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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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giovedì, 22 febbraio 2007

NOW PLAYING: Sergio Cammariere, "La canzone dell'impossibile" La cerco, tra i miei pensieri, in mezzo alle foto, ma non c’è. Non c’è su questo foglio di virtuale carta, non negli scatti venuti un po’ sfuocati, nell’immagine di me strizzata dal freddo. Ecco, il freddo c’è, comunque. C’è sulla pelle, Bruxelles, ma soprattutto nella testa. Una sorta di tela bianca, senza un’anima propria, non perché non l’abbia ma perché al suo posto ci ho voluto mettere la mia.
Bruxelles sarà sempre, d’ora in poi, prendere e andare con una corazza di vestiti addosso, nudi della vita che si fa sempre per guardare oltre e vedere che oltre c’è qualcos’altro da vivere. A Bruxelles c’è il mio cellulare aziendale che non funziona. Morto. Viva, io. C’è, dal primo momento, l’eccezionalità di un viaggio che finisce nel bianco di neve di un aeroporto in un posto che per me poteva essere un’invenzione, e inventate lì per lì stazioni dei treni, con 5 binari ciascuna e casette perfette lungo i terrapieni.
C’è una mappa segnata sul mio viso, che racconta stanchezza e un fegato provato: sulla faccia una cartina geografica di macchie da nascondere sotto un cappello che non metterò mai più e il bavero del cappotto. Mi si vedono solo gli occhiali e spesso è un casino perché col calore che faccio dentro il bavero, con la bocca, le lenti si appannano e allora è nebbia in Val padana.
C’è un letto comodo, da cui guardare il cielo di Bruxelles, e io così me lo immaginavo, come una cupola di cristallo macchiata dalle gocce di pioggia. Bello a suo dire e a suo modo, per il freddo che rovescia giù a folate insistenti e piccate. Gelo ventoso che rimbalza come dentro una scatola sulla Gran Place, che a arrivarci a buio e all’improvviso trovare tutte quelle luci puntute, incastonate in punti di scuro, ti sembra di non aver mai visto qualcosa di così bello. Lo sguardo si perde un po’, perché non c’è un fulcro di bellezza da fissare ma vorticoso giro di altezze e chiari caldi da guardare.
C’è una città vista quasi solo di notte, che è emozione per chi, come me, coglie meglio i toni ombrati, con le forme che si allungano e la gente che sparisce. C’è una città che di giorno è un casino e ti perdi mille volte e sai che stai girando intorno ma è come una maledizione.
Quello che c’è, davvero, è un insieme armato e compatto di sapori. Si può conoscere una città schiacciandola contro il palato: nel senso denso di cioccolata e cacao che è arte e culto, profumo divino e momento intimo, come guardarsi con Bruxelles vis a vis, avvicinandosi sempre un po’ di più. O più carnale, la salsa al pepe verde sul filetto, di un odore che mi resterà attaccato per giorni, di un calore di gente seduta a mangiare e una faccia nuova che è una visione un po’ bohémienne e un po’ rassicurante, un po’ quegli anni che non ho più e che non posso non guardare con un sorriso sornione, seduta comoda sulla poltrona del mio tempo già passato. Osservare curiosa quella voce che racconta questa città e trovarla più vera lì che non in quello che vedo intorno.
Ancora sapore, in un lieve caldo, di una minestra di luce soffusa ed elegante, sorbita con calma e occhi abbandonati nella penombra studiata di un ristorante di Bruges.
C’è regalarmi da sola una scatola di cioccolatini e quasi mi dispiace mangiarli. C’è un’energia rossa e arancio, del colore del frutto del cacao, dei toni bruni e forti di un thè e del blu di riportare a casa un nuovo mondo, negli occhi. C’è questo post, che da scrivere è duro come correre in salita. E non si spiega com’è che c’è e parla di una città che, invece, non c’è.
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