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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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sound
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carta "Novecento",A.Baricco "L'idiota", F.Dostoevskij "Il profumo", P.Suskind "L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez "Cassandra", C.Wolf "Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes "L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera "Il mito di Sisifo", A.Camus "Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda "City", A.Baricco "Narciso e Boccadoro", H.Hesse "L'onorevole scolaro", J.Le Carrè "Il principe felice",O.Wilde "Il giardino segreto", F.H.Burnett "Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado "Sostiene Pereira", A.Tabucchi "Il maestro e Margherita", M.Bulgakov "L'arte di viaggiare", A. De Bottom "Il segreto di Luca", I.Silone "E' stata una vertigine", M.Maggiani "Questa storia", A.Baricco "Fahrenheit 451", R.Bradbury "The prestige", C.Priest "Il pendolo di Foucault", U.Eco "I segreti di Londra", C.Augias
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lunedì, 30 ottobre 2006

Inizia il viaggio in un'altra settimana...attenti alle Curve...soprattutto quelle Ottiche! Cliccate cliccate il banner curvico!
lunedì, 23 ottobre 2006

NOW PLAYING: "Panic", Giovanni Allevi Prologo
Otto di sera in una Roma troppo calda per fine ottobre. Non tira un filo di vento e l’aria umida appiccica i pensieri. Ma io sono lucida e determinata. Sorrido mondana, ma non dimentico la mia missione. E’ una vendetta che cerco, che voglio. La sento qui, sulle piastrelle sotto i tacchi dei miei stivali, qui dove ancora ci sono tracce del red carpet e gentaglia che traccheggia per annusare le ultime essenze dei divi di ollivùd che fino a ieri erano qui.
Non mi distraggono i lustrini di una festa finita, sono venuta a riscuotere un debito.
Eh sì, ricciolino, è una questione tra noi due.
Tra me, che in una sera della recente estate ho architettato una romantica sorpresa, un ristorante di lusso e poi via a sentire te, quello che hai da dire, con quelle dita sui tasti bianchi di un pianoforte, che ti porti in giro per il mondo su un paio di scarpe da tennis, 36 anni e non li dimostri.
E te, che hai suonato fugace e la musica era già finita al mio arrivo e mi hai lasciata così, questa delusione cocente di una serata andata a male e due biglietti da bruciare.
Allora sono venuta per riprendermi le note che mi devi, e falle bene e precise e fammi divertire, altrimenti t’inseguo in capo al mondo finché non mi restituisci quella serata.
In scena
La mia scena è in mezzo al pubblico, parlo, attendo questo mezzogiorno di fuoco serotino, scettica. Non puoi colpirmi tanto facilmente, qui in mezzo alla folla.
La tua scena è lavoro per un cecchino che di precisione non ne ha. Dai, così è troppo facile: solo su un palco là in basso, il tuo piano transatlantico nero che si staglia in un cono di luce.
E ora, a noi.
Arrivi su saltellando come un bambino. Dovresti farmi tenerezza, probabilmente. Dovresti. Ma ho ancora il cuore duro della delusione, io.
Finalmente impugni il microfono. La voce piccola piccola ti si dev’essere persa in mezzo a quel cespuglio di ricci neri, impacciata dagli occhiali e quel fisico secco e nervoso che hai.
Epilogo Il microfono, la tua voce piccola piccola, e io ho già perso. Ogni brano lo presenti partendo con “allora”, poi dici il titolo della tua musica “Jazzmatic” , pausa, “Jazzmatic “ e parti con la descrizione del testo, spesso emozionale, talvolta ironica, ma la dici come imparata a memoria, come un alunno a cui l’insegnante ha fatto una domanda, si ripete tra sé l’argomento e poi lo ridice come l’ha imparato. Ma mi dici che sbaglio, a pensare che ti piace imparare a memoria la lezioncina, me lo dici colpendo basso, apparendo su quel mio radar di precisione, che m’indica un timido nel raggio di chilometri, oltre le parole e i gesti tirati fuori per sembrare disinvolti. Ma chi è un ex-timido è timido per sempre, giù in fondo, e tra simili ci si riconosce a colpo sicuro.
Poi in silenzio prepari l’arma e spari. Spari di un giorno di panico, che proprio lì hai capito com’è intenso e pieno tutto il resto: “Panic” parte così, a tradimento, fatta di quel mondo pieno di vita che solo chi ha paura, o l’ha avuta, vede tanto bene da fuori. Ha degli svincoli e delle svolte, come quelli della vita vissuta. Quella che fa paura, quella che ti riprendi in mano – “Back to life” – quella che ci pensi su, quella che guardi quella degli altri “Downtown”. E poi giù in picchiata sulle vibrazioni di un “Viaggio in aereo” che “faceva così”, dici tu. E come faceva lo suoni, senza tregua, tracciando di note ogni movimento dell’aria, ogni planata e orizzonte, che lo vedo, rosa e azzurro metallo sul fiume Hudson. Alla fine di ogni storia che racconti alzi le mani verso sinistra, in alto, come a lasciar scorrere via le ultime parole che hai suonato. Quelle tue mani sembrano sbucar fuori dal nulla, non sembrano tue, visto che spuntano così dalle maniche di una camicia nera, di te su un fondo nero. Le tue mani come acqua, perché così le vuoi, a scorrere e picchiare sui tasti come una verità che da soli già conoscono, una verità che gli chiedi di raccontarti, la verità della musica a cui sempre dici “Portami via”.
Poi è sconfitta per me e colpo di grazia perché di grazia pieno. Di questo tuo aver ascoltare il battito di un cuore qualsiasi e averci trovato dentro una musica da suonare con una mano sola, all’inizio, come per non disturbare troppo, e l’altra sempre ben in vista come a dire “lascia correre la sinistra” o altre volte più ammiccante “guarda! Con una mano sola!”. I tasti sismografi di tutti i possibili battiti e ritmi e afasie e bisbigli e discese di un cuore, “L’orologio degli dei” è l’elettrocardiogramma di chi quel muscolo lo conosce, perché prepotente, nella paura e dopo, si fa sentire. E’ così che siamo uguali e allora ti lascio andare, o tu lasci andare me. E’ così, cuore generoso che ancora risuoni quelle parole, quelle frasi e storie per noi poveri diavoli qui ad ascoltare ancora ancora ancora un’altra storia e tutte quelle che ancora concedi di raccontarci. Se è così, va bene.
Hai vinto tu. Vennero così, a singolar tenzone... me medesima e quel poco di buono di Giovanni Allevi
lunedì, 09 ottobre 2006

NOW PLAYING: Miles Davis, "It never entered my mind" Ecco. Si sente da fuori, che sfila imperante e ora mangia pezzetti di un settembre fuori stagione. Infingarda s’insinua malefica, si fa respirare e la mattina dopo la batti solo a colpi di compresse effervescenti – frisssshhhh – nel bicchiere di carta. E’ l’aria, l’entréé di un freddo che verrà più avanti e, magari, si farà anche attendere parecchio. Intanto lei, con il suo abito con lo strascico intriso d’umidità serale, ammorbidisce i colori più aerei dell’estate andata. Il corpetto del vestito ce l’ha ricamato di marroni, più terrei nella penombra di una luna di carta, non ancora i gialli o i rossi scuri di monsieur automne. Te li fa evocare però, nella cera spessa di qualche candela al millantato odor di caffè. Di profumo si cosparge il collo e sa di un gelato al cioccolato fondente che sa di buono come il pane del forno alle 4 di mattina. E’ aria che fa il solletico allo stomaco, questa. E ti fa fame. E ti fa voglia di riprendere quella storia con i fornelli e le pentole di casa tua, ti fa ammirare le boccette delle spezie ben allineate e poi le apri e le annusi come una bottiglia di profumo, per sentire quale sta meglio con i pomodorini o con la carne. Si appiccica alla pelle lei: e pensi solo alla seta, una seta azzurra e scura da portare, che sia sfuggevole al pensiero e bella agli occhi. Aria di PrimOttobre allinea giorni legati per luce a quelli di scuola, in cucina a fare i compiti per domani e mamma che fa i colletti all’uncinetto per il grembiule. Fa vela alle luci dei lampioni che così sono mille abatjour con un foulard sopra, da tenere le tende aperte per sdraiarsi al loro lume, come prima al sole, tre o quattro ricordi d'estate fa. Ti fa appallottolare, tenere le ginocchia con le braccia sotto le coperte la mattina, dieci minuti prima che suoni la sveglia. Ti fa ridere, però, e sentire il rumore che fa una serata piena di chiacchiere piene di cose da dire a qualcuno che si comincia a conoscere. Quest’aria suona sparsa e a tratti annebbia e ti fa ballare, a tratti allùma e ti fa tenere le statistiche dei caduti sul campo per la sindrome Scissor sisters. Ti contagia lei, e alla fine ti dà un’aria rock: ne hai indietro un sabato al suono dei Queen e i nomi per le tue piante grasse, che vanno a battesimo come Peach, Scruffy e Reef (aka Riff). E scusate se è poco. Quest’aria ora è là, bussa ai vetri delle finestre in questa stanza della casa dagli alti soffitti. Aria di PrimOttobre insiste e non la faccio entrare, che non mi faccia venire voglia di un’altra sigaretta, che mi piglia alla gola e nella bocca e allora per distrarmi dovrei rimettermi a scribacchiare e alla fine parlo di lei. Maledetta, m’è venuto mal di testa. Frisssshhhh.
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