fresche e perfette, l’occhio mi cade ancora su quelle donne dai toni rossi nel quadro, che in silenzio parlano e odorano l’aria che gli muove le gonne e ancora non ho capito che si dicono e forse non lo capirò mai. Sì, è davvero una vita perfetta.
Lassù in alto: Ona, "Flanerie"





