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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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venerdì, 15 giugno 2007

NOW PLAYING: Rosana Arbelo, "El talisman" Ma sì, torniamo alle origini: a quando cominciava a essere tardi la notte e io ero ancora davanti al pc. A quando passavo le sere da sola e di tempo ne avevo. Aprivo la finestra, scostavo le tende sulla piazza. Battevo le dita veloce sui tasti, pensando che non avrei smesso mai. Ho smesso per tutto quel tempo che era necessario a ritornare qui, da dove sono partita, dalla voglia di scrivere. In mezzo c’è la vita che mi è cambiata sotto il naso e la cosa più nuova che c’è è l’ossessione che qui non cambi niente. Altrimenti non mi sarei messa a inventarmi un profilo professionale in inglese che magari resterà solo un esercizio di bella scrittura (bella…dignitosa, diciamo). Col risultato che ora mi cascano gli occhi per colpa dell’allergia e forse anche per colpa del fatto che sono davanti al pc dalle dieci di stamani. Ma torniamo alle origini, anche se stasera sono a casa da sola semplicemente perché avevo altro da fare che uscire fuori e godermi una serata in compagnia. A questo punto, mi conviene riprendere le vecchie abitudini: la finestra è aperta, le tende incorniciano l’arietta che entra sottile e fresca e alla radio danno My funny valentine. Mi ci vuole così poco a tornare alle origini, giusto un altro sorso di sangria. Lo so, una volta era un calice di vino, ma stasera ho gusti più ignoranti: un bel bicchiere di carta, riempito a mezzo di ricordi di quella spagna spensierata di quando ero giovane, un liquido rossognolo bello pieno di solfiti. Giro compulsivamente la rotella della radio, alla ricerca delle due o tre canzoni che sentirei con il repeat, inciampo nelle cose più impensabili, nelle note più in bianco e nero, in voci che ho un po’ perso ed è come un’archeologia di sonoro che ti fa prendere un po’ di nostalgia e un po’ mi faccio prendere dalla stanchezza. Torniamo alle origini: intendevo che mi rimetto a scrivere i pensieri così come vengono, senza preoccuparmi che possano o meno interessarvi, solo per una sera senza ansia da prestazione. E’ che ad un certo punto vi volevo troppo bene per imporvi certi sproloqui che si possono leggere bloggherellando ovunque. Io alla fine rimango fregata da quella storia che le cose o le faccio bene o non le faccio. Quante parole scritte in potenza son rimaste per aria in questa stanza, a girare in tondo tra me e questa tastiera che non si faceva riprendere in mano. Diciamo che stasera torniamo alle origini, perché so che mi potrete perdonare per questo revisionismo da alcol scadente. E scusate se non mi sono impegnata poi tanto a camuffare questo post con un pretesto di cose importantissime da dirvi. E neanche in un finale scoppiettante, mi impegnerò. Perché, sinceramente, sto prendendo la forma della sedia e, soprattutto, perché il bicchiere di carta è vuoto. Ma soprattutto soprattutto perché l’ultima volta che ho fatto il giro di tutte le stazioni radio ho beccato due volte Radio Maria e una volta Nek: vorrei scongiurare il rischio di incappare in Tiziano Ferro con “Raffaella è mia”.
mercoledì, 06 giugno 2007
NOW PLAYING: Petra Magoni, "Guarda che luna"
Marzo un anno fa, dal mio diario di viaggio.
Di viaggi di lavoro ne ho, all’improvviso, abbastanza. Pesa che andare non sia già più un estremo piacere. Certo poi riprendere le gambe e ritrovare aeroporti ridà quella gioia istintiva di sempre. E questo è bene. Ora al Marco Polo di Venezia, bello quasi vuoto e appena fuori, subito acqua, in un’insolita fontana, distesa di sassi grandi e rotondi velati d’acqua trasparente e poi un campanile doppio, come a segnare il punto “voi siete qui”, metonimia, punta alta che sta per una città intera. Venezia che qui all’aeroporto, però, non si vede e chissà quant’è lontana. Chissà. Però arriva fino a qui il cielo nebbioso (a foggy day…) che le fa da coperchio per la seconda volta che capito da queste parti. Al tempo del liceo, in gita, non contava niente questo andare per le calli. Invece tornare e prenderla a morsi, to pick out Venice!, dentro la macchina fotografica inzepparci la luce che combacia con i crepuscoli violarosa di Canaletto e l’imponenza di marmi, cupole e statuari latrocini di paesi lontani. E scorci, riflessi e vento umido, ma che mi frega, piazzette una dopo l’altra come moltiplicate di specchio d’Acqua, che di Venezia è filosofia, incorruttibile teoria e pratica.
In realtà ora che scrivo sto già sul treno del ritorno, ma la luce dal finestrino cade proprio come quando ero là e allora ci torno. Oh yes please, Venice again. Con un caronte d’eccezione: quieto parlare e quietissimo sorridere, parlare a tratti cinguettante a tratti svogliato, come le onde e le gondole che si sbattono sui bordi dei canali; che allora si va a spiaggiare su silenzio piacevole che la mente trova tempo di farsi lambire dalla città ancora. Che ti fa venire voglia di fotografare la gente. Che la sua bellezza da sola è forse al di sopra della comprensione umana nel suo senso completa (insomma: uomini che nascono vivono muoiono sull’acqua). Ti ci senti troppo fragile (con tono da Novecento, “la vita è una donna troppo bella”), allora hai bisogno di riportarla alle proporzioni di figure che conosci e sai, due ragazzi e una rosa, una ragazza bionda tacchi e gonna cortissima, due carabinieri.
Venezia: il suo essere isola dal mondo ti fa sentire come tra quinte di un palcoscenico, scenografia complessa che si riproduce per chilometri e calli all’infinito. Troppo banale sceneggiarcisi quadretti romantici. Ti senti egoista, t’allontani un po’ per vederla da solo, tutta per te e insieme tanto sfuggente, a sfumarsi i contorni sull’azzurrino e la foschia del tramonto.
Hanno il senso dello spettacolo qui, inutile dire. Lo si vede anche nelle vetrine: fossero pure cipolle e zucchine, avrebbero certo respirato l’aria di sapiente e civettuola mostra di sé. Lo fanno, alle finestre, gli abitanti di Venezia: mostrano, luci accese, gli interni sfarzosi delle loro dimore. Che parlare di lusso non basta. E’ meraviglia, ricchezza sfrenata e saper vivere. Come i ragazzi nelle strade e nelle piazze, a parlare e bere di notte. Notte e luci e ancora sconfinato palcoscenico e jazz da un caffè elegante dove a decidere di entrarci pare di chiedere troppo alla vita. Che pure lei sembrerebbe fermarsi fuori, un passo prima dell’entrata, ad aspettarti.
Non esiste una chiusa degna di questa Venezia, nella mia testa. Per questo riprendo la strada di parole di altri, che prima di riscoprire la città mi avevano guidato inconsapevolmente fin lì…
“La giovane donna forse era consapevole che il sole e il vento, che mettevano Venezia in una luce tanto favorevole, rendendo i suoi canali così blu e i suoi marmi splendenti in modo così mistico, stavano producendo lo stesso effetto, o quasi, su di lei”.
“La luce del sole era fredda e chiara prodotta dalla lama di un coltello sul fine vetro di un bicchiere da vino. In una luce così, le pareti della chiesa di Santa Maria Formosa parevano bianche come conchiglie o come ossa e le ombre sull’impiantito erano blu come il mare”.
“Stava calando la sera e le nostre gondole erano nere come la notte e altrettanto malinconiche. Eppure il cielo era dell’azzurro più chiaro e freddo che si possa immaginare. Non un alito di vento e il mare semplicemente lo specchio del cielo, incommensurabili spazi di luce fredda e immobile sopra e sotto di noi. Ma la città verso la quale ci dirigevamo non era illuminata né dal cielo né dalla laguna e appariva come una vasta raccolta di campanili e pinnacoli fantasma, tutti perforati da minuscole luci e posati sull’acqua scintillante”. (Susanna Clarke, in “Jonathan Strange & il Signor Norrel”)
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