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Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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Eppure non ricordo d’aver messo un garofano rosso all’occhiello stamani: i petali irregolari allargano il loro carminio lentamente, come se fiorissero direttamente dalla stoffa. Il respiro mi si fa pesante, il colore mi si spande sul petto e si fa umido. Con la mano tento di sistemare il fiore e il fiore si fa sulla mano, di rosso vitale, di sangue. Non capisco.
Ancora una volta cerco risposte negli occhi di Agustìn, che ora ha alzato il capo e pare quasi che una lacrima gli scenda sullo zigomo, per poi perdersi nei baffi ben curati. Ma forse mi sbaglio: ho la vista un po’ annebbiata.
“Tu sei un po' come lui, Adriàn: come Jesùs anche tu sei bloccato qui per colpa di chi t’ha fatto del male. Per colpa mia. Ma ora ti farò stare meglio, ora sono pronto, solo io posso liberarti e lo farò”.
Devo essermi preso una febbre estiva di tutto rispetto, perché mi pare di sentire Agustìn che dice cose senza senso.
“Sei morto nel 1938, Adriàn. Son passati 69 anni. Quando arrivasti qui, sorride, ti presi subito in simpatia: mi piaceva parlare con te di politica, andare insieme fin su al Tibidabo la domenica. Io, te e mia moglie Nuria eravamo inseparabili. Si stava bene. Poi lei si innamorò. Avrei dovuto capirlo subito, da come ti guardava da lontano, che Nuria era pazza di te. Tu neanche te n’eri accorto, ingenuo come sei. E questo accendeva ancora di più la mia gelosia. Il 19 di ottobre eravamo qui, proprio come adesso, a parlare. Ma io non ti ascoltavo, sentivo solo la mala rabbia macerarmi dentro, per ogni sguardo furtivo che lei ti regalava, convinta che io non me ne accorgessi.
Fu un attimo, tirare fuori la pistola e colpire al cuore te e poi lei, infine me stesso, quando d’improvviso mi fu impietosamente chiaro che avevo perso quel che restava dell’amore di Nuria per me, insieme alla tua amicizia. Per il dolore, tu e lei vi siete cancellati l'uno dalla memoria dell'altra ed io così vi ho tenuti legati a me, per tutto questo tempo, impantanati nel giorno in cui ho messo fine alla vita, fermi in un limbo assurdo, a cui si sono aggiunti altri, di passaggio qui, in tutti questi anni.
Quasi quaranta anni fa l’albergo è diventato un ospedale e al primo piano sono arrivati i vivi, i matti e gli ammalati dell’ospedale. Noi, sospesi qui da una morte o l’altra, continuiamo ad occupare il resto dell’edificio. Una convivenza abbastanza pacifica, se non si da troppo peso al casino che fanno quegli altri. Mi dispiace, sai, di non averti liberato subito. Ma l’unico modo era dirti tutto e non ne avevo il coraggio. Ora che sai, sei libero di andare, di vedere un giorno che non sia sempre lo stesso. Magari presto troverò il modo di dire tutto anche a Nuria, così anche lei avrà pace”.
Mi sento così stanco. Il sangue sulla mia giacca si allarga e spande come una pace, quella di cui parla ora Augustìn. La libertà che inattesa lui ora mi regala mi da un sapore d’amaro in bocca, perché non vorrei lasciare il mio amico, o lo sguardo di Nuria, di cui – solo ora mi rendo conto – non potrei fare a meno. Eppure devo andare, è ora. Scivolo lento in una qualche nebbia con in fondo un uomo grosso con un bizzarro golf bordeaux che mi si avvicina e dice “si us plau”. Accidenti, ho finito le sigarette.
Avinguda Tibidabo, 2 - Passeig Sant Gervasi, 51/53 Barcelona
Nel 1906, l'architetto Adolf Ruiz i Casamitjana costruì "La Rotonda", edificio modernista destinato ad ospitare un albergo.
Dal 1971, il palazzo è stato sede dell'Hospital Sant Gervasi, clinica per le malattie mentali e terminali. Nell'agosto del 2007, l'ospedale è stato trasferito e, al momento, l'edificio è disabitato e in rovina.