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about
Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
sound
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visioni
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carta
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sul comodino
"The Shakespeare secret", J.L. Carrell "Memoria delle mie puttane tristi", G. Garcia Marquez
wine bar
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Si dice che io abbia un approccio al mondo principalmente visivo, cioè che la realtà, per arrivarmi al cervello, io la faccia passare quasi sempre dagli occhi, porta a molla tra il dentro e il fuori.
Ho scoperto che questa teoria è vera. L’ho scoperto in una città che mi ha reso palese questa verità che in fondo non era così difficile da vedere.
Di lei, di Barcellona, non sono innamorata come di altri luoghi che mi prendono all’amo di atmosfere intriganti o malinconiche. Non mi lascio attrarre dalle contraddizioni che indubbiamente mostra e che, di solito,mi legano alle città in maniera indissolubile.
Barcellona è come quelle persone genuinamente solari che, pur differenti da me in maniera quasi abissale, riescono a conquistare il mio cuore in maniera incondizionata.
Cedo ad un vizio che mi attanaglia da tempo, quello di trovare parole più calzanti ai concetti in una linguache non è la mia: Barcellona è straightforwarded. Sincera, aperta, libera. Piena di gioia.
Di cose da vedere. Di colore. Per questo il post su Barcellona è fatto di poche righe, ma continua qui sotto, accostato alle visioni, alle vedute, catturate dalla macchina fotografica, protesi meccanica dei miei occhi e quindi del mio cuore e del mio amore per sempre conquistato a questa città che mi fa stare bene.
Come un cubo di Rubik, che i pezzi non tornano mai e vedere il quadro d’insieme richiede una vita e forse una volta sola nella vita lo vedrò.
Come un impatto tra due energie, me e l’estate, contatto che genera la luce delle otto di sera in un parco pieno di gente, quella delle sette la mattina per andare a lavoro, quella del sapore della granita al cioccolato che resta in bocca per ore, quella di occhi che non comprendo ma amo di un amore immane e intenso, occhi di gatti.
Cortocircuito nella gravità di cose da fare, di conti da chiudere, di round non ancora finiti. Il succedere dei giorni mi molla un gancio micidiale, barcollo e mi ritrovo sempre in piedi sul mio buon gusto per le scarpe che, a quanto pare, è l’aspetto più interessante di me. Me che sono fuori sede da qualsiasi rivista patinata.
Le sensazioni come creatina sparata nel mio sistema, gli umori come un grafico impazzito, appuntitosismico asmatico afasico apartitico apatico artico artritico ciclico cosmico comico mocio da passare per terra micio vieni qua che ti faccio due coccole.
Il mio corpo mangia e non si nutre e mangia e butta giù tutto quello che altrimenti non si potrebbe.
Il mio corpo è pesante e si allarga a contenere ogni parola tenuta, la cova dentro, la stringe, le copre la bocca. Strabuzza di zuccheri, placebo di tempo che manca al sonno, all’amore, al sole, alla quiete. Chetatevi voi pensieri stanchi, che il capo ha da dirmi una cosa importante: buon lavoro, invece che buone ferie, mi dice. E pensare (chetatevi pensieri) che mi pagavano di più quando facevo un mese intero di vacanze. Sarà la legge del contrappasso, torno al via senza ritirare le ventimila lire.
Anelo alla liquefazione di me, di queste mie parti dai bordi che non si incastrano mai, alla leggerezza aerea di un abito che mi stia bene su un corpo che mi stia bene, all’assenza di peso a morticino sull’acqua, al sudore calibrato di una corsa di quindici minuti all’alba, ad un piumino d’oca rosso a due piazze, alle lacrime che se scendessero finalmente mi alleggerirebbero il carico tanto da poter volare via.
Ho sete di un sorriso un po’ insicuro su un paio di tacchi nuovi e di uno sicuro su quelli che porto sempre, di togliermi i calli dalle mani, dal cuore e dalla mente così rugosi e duri di faticadura.
Magari posso barare e spiccicare i quadratini colorati e disomogenei dal cubo per poi rincollarli in bell’ordine tutti insieme monocromi ognuno sulla sua facciata. Con una faccia da cubo fare finta di niente.