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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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sound
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carta "Novecento",A.Baricco "L'idiota", F.Dostoevskij "Il profumo", P.Suskind "L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez "Cassandra", C.Wolf "Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes "L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera "Il mito di Sisifo", A.Camus "Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda "City", A.Baricco "Narciso e Boccadoro", H.Hesse "L'onorevole scolaro", J.Le Carrè "Il principe felice",O.Wilde "Il giardino segreto", F.H.Burnett "Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado "Sostiene Pereira", A.Tabucchi "Il maestro e Margherita", M.Bulgakov "L'arte di viaggiare", A. De Bottom "Il segreto di Luca", I.Silone "E' stata una vertigine", M.Maggiani "Questa storia", A.Baricco "Fahrenheit 451", R.Bradbury "The prestige", C.Priest "Il pendolo di Foucault", U.Eco "I segreti di Londra", C.Augias
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sul comodino "The Shakespeare secret", J.L. Carrell "Memoria delle mie puttane tristi", G. Garcia Marquez
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strade mie Amaramente Aoi Ataru Moroboshi Bando Barbiere della sera Birambai Blu Buona o Cattiva Chinaski Curva Ottica Daveblog Effe Eriadan Flor Ge Giopope Il militante Insane soul Juditta Kappa Kekkoz la commessa Laprofepuntoit LeMieMari Lontanodentrome manginobrioches Ninna OneImaginaryBoy Personalità confusa Placida Signora Prejudice Rael Subsonica Sviluppina The Gatta Valelarossa zop
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giovedì, 28 febbraio 2008

NOW PLAYING: Yael Naim, "New Soul"
Non è l’ennesimo film - ciofeca di Luis Nero. La situazione è davvero critica:
Le scorte di fazzoletti di carta e alimenti sono agli sgoccioli. Non è previsto l’arrivo di soccorsi dal mondo fuori dal mio letto. Il respiro è faticoso, le notti piene di sogni insulsi. Il termometro tra un po’ va in sciopero, tanto non ho mai la febbre. Infilerei volentieri i piedi infuocati (eh sì) nel surgelatore. Ho voglia di tutti quei cibi che contribuiscono ad infiammare ulteriormente la gola. Potrei cedere. Non spengo mai la tv, da quando mi sveglio a quando mi addormento. Che dite, mi farà male? Comincia a piacermi lavorare dal letto, senza gente pazza che ti rompe le scatole ogni due minuti. Praticamente in un paio d’ore smaltisco il lavoro di una giornata intera. Stanotte ho sognato il concerto dei Cure al quale devo andare domani. Significa forse che di andarci me lo posso solo sognare? Su Rieducational Channel. Mi fanno male le mani, in tutte le articolazione, dalla falange alla falangetta e indietro fino al polso. Le scatole delle medicine torreggiano ovunque: la tachipirina per l’influenza, l’aulin per il mal d’orecchi, il riopan gel perché gli altri due non mi riducano lo stomaco a cenci da spolvero. Ah, c’è pure il malox, non si sa mai. Credo che un tarlo si stia mangiando il mio comodino. Dall’ufficio dicono che preferirebbero che mi fossi data ad una fuga romantica. Figuratevi io. Mi rimetto a guardare la tv, che ho già perso un paio di ricette della Prova del cuoco.
The other side of flu, qui.
giovedì, 07 febbraio 2008
NOW PLAYING: Richard Hawley, "Born under a bad sign" Sapere dov’è la propria casa, sapere dove tornare, verso dove si va, è vitale, dacché mondo è mondo. Aderisco in pieno alla linea. Dacché io sono io. Presto forse mi troverò a rivendicare la scelta di dove dire “casa”, dove tornare, verso dove vado. Tutte robe molto serie, perché non è facile far capire a quelli che lasci in un luogo il motivo e il modo per cui “il tuo posto” è un altro luogo. L’ho sempre ritenuta un lusso, però, questa consapevolezza di aver trovato il letto, la sedia, la strada, il punto di celeste del cielo più comodi per me, al primo colpo. Però, per un attimo, mi stacco da questa stanzialità e rifaccio mia quella voglia di vedere altro, di vivere altro e di immaginarmi altrove. Allora, che so, con un anno a disposizione per trovare altri posti da fare miei, faccio un giro, direi. L’inverno a Berlino, perché è una città che del freddo se ne infischia e dal freddo non si fa mutare d’un millimetro nei suoi lineamenti netti e puliti. A Berlino per imparare la civiltà della gente comune, delle cose che funzionano. D’inverno perché forse l’oleoso odore dei cibi s’argina un po’ per il gelo e anche per vedere sui palazzi di vetro l’effetto che fa, l’inverno. Svernerei a Berlino per vederci dentro il tempo che si ferma, per tornare a casa stanca su un autobus giallo e guardare i turisti da lì. Per sgattaiolare poi ad Hackescher Markt e piangere un po’ dietro gli occhiali, per la gioia che mi sbatte contro per la prima volta, di vedere tanta spensieratezza in tanta trasparente gente sorridente. E poi spalancare le braccia senza timidezza al vento a Gendarmenmarkt, che se d’estate già ti schiaffeggia le gambe nei jeans, d’inverno dev’essere una forza che ti fa ridere d’euforia e gioia da bimbi piccini, incoscienti di sembrar ridicoli o di prender freddo. La primavera l’andrei a rincorrere a Barcellona, come un gatto me ne starei sulle panchine ritorte del Parc Guell a raccattare i primi raggi di sole, che dopo un po’ la pelle sotto la maglia ti brucia quasi, tipo microonde, anche se l’aria è freddolina. A Barcellona per spingermi sulle assi di legno al Maremagnum, sul porto, per fare l’aperitivo ogni sera in qualche locale del barrio gotico un po’ nascosto, per ritrovare una specie di bazaar da perdercisi di cui non ricordo l’indirizzo, per leggermi un libro al chiostro della Cattedrale. Qualche mese per vederla di notte, tutte le notti. Per impararne i carrer e viverci mollemente. Estate a Londra perché almeno il sole, che fa da abatjour alle giornate agostane, attenui la tristezza terrea dei mattoncini delle sue case. A Londra per farsi strappare alla mollezza estiva dalla sua forza che non ammette distrazioni, perché è una città che ha voglia di essere camminata in lungo e in largo, perché è una donna difficile da conquistare e allora la vuoi di più. Perché ti da (quasi) tutto ciò che le chiedi. Ma devi saperla prendere e non devi aspettarti nulla, perché lei di te se ne frega. Perché ha una bellezza che non si fa inquadrare in nessuna macchina fotografica e per morderne un pezzettino puoi solo cominciare da una sala da tè, dalla vetrina riquadrata di un negozio con dentro cose inimmaginate. D’estate perché non sia una stagione inutile, ma snocciolata in giorni ad imparare un po’ di vita. Per consolarmi di un agosto così imperterrito e diritto, l’autunno è da consacrare a Lisbona la dolce. E il richiamo al sacro non è casuale. Sacra la sua gente povera, sacro il suo bianco dei conventi spiccato sull’azzurro del fiume, sacro il rosa della nebbia lattea che sale al castello di Sao Jorge di sera. Lisbona perché lì si ha più tempo per tenere il ritmo del fiume Tago immenso e abituarsi all’idea del freddo che viene. Perché una fumosa malinconia te la trascini dietro già dall’estate e il salto all’inverno sarà meno duro. Là vivrei l’autunno, per tirarmi su il bavero al primo freddo, senza timore che fuori la città possa cambiare troppo, caramellata com’è nella sua morbida nostalgia, quel “dolore del ritorno” ad un passato trattenuto come il respiro dentro le proprie membra e mura. Così il dolore del ritorno all’inverno sarebbe lieve e potrei viverlo chiudendo gli occhi sul Miradouro de Sao Pedro de Alcantara, la testa un po’ all’indietro con i capelli nell’autunno che va. Poi sarà di nuovo inverno e chissà dove si va, chissà dove sarà casa, un’altra volta.
Un grazie a Placida Signora che mi ha smosso dalla pigrizia scrittoria con il suo post.
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