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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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lunedì, 25 dicembre 2006
NOW PLAYING: Pacifico, "Lo sai che siamo uguali" Lo sai che siamo uguali: quel rumore fondo che proprio non ci si fa a tirare su un ritmo più diritto.
Lo sai che siamo uguali: cuore in affanno, che parte a stento in salita e gira lento, lentissimo.
Lo sai che siamo uguali: i giorni che non si carbura, le botte sulla pedalina del pensiero. E poi partire, ma senza troppa convinzione. Siamo uguali, sì. Quei legàmi di plastica nera a tenere insieme tutti i pezzi di noi, neanche troppo stretto perché non lasci il segno, ma troppo lento a volte e allora il bracciale di plastica come una spallina che scivola, il timone della vita aperto all’aria, alla pioggia che ci entra dentro e tocca fermarsi. Ci siamo anche fermati noi. Non quando il mondo ce lo diceva, non quando sarebbe stato il momento migliore. Cedere. Il cuore – ancora lui – sfatto, sfratto stanco. Ci veniva da parlare poi, da dirci le paure sparse tra le ruote e i piedi che non camminavano più, inchiodati ad un suolo di cose da volerci passare sopra e basta. E invece no. Si torna indietro con stanchezza e serve una spinta per andare in là solo di mezzo metro. Poi si riparte.
Siamo stati uguali, giù giù su quella strada libera di luglio, sgombrata dai mondiali, col caldo addosso e sentire che oggi va bene.
Siamo uguali: il contachilometri rotto e infatti non si sa a quanto si va. Tu sai sempre dove, se non altro. E io un po’ no. Con te sì: partenza e arrivo. E’ bello, nella testa. Siamo uguali: se sto male coccolarti come fossi me.
Quel fischio come sirena che oggi no, lascia stare, gira così e allora io fischio. E tu fischi, io alzo un sopracciglio, siamo uguali.
Siamo uguali, che se non ce l’abbiamo, una musica dentro, ci manca e non riusciamo a trovarla, come il segno della benzina, che è rotto. Lascia perdere. Il segno, non so mai quando ho passato il segno. Dei giorni da spendere, dei respiri da fare. Andiamo a senso, visto che ci si conosce, visto che siamo uguali.
Siamo uguali certe sere di grandi sogni, che ti porterei con me a fare un giro, ma ho sogni sempre un po’ più grandi e resto a guardarli e allora restiamo a casa tutti e due.
Siamo uguali, la stoffa logora sulla sella nuda di gomma piuma, il mio peso. Più leggera e sicura in certe corse.
Siamo uguali, quel rumore di fondo che proprio non ci si fa a tirare su un ritmo più dritto.
Eppure quanta strada, a evitare le buche, sentirti e riconoscere la tua voce, curarti con gli occhi le spaccature vecchie, di prima di me, che ne hai di storia tu, prima di me e anche io, prima di te. E’ strano che ci siamo incontrati a questo punto del cammino, un anno fa. Un anno fa ero come te: pezzi da cambiare, la voce dentro da ascoltare per viaggiare davvero, le pasticche dei freni ci vogliono nuove, sennò in frenata chissà dove si finisce.
Oggi siamo uguali, le ruote di nuovo gonfie, qualche carezza in più nel portadocumenti, chilometri su chilometri alle spalle, un’aria nuova.
Sarà la vecchiaia, che dici?
Come?
Sì, lo so.
Siamo uguali e non lo siamo più. Siamo uguali ed è finita. Un’altra la corsa, diverse le gambe e il cuore.
Ma tanto lo sai che siamo uguali, messi in fila dai profili e dai frontali. 
Si sa che quando si invecchia, come io oggi che scollino il quarto di secolo, si diventa un po' patetici. Anche solo a pensare al motorino che presto verrà rottamato. Quello che hai imparato a guidare solo a 25 anni, tenace rivendicazione di un andare da sola, con le proprie gambe o ruote, che dir si voglia. E così sia, per tutti gli scollinamente a venire.
A VOI I MIEI PIU' SINCERI AUGURI DI BUONE FESTE, E DI TUTTE LE ALTRE COSE CHE VOLETE!
venerdì, 01 dicembre 2006
NOW PLAYING: Guillemots, "We're here" Il signor Plum guardava la moquette sul pavimento, alle undici di sera o giù di lì. Faceva caldo ed era già quasi dicembre, lì sotto terra, non so più quanti metri sotto il livello della strada. Il signor Plum si guardava la punta delle scarpe e lo rifece spesso, per tutte le due ore che seguirono. Accanto c’era l’amico del signor Plum, ogni tanto lanciava parole in aria, difficili da acchiappare quando ricadevano troppo lontano per colpa del rumore. Il signor Plum respirava con calma e non teneva il tempo di tutti quei suoni in sala prove. Alcuni vibravano così tanto da fargli male ai denti, altri sembravano nasconderglisi sotto il maglione, gli amplificatori al posto del cuore. Niente passava sul viso del signor Plum, eppure tanti i pensieri liberati in testa da quel frastuono, come un dettato di battute d’aspetto, volumi del microfono, rullante troppo sfrontato e la chitarra ancora scordata. Ripensava con piacere, assaporando nella mente a quei venti minuti venti, alla fine di un pomeriggio a correre, venti minuti venti a cercare sul vocabolario il senso di “timore” e “paura” e come una piccola vittoria dire “lo sapevo che non sono la stessa cosa”. Ora di senso ne cercava un altro: quello di “timidezza”. E sorrideva senza darlo a vedere: era strano mettersi a cercare proprio quella parola lì in una sala prove di un posto che si chiamava “Temple of noise”. La risposta la indagava in un paio di mani dalle dita lunghe e secche, di quel nervoso che gli piaceva. Ricadeva, la domanda, dietro occhiali spessi e mani un po’ paffute, lungo la tracolla della chitarra, nei colpi delle bacchette su quel benedetto rullante, chiedendosi se lì da qualche parte tra “no rifacciamola da qui, ma a che punto devo iniziare a cantare, questa è venuta bene” ci si fosse incastrata la timidezza, nascosta dietro le mani, gli occhiali, il rullante e la tracolla, che una certa sicurezza la danno a chi non ce l’ha, forse. Si perdeva un po’, il signor Plum, in tutti questi suoi discorsi non detti, impegnato ad ignorare le rare parole lanciate in giro dal suo amico, a seguire i percorsi di tutta quella musica in cui stava a mezza vita e anche un po’ di più, a seguire con gli occhi le righe della moquette, fino alla punta delle scarpe e oltre, fin nel secchio dove sgocciolava l’acqua del condizionatore e risaltare fuori sulla gomma piuma spillata sulla porta per farla muta a quelli di fuori. Il signor Plum su un panchetto scomodo si allungava per appoggiare la schiena alla parete rivestita di rosso, ma certo il suo amico non stava messo meglio, seduto così per terra e non saper dove mettere le gambe, con quel poco spazio che c’era e fare anche piano per non disturbare quelli che provavano e che lui e il signor Plum erano venuti a sentire. Passarono, le due ore, e il signor Plum aveva passato in rassegna un bel po’ dei suoi pensieri e riemergere fuori alla strada, con quell’aria fredda e umida, gli fece venir sonno. Forse per tutto quel parlare che aveva fatto con se stesso, o magari le idee che gli erano passate per la testa le aveva suonate e cantate con quelli che cantavano e suonavano, che non è che li aveva potuti ignorare, s’intende. Ecco perché si sentiva tanto stanco. Il suo amico lo accompagnò a casa, tagliando il fresco con i fari dell’auto e il riscaldamento acceso dentro. Il signor Plum rientrò e si mise subito il pigiama. Il suo fu sonno senza sogni, perché in sala prove i pensieri, avevano già detto tutto, per quel giorno almeno.
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