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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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carta "Novecento",A.Baricco "L'idiota", F.Dostoevskij "Il profumo", P.Suskind "L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez "Cassandra", C.Wolf "Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes "L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera "Il mito di Sisifo", A.Camus "Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda "City", A.Baricco "Narciso e Boccadoro", H.Hesse "L'onorevole scolaro", J.Le Carrè "Il principe felice",O.Wilde "Il giardino segreto", F.H.Burnett "Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado "Sostiene Pereira", A.Tabucchi "Il maestro e Margherita", M.Bulgakov "L'arte di viaggiare", A. De Bottom "Il segreto di Luca", I.Silone "E' stata una vertigine", M.Maggiani "Questa storia", A.Baricco "Fahrenheit 451", R.Bradbury "The prestige", C.Priest "Il pendolo di Foucault", U.Eco "I segreti di Londra", C.Augias
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giovedì, 09 ottobre 2008
NOW PLAYING: The Cure, "Boys don't cry" Non profumava di biscotti, non mi abbracciava. Di buono ricordo quando mi insegnava ad attaccare i bottoni: avevo interi quadretti di stoffa ricoperti di decine e decine di bottoni. Era piccola dentro la bara, quasi sparita. Le mani gonfie e traslucide, quelle che avevano sfogliato qualche pagina di Topolino, leggendo a voce alta per me che mi spazientivo, perché andava troppo piano. Siamo fatti così, in questa famiglia. Eccetto mia madre, eravamo lì intorno a quel corpo svuotato di carne e di vita e mio padre – suo figlio – faceva dettagliati racconti, degni di uno sceneggiatore di “Six feet under”. Siamo fatti così: vogliamo vedere che fine si fa, come saldano la lastra e mettono il sigillo. Non è che non piangiamo, ma vogliamo vedere. Non è che non abbiamo paura di quando toccherà a noi, ma proprio per questo, forse, vogliamo vedere. Vedere l’arciprete che gli mancano due bulloni alle tempie per sembrare la perfetta copia di Frankenstein: è alto due metri, ha delle scarpe enormi e la testa quadrata. E dopo aver benedetto la salma tenta di arruolarmi come catechista, nonostante non frequenti questa parrocchia più di una volta al mese. Sentire le vecchiette che si lamentano per la loro ormai scarsa vita sociale, parlare di lavoro, di diritti sociali e di legge attorno a quel legno chiaro e quella testa fasciata per stare ancora composta. Sentire che quando sarò morta ci sarà un prete che coniugherà il mio nome in latino, una cosa più unica che rara, e mi perderò questa chicca. Pensare che vorrei mi mettessero un bel paio di scarpe rosse o fucsia nell’ora della dipartita, ma se muoio di vecchiaia magari potrei sembrare ridicola. Guardare le fantastiche tende a motivi anni Settanta a cui non avevo mai fatto caso e pensare che sono tenute benissimo. Andare in processione dietro il feretro per tutto il paese, con la gente che guarda dai tavolini dei bar e chiede “chi è morto”? e sentire una tizia che chiede a mia madre se sono la sposa di mio fratello, solo perché siamo dello stesso colore. Guardare, fingendo cognizione di causa, il tizio che cementa i mattoni per chiudere la tomba, sapendo che è anche il pizzaiolo del ristorante dove, una settimana fa, si è fatta la festa per il matrimonio di mio fratello. Pensare che pareva fosse morta dieci anni fa, quando in una concitata telefonata, mia zia me ne annunciò la dipartita, mentre invece era mio nonno ad essersene andato. Nella mezz’ora che seguì, in cui l’equivoco non era ancora svelato, tentai di scrivere qualcosa. Se non ricordo male, cercavo di tirar fuori qualche immagine dolce, affettuosa. Qualcosa che di una nonna si potesse scrivere. Poi si svelò l’arcano e certe poche righe finirono lì. Oggi che sono più grande, lei muore e io guardo le tende anni Settanta e guardo che la chiudono dentro e mi dispiace. E mi ricordo dell’ultima volta che l’ho vista, qualche mese fa, che pareva un uccellino, tanto era magra, e mi guardava dritta negli occhi cantando una canzoncina con cantilena da asilo, una canzoncina che chissà da dove veniva e diceva con tono ritmato e allegro “voglio andare via” e io le chiedevo “nonna dove vuoi andare?” e lei non rispondeva, perché si vede che la risposta se la voleva tenere per sé. Penso che il tizio con la fiamma ossidrica ha un’espressione concentrata e un po’ primitiva, perché in questo regrediamo, che dai tempi dei tempi salutiamo i corpi dei nostri morti. E penso che cenere alla cenere e Amen.
lunedì, 06 ottobre 2008
NOW PLAYING: Louis Armostrong & Ella Fitzgerald, "A foggy day in London town"
In tutta quella sterminata città c’era tutto ma non c’era una fine. Anche solo le strade ce n’erano a migliaia. Come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare? Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Un personaggio del mio libro preferito avrebbe detto queste esatte parole, guardando Londra.
Avevo certezze da scardinare, tristezze da lavare via, paure da cauterizzare, quando sono partita un’altra volta a vederla.
Volevo amarla, perdonarla, scordarla e ricordarla di nuovo.
Tutto ciò che ne ho avuto indietro è stata la quieta constatazione che oggi, a 27 anni, oggi che mi faccio forte di poter conoscere spazi, limiti e lividi del mio vissuto, non è più aria di appassionarsi a questa città. Servono l’impazienza, l’insensatezza leggera e intensa dei 17, 18 anni, per prendere a morsi quest’atmosfera carica, questa frenesia luciferina e spenta di sole, per stare al passo con una bulimia di vita che si esercita solo a quell’età.
Londra è sempre distratta, ha sempre altro – di meglio – da fare, che accoglierti in un abbraccio. Si lascia camminare in lungo e in largo, è tollerante dei mille e mille che la assalgono ogni giorno, è intoccabile scenario, dipinto, museo. Bella, fredda donna che non ti guarda negli occhi.
Ma c’è un modo per accostarsi a lei, anche per me.
Sono gli oggetti, i singoli piccoli luoghi e i volti delle persone.
Ridurre questa sterminata città a categorie cognitive a misura d’uomo mi permette di amarne i dettagli, di sentirmi a mio agio assaggiandola a piccoli morsi e sorsi, di volerne portare via le cose che di più ne ho colto e vissuto.
Sono queste cose, queste piccole emozioni tascabili che userò per parlarvi di Londra. Per non costringervi a leggere post interminabili, dopo questa premessa, vi rimando alla prossima puntata londinese!
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