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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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giovedì, 26 novembre 2009

NOW PLAYING: Marlene Dietrich, "Lili Marleen"
IntroAlexanderplatz
Scendi dal treno e cerchi l'aria fredda spazzata e cerchi Alexanderplatz.
Come un segugio, come fosse la rivelazione fisica che sei davvero qui e che non c'era un posto migliore da cui cominciare, considerato il motivo per cui ci sei.
L'aria gelida ne annuncia l'indifferente trionfale apertura davanti ai tuoi occhi: Alexanderplatz è soprattutto uno spazio mentale, dove è tutto così grande che ogni pensiero ci ciottola dentro, e torna indietro e riparte contro il grattacielo più indietro, come dentro un flipper, libero di andare ovunque. Mangiare da Burger King ad Alexanderplatz con ancora tutte le valigie dietro, è come vedere tutta la materialità della caduta di quel muro, ridurla consapevolmente agli istinti più umani e diretti, la fame e il cibo (spazzatura) e leggere questo nuovo mondo con la serenità di quelli di qui.
La sfera
Come ogni sfera che si rispetti è irresistibile ad occhio umano, poiché la sua conclusione in se stessa la rende perfetta, nonostante sia difficile considerarla bella. E’ la prima cosa che vedi. E allora sai che vicino o lontano, sei a Berlino. E’ la torre della tv. Inutile in tutta la sua altezza, se non fosse che segna immancabile ogni inquadratura della città e alla fine ne fai la tua stella polare per orientarti dalle periferie più grigie al centro e ritorno.
Il cerchio
Il cerchio è la gente di Berlino. Non una folla, ma un disegno che lascia spazio ad ognuno e ognuno include e accoglie. Con un sorriso a qualunque sconosciuto, un turista, come fossi di famiglia.
I rettangoli
Uno è enorme, a più strati, piani, di vetro si alza su scaffali e scaffali e tavolini bassi su cui si posano sciantosi milioni di volumi. E’ la libreria Dussmann, la più bella del mondo, si dice.
Uno è in mezzo ad una piazza, è una lastra di vetro incastrata in mezzo alla pavimentazione e sotto si intravedono scaffali vuoti. E’ un rettangolo come rettangola è la memoria di parole che sono per me come un credo "Là dove si bruciano libri un giorno si bruceranno uomini". Questa è Bebelplatz, teatro del rogo dei libri nella notte del 13 maggio 1933, ad opera dei nazisti. Stranamente non ne ho una foto. Invece ne ho scattate un sacco ad un bellissimo albero, una visione altissima e dorata di foglie che si irradica quieto in un angolo dell’edificio di fronte alla piazza, la sede dell’università Humboldt. E’ un albero che è cresciuto di fronte a quell’inquietante fuliggine che dalla carta sarà di certo salita allora, più vicino ai muri eleganti dove ragazze, calze spesse e stivaletti alla moda, ora entrano ed escono, zaino in spalla e, si direbbe dal loro sorriso, avvenire radioso in tasca.
Due: sono le piazze di Berlino che ogni volta mi fanno piangere. Mi incravattano puntualmente un nodo alla gola, spingendomi lacrime da nascondere su fino agli occhi. Sono pianeti, origini, cosmologie differenti. Si chiamano Hackescher Markt e Gendarmenmarkt. La prima coccola la gioia giovane della città, con i colori e i tavolini all’aperto della Berlino che guarda fuori, si veste ed esce, s’incontra, sorride e si diverte. La seconda custodisce come scrigno l’Europa dentro Berlino. La bellezza nitida delle sue forme, delle sue luci, dei palazzi che la incorniciano risalta persino immersa in una nebbia che decapita cupole e cappelli di chi vi passeggia sottovoce a tarda sera, come a non voler disturbare il concerto che di sicuro già suona nella Konzerthaus.
I parallelepipedi
2771 stele di cemento grigio scuro e liscio, qualcuna arriva alla caviglia, altre ti sovrastano di quattro metri senza peso. Sinceramente: se la guida non me lo avesse spiegato non avrei scorto le anime dei morti ebrei lì dentro. Ho provato a perdermi in quello che dicono sia un libirinto. Ma non ci si perde mai, perché sopra c’è il cielo di Berlino e in fondo le luci della strada. Allora ho semplicemente passeggiato là in mezzo e le anime, le ho timidamente avvertite, che mi concedevano di stare in mezzo a loro. Ma non volevo toccarle. E però i corridoi sono stretti tra l’una e l’altra, e se incroci qualcun altro ti tocca per forza sfiorarle ed è doloroso e freddo. Non mi viene di parlare, per non disturbare e non stonare in questo monolitico primoridiale silenzio. Solo le voci dei bambini che giocano a nascondino in mezzo a loro hanno giusto spazio: le loro risa fanno di certo sorridere i morti. Mentre chi ha l’età della ragione può solo ascoltare e guardare. Che sotto un cielo ormai spento dalle luci diurne i blocchi si squadrano mastodontici sopra di noi e contro la poca luce sudano la condensa di ore che iniziano a farsi fredde. Se non fossero pietre, quelle gocce sarebbero sangue.
Poligoni
Un pesce di vetro e acciai dentro una banca, una torre dell’olocausto, un giardino di pietra.
Linee portanti
Berlino è una città sincera, con le sue brutture di un tempo riflette una coscienza viva, palpitante, libera. Non si compiace del suo dolore, ma ti fa mettere le dita nel suo costato, scorrere i bordi delle sue ferite e si lascia giudicare. Alla fine credi. La disumanità delle storie che l’hanno attraversata la fanno brillare, spiccare nel suo costante elegante testardo e piccato sforzo di essere la più umana - magari imperfetta coi suoi mille cantieri aperti - ma umana.
Il cibo con i suoi sapori sfacciati che ti levano il fiato e ti squadra lo stomaco è puramente sincero anche quello.
Il sole, per favore non fatemi vedere il sole a Berlino. La nebbia le si intona e le lascia esprimere al meglio le sue qualità.
Berlino è una città che dà spazio all’inimmaginato e che armonizza il ferro e il vetro dentro ogni sua nuova forma, accordandola alla propria anima fantasiosa, modaiola, sorprendente, didascalica talvolta nello spiegarsi le sue linee e farsi capire meglio. Meglio che nella sua lingua improbabilmente impronunciabile, che fatico persino a leggerla e a dire ciao. Ma faccio uno sforzo. Dankeschoen Berlin.
venerdì, 06 novembre 2009
Vado a riprendere Berlino. Ho bisogno del suo nitore. Che probabilmente sarà impiastricciato di marciapiedi scivolosi per la pioggia e di gente. Sotto la pioggia.
Soffio aria dentro l’aspettativa di una catarsi, fino a farle raggiungere la speranza di una sorta di iperuranio: il cielo sopra Berlino e oltre. Inutile cercarlo dentro i libri, tanto ne esce spezzettato come le macerie perenni di questa città. Torno a Berlino perché ho avuto ragione sul suo inesprimibile spirito di rinnovamento autentico e autistico e i fatti mi cosano al riguardo e i libri pure. Solo che ora voglio capirci qualcosa di più, sia chiaro. Lo pretendo, altrimenti non si spiega questa seconda andata a Berlino. Non mi accontento di un racconto qualsiasi, in cui a sprazzi e bocconi mi si imbandiscono tristure pre-muro, malinconie post-muro e non puoi dirmi di riempire quel foglio bianco che è Berlino con un dettato di cose da fare vedere dire baciare lettera testamento. Dice: ma la città invece è già satura di storie. Sì, ma – dico – in una piazza blanda di tutto come Alexanderplatz avrò ben il diritto di ficcarci tutto quello che mi passa per la testa.
Dentro Berlino, nei suoi spazi di cemento e vetro, può starci tutta l’anarchia, sulla tela di un posto connotato del più celebre manicheismo che la storia moderna ricordi: o di qua o di là, o rosso o nero, e così via di bivi simili.
Firmo un assegno in bianco a questa città e sinceramente non mi importa che cifre, che valore darà ai prossimi giorni che trascorrerò a casa sua. Di sicuro ne caverò qualcosa che vale, buono o cattivo che sia. Il libro che mi ha provocato questo sfogo cutaneo è “Berlin” di Eraldo Affinati. E la recensione la trovate qui (sì, alla fine l’ho fatto).
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