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about Qualche verità...e qualche bugia...mentre mi fumo una sigaretta
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sound
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visioni "La venticinquesima ora", S. Lee "La leggenda del pianista sull'Oceano", G. Tornatore "Casablanca", M. Curtiz "Moulin Rouge", B.Luhrmann "Tutto può succedere", N. Meyers "Amleto", F.Zeffirelli "Batman", T.Burton "L'uomo senza volto", M.Gibson "The man who cried", S.Potter "Matrix", A. e L. Wachowsy "Nicotina", H.Rodriguez "Molto rumore per nulla", K. Branagh "Se mi lasci ti cancello", M.Gondry "Speed", J. de Bont "Luce dei miei occhi", G.Piccioni "I soliti sospetti", B.Singer "Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera", Kim Ki Duk "Sideways", A.Payne "Braveheart", M.Gibson "Lemony Snicket- Una serie di sfortunati eventi", B.Silberling "Gli intoccabili", B.De Palma "I heart huckabees", D.Russell"Good night and good luck", G.Clooney"La cura del gorilla", C.A.Sigon "Reinas, M.Gomez Pereira "The prestige", C.Nolan |
carta "Novecento",A.Baricco "L'idiota", F.Dostoevskij "Il profumo", P.Suskind "L'amore ai tempi del colera", G.Garcia Marquez "Cassandra", C.Wolf "Frammenti di un discorso amoroso", R.Barthes "L'insostenibile leggerezza dell'essere", M.Kundera "Il mito di Sisifo", A.Camus "Incontro d'amore in un paese in guerra", L.Sepulveda "City", A.Baricco "Narciso e Boccadoro", H.Hesse "L'onorevole scolaro", J.Le Carrè "Il principe felice",O.Wilde "Il giardino segreto", F.H.Burnett "Dona Flor e i suoi due mariti", J.Amado "Sostiene Pereira", A.Tabucchi "Il maestro e Margherita", M.Bulgakov "L'arte di viaggiare", A. De Bottom "Il segreto di Luca", I.Silone "E' stata una vertigine", M.Maggiani "Questa storia", A.Baricco "Fahrenheit 451", R.Bradbury "The prestige", C.Priest "Il pendolo di Foucault", U.Eco "I segreti di Londra", C.Augias
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sul comodino "The Shakespeare secret", J.L. Carrell "Memoria delle mie puttane tristi", G. Garcia Marquez
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wine bar Martini bianco on the rocks Glicine Nero d'Avola Falanghina Donnafugata Beaujolais Valpolicella Albarino, Rias Baixa, Salneval Valle del Salnes Negramaro Curiale |
strade mie Amaramente Aoi Ataru Moroboshi Bando Barbiere della sera Birambai Blu Buona o Cattiva Chinaski Curva Ottica Daveblog Effe Eriadan Flor Ge Giopope Il militante Insane soul Juditta Kappa Kekkoz la commessa Laprofepuntoit LeMieMari Lontanodentrome manginobrioches Ninna OneImaginaryBoy Personalità confusa Placida Signora Prejudice Rael Subsonica Sviluppina The Gatta Valelarossa zop
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giovedì, 25 dicembre 2008

NOW PLAYING: Ivano Fossati, "C'è tempo"
Io vi aspetto come di consueto sempre di notte, sempre sottovoce, un modo per capire, per capirsi e forse anche per capirci, quando un giorno vista l'ora è appena finito e un nuovo giorno è appena iniziato. Noe - E dunque… Noe - Eh… Noe - Siamo qui Noe - Incredibile vero? Noe - Già...è passato un altro anno. E tu sei qui per rispettare le tradizioni. Noe - Solo le mie, s’intende. Quelle che vogliono che io posti la notte del mio compleanno. Noe - Combinato qualcosa di buono quest’anno? Noe - Beh, direi di sì….ho viaggiato tanto. Noe - Come se marciassi sul posto: torni sempre negli stessi luoghi. Noe - Vero. Avevo dei conti in sospeso con Londra, sono andata fin là di nuovo per capire che quello non è il mio posto, ma che posso prenderne il buono comunque. Poi Barcellona, per sentirmi a casa nel mondo e cullarmi con la cromoterapia dei suoi toni sinceri. Noe - Perché parli sempre in modo così involuto, inutile e faticoso? Noe - Scrivo così, parlo in un modo che la gente sgrana gli occhi a causa del mio accento misto romano/fiorentino. Noe - Non ti facevo così spregiudicata. Noe - Come no! Stasera, per la prima volta nella mia vita, ho attivato la funzione random sul mio ipod...non sai che sta venendo fuori! Noe - Siamo seri. Almeno sul lavoro hai fatto qualcosa di buono? Noe - Amo un po’ di più il non-lavoro della mia vita. E mi sento più a mio agio dentro un tailleur, sui tacchi, su un sorriso, dentro una sala riunioni, che ad una festa. Noe - Allora sono fiera di te: ti sei indurita un po’. Noe - Frottole. Ho imparato a camminare al fianco di certi miei dolori, li sto a sentire perché parlano di me come non avrei pensato mai. Noe - Che sentimentalona. Noe - Ho solo iniziato a capire le strade che le mie emozioni percorrono e non le ho perse di vista. Noe - Un giochino pericoloso. Noe - Vero. E’ la stessa ebbrezza della guida…devi studiarti bene le curve, poi decidi se assecondarle o tagliarle e quell’attimo di terrore di uscire fuori strada, mischiato al sospetto che in realtà stai andando bene, non ha prezzo. Noe – Sei diventata vanitosa. Noe - Adesso non esageriamo. Solo perché ho iniziato ad andare dall’estetista (le mie sopracciglia ringraziano sentitamente), ho ammesso apertamente di avere una dipendenza da acquisto di scarpe, cambio lo smalto sulle unghie un giorno sì e uno no, ho fatto un inutile servizio fotografico e al matrimonio di mio fratello sembravo una diva del cinema? Noe - Qualcuno ha detto che somigliavi a Daniela Santanchè. Noe - Mi stai suggerendo di fondare un partito? Noe - Peste ti colga, se ti viene in mente una cosa del genere. E poi è tardi ormai, tu sei nata vecchia. Noe - Allora lo vedi che sono perfetta per entrare in politica? E comunque sto ringiovanendo. Noe - Non ti viene il dubbio che in realtà tu stia correndo dritta dritta tra le braccia di un’incoscienza dettata da demenza senile? Noe -… Cavolo, mi sono appena resa conto che quest’anno praticamente non sono mai andata a ballare… Noe - Ma dove hai la testa? Ti ho beccato un sacco di volte a cantare, quest’anno. A piangere. A ridere, a respirare. Noe - E’ quello che fa ogni essere umano. Noe - Infatti. Tu no. Noe - Beh, l’hai detto anche tu. Sto invecchiando. Le carte che ho in mano, le gioco ora o mai più. Noe - Ti prego, non dirmi che sei diventata anche ottimista, sarebbe un dolore troppo grande. Noe - Tranquilla. Sono ancora profondamente convinta che l’ottimismo non stoni giusto su un paio di persone sulla faccia della terra. Però, ecco, diciamo che ho voglia di stare a vedere come va a finire. Noe - Senti, sei cambiata, non ti riconosco più, ti sento lontana. Tra noi è finita. Noe - Questo lo credi tu. E va bene così. Però posso suggerire una chiusa un po’ più ad effetto? Noe - Almeno su questo siamo d’accordo. Noe - Si faccia una domanda e si dia una risposta. Noe – Noe… Noe – Sì? Noe – Pacatamente, serenamente…vattene a dormire. Sipario. (ma non era Sottovoce, con Marzullo?) in copertina: Pablo Picasso, "Due donne che corrono lungo la spiaggia"
giovedì, 11 settembre 2008

NOW PLAYING: Terence Blanchard, "Ground zero"
Sono il ricordo dell’11 settembre. Piccolo, rincattucciato in un angolo, ancora impaurito.
Sono il ricordo dell’11 settembre. E cerco un modo per ricordare che ancora palpiti.
Sono il ricordo dell’11 settembre. A ground zero niente memoriale, è di un immobiliarista e ci fa quel che gli pare.
Sono il ricordo dell’11 settembre. Dicono che per elaborare anche il lutto più grande un uomo non possa metterci più di cinque anni e mezzo e poi passa. E’ vero.
Sono il ricordo dell’11 settembre. Si dice che hanno ucciso per questioni di dio. Se c’è un Dio, prego che ci salvi da noi stessi, capaci di maciullare la carne di questa povera razza umana in quel modo e in altri mille modi.
Sono il ricordo dell’11 settembre. I film, le ricostruzioni, i racconti sulle segreterie telefoniche li ho già visti e sentiti tutti. E ora che si fa?
Sono il ricordo dell’11 settembre. Vorrei almeno un minuto di silenzio in mezzo alle vite di tanti. E invece poco o niente.
Sono il ricordo dell’11 settembre. E sul giornale oggi non ci sono. C’ero ieri, così almeno si sono levati il pensiero.
Sono il ricordo dell’11 settembre. Ho cambiato la vita, e la morte, di molti. Forse è per questo che non c’è più la voglia di guardarmi in faccia. Magari ci versi una lacrima, poi tiri avanti.
Sono il ricordo dell’11 settembre. Figlio di una mai cicatrizzata elaborazione del lutto.
Sono il ricordo dell’11 settembre e sono stanco e non so più parlare.
martedì, 20 maggio 2008
(parte seconda - epilogo) NOW PLAYING: Gary Jules, "Mad world" Mi sento così stanco. Fa un caldo infernale e Agustìn continua a fissarmi preoccupato dal fondo della hall. Se ne sta seduto lì a fumare da questo pomeriggio – come se fosse parte dei marmi e delle poltrone rivestite e scomode - e guarda proprio me, aspettando che attacchi bottone, che mi sfoghi con lui, che gli parli di quel che è successo. Stamani, nella luce già imbiancata di sole, con l'afa che saliva dalla città in basso, mi stropicciavo gli occhi appena sveglio, i capelli corti sul collo sudati per una notte che non voleva passare più in fretta. A volte l'odore stantio che ha ormai impregnato tutte le pareti non mi fa dormire. Mi sono alzato e mi è sfuggito almeno un sorriso compiaciuto, al mancato solito cigolio del letto. Ho litigato per dieci minuti buoni con le persiane verdi della finestra, con il legno ancora inzuppo d'acqua per la pioggia dei giorni scorsi. Poi è finalmente entrata tutta la luce di fuori. Guardavo in su, col naso puntato a cercare nuvole inesistenti e respiravo quel poco d'aria fresca che restava prima di ore d'impietosa calura. Stavo così, a guardare in alto dentro il mio pigiama di cotone a righe bianche e azzurre ed è venuto giù. All'improvviso non ho visto più il cielo per qualche secondo, forse qualcosa di più e poi rieccolo lì. Quanto ci avrà messo il corpo di Jesùs a venire giù dalla torretta? Più di qualche secondo? Mi si era avvicinato il giorno stesso in cui ero arrivato qui. Ero carico di tutta la mia roba e la valigia con dentro i campioni di stoffa mi si era aperta in mezzo alla hall attirando l'attenzione di tutti i presenti. Un uomo grosso, vestito con un bizzarro golf bordeaux venne verso di me dondolando. Era Jesùs. Col mio solito occhio clinico, che ormai son cinque anni che giro la Spagna vendendo tessuti, lo guardai, stranito: aveva assurdi pantaloni a trama fitta che si allargavano un po' verso il basso. E quel golf. Di riflesso abbassai gli occhi sulle mie scarpe lucidate e i pantaloni con una riga così impeccabile che mi faceva sentire molto fiero di mia madre, che me li stirava ogni volta prima che partissi per i miei viaggi. Mi accucciai per raccogliere le mie cose dal pavimento e subito lui mi imitò, prendendo tra le mani un pezzo di seta verde brillante, sorridendomi sdentato. Inquietato dal suo bambinesco entusiasmo mi affrettai a rialzarmi, aggiustandomi il panciotto sotto la giacca. Gli chiesi di ridarmi la stoffa e lui, per tutta risposta, si intestardì in un silenzio ottuso, guardandomi. Poi arrivò Agustìn, che gli si parò davanti. Jesùs sorrise di nuovo e disse "si us plau": per favore. Non capivo quella scenetta e iniziavo a spazientirmi, quando il tizio che era intervenuto tirò fuori una sigaretta e la porse all'altro, poi gli strappò dolcemente di mano la stoffa e me la restituì.
Divenimmo uno strano trio: quando tornavo in albergo la sera, stanco delle strade della città, del caos dei negozianti da convincere a comprare, la prima persona che incontravo, salendo le scale per raggiungere la mia stanza, era proprio Jesùs, che puntuale come un orologio svizzero se ne usciva fuori con il suo "si us plau" e io rinunciavo all'ultima sigaretta della giornata per regalarla a lui, che – per quel che capivo dai suoi sorrisi inconcludenti – traeva molto più piacere di me a fumarsela. Jesùs cenava nella sua camera al primo piano molto presto, e ricompariva solo la mattina dopo all'alba, a ciondolare nella hall, magari pronto ad assillare Agustìn perché gli concedesse la prima sigaretta della giornata.
Io scendo spesso a mangiare con Agustìn: è in grado di fare buona conversazione, anche se talvolta è un po' invadente e protettivo nei mie confronti, chissà perché. Nonostante la sua amicizia, che credo sincera, ho sempre la sensazione che si tenga qualcosa solo per sé, che ci sia qualcosa che non mi dice. Del resto, non puoi pretendere che un uomo conosciuto in un albergo non abbia segreti.
Stamani il volo di Jesùs dalla torretta ha messo fine alla nostra routine, al nostro trio. Anche se Agustìn sta lì a guardarmi e vuole chiacchierare.
Sono troppo stravolto e lui lo è troppo poco, sono troppo arrabbiato e lui troppo poco, sono stufo dei suoi silenzi tra una sigaretta e l'altra, della sua gentilezza, della malinconia sempre accesa e segreta dietro i suoi occhi.
Occhi che ormai sembrano non vedere, non ricordare che non è la prima volta che qualcuno si uccide, qui.
Di solito, sono quelli del primo piano che si spingono fino in cima alla cupola per buttarsi giù. Pare assurdo che proprio in quel posto in cima all'edificio, fatto per il riposo e per godersi la città dall'alto, alla gente venga voglia di morire. Ma qui molti clienti sembrano non notare affatto l’alto tasso di mortalità in albergo. Eppure nessuno si scandalizza o si fa domande.
martedì, 28 agosto 2007

NOW PLAYING: sembrerà strano, ma di musica, a Berlino, non ce n'è (o almeno m'è parso) Che puzza, a Berlino di dolciastro e appiccicoso. Che puzza, ad ogni ora, con i wurstel che ti fanno le capriole nello stomaco. E’ vero: guardi le strade e non sai che giorno è. Guardi Alexanderplatz che ci piove sopra. A Berlino piove bene. Forte e a vento. Che non ti pari, insomma. Fritz Lang c’aveva visto giusto, che Berlino è diventata come la sua Metropolis. Anche New York ci sta dentro Berlino, s’accendono le luci di Potsdamerplatz e via, ma cogli il quadro d’insieme solo da lontano e dopo qualche giorno che la studi da vicino e ti scappa dalle mani. Un muro si costruisce in una notte e il giorno dopo non puoi andare dal tuo fruttivendolo di fiducia, perché è rimasto dall’altra parte. E per fortuna che davanti al tuo condominio il muro fa angolo e non passa diritto sul pianerottolo, sennò non puoi neanche più andare a chiedere la cipolla alla tua dirimpettaia. Me lo devo ricordare, che un muro si costruisce in una notte. Come il diavolo certi ponti. La crociera sulla Sprea con i babbioni americani è molto alternativa, come certi quartieri off di Berlino. Però Berlino è tutta off. I ragni il fiume e dopo tu. Interessante fauna tropicale, da quelle parti. Cloppete cloppete, che diavolo è? Il costante zoccolìo del segnale del semaforo per i non vedenti. Pensa te, m’aspettavo di veder arrivare un cavallo. Argentini e insistenti scampanellii di biciclette, santi numi pare che ti puntino apposta, sul marciapiede. Guarda che questa è la pista ciclabile. Ah. Ecco. E il marciapiede dov’è? Guarda un po’ sulla cartina, mi sono persa. Laceri e ferite, buchi di bombe in bella vista, fanno così per un’ossessione a non dimenticare e metter tutto sotto vetro. E poi scavi e calcinacci e gru per nuove fondamenta, dappertutto si tira su una casa una chiesa qualcosa. Qualcosa di nuovo da ricordare, forse. Su, fammi fare almeno un lento, alla fermata del dueequarantacinque a Ernst- Reuter- platz a mezzanotte. Fa freddo a Berlino e caldo, pure. E i vagoni della metro profumano di sapone, santi numi. Davanti al museo egizio ormai traslocato, con tono da dramma "e capirai, cosa vuol dire un anno d'amoreeee", grazie mamma per averla cantata d'insistenza e ora me la son portata dietro. Grazie grazie eh. C’è anche qualche pezzo d’Italia, qualche cortile di Capri in giro qua e là. E tante facce d’India, Turchia, e chissà quale altro posto. Ci sono i lustrini d’ollivùd e le gigantografie della Dietrich che ti mette soggezione, tanto bella e poco umana. E cento schermi in bianchenero che rimandano muti lontani e Caligaris e altri che gesticolano animati, un portiere d’albergo, pure. Berlino è futurista è vecchia nonostante la faccia nuova, ha teatri di grandeur illuminata, luci belle nelle case e monumenti grossi al buio. Come un sasso nella scarpa, la cammini tutta. S’inciampa nei nomi troppo lunghi di strade troppo lunghe. Berlino senza estate, non ci arriva fino a qui, anche se si suda. A letto presto, in questa città nuda e piena di gente. Città a pezzetti in testa, disomogenea visione, inarmonica landa. A sorpresa, diversa da me. A bocca aperta, diversa da tutto quel che gli occhi hanno colto, visitato e visto sin qui.
In copertina: Metropolis,di Fritz Lang L'altra versione dei fatti è qui.
venerdì, 15 giugno 2007

NOW PLAYING: Rosana Arbelo, "El talisman" Ma sì, torniamo alle origini: a quando cominciava a essere tardi la notte e io ero ancora davanti al pc. A quando passavo le sere da sola e di tempo ne avevo. Aprivo la finestra, scostavo le tende sulla piazza. Battevo le dita veloce sui tasti, pensando che non avrei smesso mai. Ho smesso per tutto quel tempo che era necessario a ritornare qui, da dove sono partita, dalla voglia di scrivere. In mezzo c’è la vita che mi è cambiata sotto il naso e la cosa più nuova che c’è è l’ossessione che qui non cambi niente. Altrimenti non mi sarei messa a inventarmi un profilo professionale in inglese che magari resterà solo un esercizio di bella scrittura (bella…dignitosa, diciamo). Col risultato che ora mi cascano gli occhi per colpa dell’allergia e forse anche per colpa del fatto che sono davanti al pc dalle dieci di stamani. Ma torniamo alle origini, anche se stasera sono a casa da sola semplicemente perché avevo altro da fare che uscire fuori e godermi una serata in compagnia. A questo punto, mi conviene riprendere le vecchie abitudini: la finestra è aperta, le tende incorniciano l’arietta che entra sottile e fresca e alla radio danno My funny valentine. Mi ci vuole così poco a tornare alle origini, giusto un altro sorso di sangria. Lo so, una volta era un calice di vino, ma stasera ho gusti più ignoranti: un bel bicchiere di carta, riempito a mezzo di ricordi di quella spagna spensierata di quando ero giovane, un liquido rossognolo bello pieno di solfiti. Giro compulsivamente la rotella della radio, alla ricerca delle due o tre canzoni che sentirei con il repeat, inciampo nelle cose più impensabili, nelle note più in bianco e nero, in voci che ho un po’ perso ed è come un’archeologia di sonoro che ti fa prendere un po’ di nostalgia e un po’ mi faccio prendere dalla stanchezza. Torniamo alle origini: intendevo che mi rimetto a scrivere i pensieri così come vengono, senza preoccuparmi che possano o meno interessarvi, solo per una sera senza ansia da prestazione. E’ che ad un certo punto vi volevo troppo bene per imporvi certi sproloqui che si possono leggere bloggherellando ovunque. Io alla fine rimango fregata da quella storia che le cose o le faccio bene o non le faccio. Quante parole scritte in potenza son rimaste per aria in questa stanza, a girare in tondo tra me e questa tastiera che non si faceva riprendere in mano. Diciamo che stasera torniamo alle origini, perché so che mi potrete perdonare per questo revisionismo da alcol scadente. E scusate se non mi sono impegnata poi tanto a camuffare questo post con un pretesto di cose importantissime da dirvi. E neanche in un finale scoppiettante, mi impegnerò. Perché, sinceramente, sto prendendo la forma della sedia e, soprattutto, perché il bicchiere di carta è vuoto. Ma soprattutto soprattutto perché l’ultima volta che ho fatto il giro di tutte le stazioni radio ho beccato due volte Radio Maria e una volta Nek: vorrei scongiurare il rischio di incappare in Tiziano Ferro con “Raffaella è mia”.
sabato, 12 maggio 2007
NOW PLAYING: the sound of sliding doors...somewhere..
For the first time in my life, that night, I understood the meaning of the words “to be like a stone”. Cold, closed, hard stone. That was me, after the sound of a voice near me. The concert hall was full of hundreds of persons and faces and smiles which resounded in my ears, even if there was only one voice that I had to listen to. It was telling me of a little cube of air, hope, future that was disappearing. Just a little full cube, window, path, road to desired unknown destiny. That’s it, I told myself. That’s it, told me the voice. “That’s it” is a perfect sentence to describe a stone. The first tears that fell down along the stone were flowers of laughters. There was a man on the stage now, sailing in the darkness. Well, not really sailing. He, the man, Stefano Bollani, was driving the piano as a bike, standing up on the pedals, when the sound became harsh: he, the man, the pianist had to avoid the pits on the track of notes, red passions, smoking memories. Then he sat down again and guided music as if he knew exactly what to do. It is a rare thing to see. I have seen millions of players being played by music, indeed. Irony, at last, was the man’s masterpiece. When a genius makes you laugh he shows you his supernatural origin, because he makes happiness linger on people just as a god can do. That’s why I could let some tears fall down, laughing because of a god, in front of Fate. During the evening in which I became a cold, closed, hard stone. Then, flesh and bones again.
mercoledì, 07 marzo 2007

NOW PLAYING: Subsonica, "Atmosferico III" Controllo ogni due minuti se fuori piove, nella speranza di non dovermi inzuppare quando uscirò da qui. Ho lo stomaco su un soppalco, perché sotto ci stanno gomitoli d’ansia ben aggrovigliati: fili diversi da diverse parti della vita di tutti i giorni, ma s’intonano bene tra loro e non hanno intenzione di sbrogliarsi, al momento. Saranno i sogni, di questi giorni: in galera stanotte, in un labirintico garage ieri, in un ufficio buio il giorno prima . Sogni da precari, ci si può lavorare. A tempo determinato, s’intende. Può essere un bel progetto, scadenza a sei mesi.
Soffio via la polvere da canzoni come vecchi vinili, mi ci sento comoda come sempre, l’anima ci si sdraia un po’ curva come su un’amaca e le pareti di cartone dei pensieri possono cadere per un po’.
Leggo di libri bruciati, nell’esaltazione del fuoco ho trovato altre pagine come marchi sulla pelle. Finalmente questa storia, col titolo della temperatura a cui brucia la carta, che era come se la cercassi da tanto, da lontano la studiavo finché sono state parole da scorrere e imparare in una lingua che non è la mia.
Arcana di un altro mondo, a tratti perfido e femminino, è questa moda e modo di parlare straniero: mi fa sua e non valgono i passi indietro, mi s’inceppa nei meccanismi dei concetti e mi trova parole che calzano meglio, per dirli, più che in italiano. Non ho ancora deciso se devo oppormi o meno a questa battaglia per la conquista del mio emisfero espressivo.
Faccio poche cose, di gente ne vedo ancora meno: la socialità e socievolezza mi sono vampiri assatanati in questi giorni. Non alzo neanche la cornetta per chiamare mio padre, che lo dovrei fare lo so, per trovare almeno un po’ di pace. Ma sono ancora arrabbiata, delusa. Reclusa. A casa, vorrei stare. Aggrapparmi alle cose di sempre come alla scaletta in piscina, quando non sai nuotare bene, dopo aver fatto cinque bracciate. Sentire quello stesso sollievo.
Mi trastullo con il palinsesto tv e più spesso premo il tasto rosso e accendo un libro, non col fuoco, s’intende. Mi faccio incupire dalla bilancia, una serpe in seno, le do fiducia ogni settimana e lei mi ridà indietro due chili in più. Intanto ho fame e questo sì che mi fa rabbia. Ho riacceso la radio e la mattina mi sveglio così ed è cosa buona e giusta. Metto spesso la cravatta, per stringere bene alla gola le paure, che non escano fin sulla lingua. Sento sotto le unghie, le punte delle cose che vorrei e non so fare, o prendere o che non ho ancora fatto. Ci sto sopra e provo a starci bene, spazzando la mente per non starci affatto. Vivo giorni pieni di cose inutili indispensabili. Scarabocchio senza scrivere, (nel caso in cui qualcuno cercasse il senso alle 473 parole scritte qui sopra).
Io resto acceso tutta la notte come un faro e un’antenna capto gli umori e segnalo gli scogli che mi circondano. (lassù: Pablo Picasso, "Il sogno")
mercoledì, 24 gennaio 2007
NOW PLAYING: Max De Angelis, "Nuda" Mi hanno trovata così, con nel corpo piantati gli spilli, come una stupida bambola morta. Che bambola forse un po’ lo sono, anzi lo ero. Ma stupida no. E quello stupido di commissario ora penserà a chissà quale serial killer. Nemmeno una goccia del mio sangue è stata versata, gli spilli gli hanno impedito di scorrere per rivoli sul pavimento. Sembrerebbe chissà quale perversione, ma la verità è che sono morta ormai, ed è stato un puro caso, un puro errore. Davvero quando mi hanno detto che lui era un principe, non ho pensato alla corona e tutto. Solo all’ennesimo riccone, magari un po’ più ricco di altri. Un vero affare, per me. Non pensavo che Michel mi avrebbe chiamata per un lavoro così, ma forse voleva davvero regalarmi un’occasione: “Tandie, mi ha detto, questa è la volta buona, se fai tutto come si deve, dopo puoi andare in pensione”. Sono un po’ giovane per andare in pensione, avrei voluto dirlo a Michel, ma poi ho pensato non gli importasse granché di che cosa ci facevo con i soldi e che tanto lui – da questo affare – di certo ce ne prendeva più di me. Michel mi ha spiegato un po’ di cose di questo tizio, questo principe. E mi ha detto che mi voleva solo per il lavoro, che mi voleva come per fare finta di sapere chi fossi e magari far finta che spesso si usciva a cena e si stava bene e mi faceva un sacco di regali e poi si faceva l’amore. Mi voleva per fare finta che fossi una regolare perché era convinto che questo lo avrebbe aiutato negli affari. Non m’interessava fare la fidanzata d’ordinanza e non mi è mai interessato. Ma il principe pagava bene e io mi sono sempre venduta per molto meno. Così Michel mi ha portata da lui e un po’ me l’aspettavo più bello “i principi dovrebbero essere belli” pensavo. Ma lui aveva una faccia da ranocchio. Forse ancora non aveva trovato una principessa che lo tramutasse in uomo. Avevo pensato ai soldi e la faccia da ranocchio, dopo qualche giorno, non la vedevo neanche più. Accanto a lui dovevo avere addosso più vestiti di quelli che sono abituata a portare. Rigide righe di tailleur, scarpe rosse ma non un rosso schianto, più simile a quello di un Beaujolais novello, di quelli che se non ti scoli subito tutta la bottiglia a sconto al supermercato, poi il giorno dopo lo butti via. Cose così. Sorridevo, non aprivo bocca e battevo cassa ogni sera. Il principe mi diceva che facevo bene il mio lavoro, perché sorridevo e non aprivo bocca. Un po’, lo devo dire, era merito di Michel, che mi aveva istruito bene: al principe i vizi non piacevano. E io allora non bevevo e non fumavo, mi sa che l’ultima marlboro è rimasta nel posacenere intatta, nel mio appartamento. Quanto al bere, a quella bottiglia a settimana comprata al discount potevo tranquillamente rinunciarci. Va bene, una sera ho ceduto. Ero così stanca che ho raccattato un Campari Mixx ed ero così stanca che sono riuscita ad ubriacarmi con quello. Se ci ripenso mi viene da ridere. Ero così stanca e ubriaca che vedevo la stanza girare e luci nella testa, come il cartellone di un flipper impazzito dopo che hai fatto tremila punti. Ding ding ding! Il principe è una fortuna che non fosse in giro quella sera. Per quel che mi riguarda, dopo una buona dormita il giorno dopo ero di nuovo in forma. E’ andata avanti così per qualche settimana. Non era niente male. Poi un giorno il principe, all’improvviso, m’ha mollato uno schiaffo leggero, come se non avesse il coraggio. Io, che agli uomini che gli passa per la testa di picchiarmi ho imparato a ridarle indietro con gli interessi, stavo per colpirlo con meno gentilezza e meno riguardo del suo rango. Peccato che i due armadi che si portava dietro mi abbiano trascinata via con argomentazioni piuttosto convincenti. Poi mi hanno portata qui. Non ci capivo più niente. Non avevo fumato né bevuto (ed ero certa che la storia del Campari non la sapesse nessuno), avevo sorriso e tenuto la bocca chiusa. Per settimane e settimane. Forse avevo fatto qualcosa che al principe aveva dato fastidio e su cui Michel non mi aveva informato. “Tu e il tuo amico Michel volevate fare i furbi eh? Lo sappiamo che gli hai detto dov’erano i documenti sugli affari privati del principe…l’abbiamo beccato nell’appartamento mentre tentava di portarseli via. Volevate arrotondare lo stipendio? Comunque il principe dice che sei la miglior fidanzata che ha avuto…ringrazia che finisce così”, hanno detto i due fustacchioni. Lo dicevo io che la cosa della fidanzata regolare non fa per me. E neanche Michel fa per me, a quanto pare. Intanto i due mi spingono a terra, su questo pavimento grigio senza piastrelle, intorno vedo macchinari abbandonati, tavoli da lavoro. Se ne vanno. Dovrei essere contenta. Che me la cavo così. Ma la verità è che non ho fortuna, che per caso o errore mi hanno portata proprio qui, in questa vecchia fabbrica di spilli, ormai sparsi ovunque, tanti, anche sotto di me. Un po’ splatter e idiota come soluzione, ma muoio così. Sto in silenzio da due giorni, solo dopo due giorni mi trovano e arriva il commissario e dice “Bene, abbiamo per le mani un serial killer”. Stupido stupido commissario, faccio in tempo a pensare, poi cado dentro un buco nero dove non sento più niente, all’infinito. Io, stupida bambola morta.
venerdì, 29 settembre 2006
NOW PLAYING: Modà, "Quello che non ti ho detto (scusami)" Tema: seguire convegno sulle pensioni e scrivere relativo articolo. Svolgimento: accanirsi con dedizione cieca a districare un filo, spuntato dalla manica della tailleur, che è andato a incastrarsi gironzolando tra le mille perline del braccialetto, fino a farlo sembrare un gomitolo. Con gusto mettersi a far passare il filo, tra un incastro e l’altro e trovarci gusto come un gatto con il suddetto gomitolo. Ogni tanto, cogliere qualche parola qua e là e appuntarsela con la penna della laurea per poi scrivere l’articolo. Tema: domenica mattina a messa. Svolgimento: dal soffitto della chiesa calano le strobo e sale il volume dell’ultima di George Michael e…è già finita l’omelia? Tema: studiare per l’esame d’inglese. Svolgimento: al telefono, esprimo desideri come se fosse la lampada magica. Una torta morbida al cioccolato, di quelle alte dieci centimetri. E i fiori, tanti. Ora ho la stanza invasa di fiori colorati. Evvai. E…ehm…do…you…speak …English? Ehm…ehm…prof mi posso giustificare? Tema: preparare veloce cena per una persona cioè me medesima. Svolgimento: taglio due patate grandi, vinaccio rosso e timo e me le spazzolo. Ah, fammi aggiungere un po’ di cipolla, che tanto non devo baciare nessuno. Tema: andare a vedere una serata di tango Svolgimento: quando ballano, i ballerini, e fanno le figure e volano quasi a un palmo da terra, dire solo “porca miseria”. E ripiombare in un mutismo a bocca spalancata. Tema: vedersi un dvd in inglese per imparare la lingua. Svolgimento: spegnere il lettore dvd dopo tre secondi che l’ho acceso e mettermi a vedere “Il principe delle donne” con Eddie Murphy. Per la quattrocentesima volta. Senza annoiarsi. Tema: rilassarsi dopo cena, cercando magari di farsi venire sonno.
Svolgimento: giocare a bubusettete con un ignaro pupazzo che ha il nome di una merendina.
Tema: intrattenere edotta conversazione scientifica sul corpo umano Svolgimento: prendere la bilancia digitale e pesarsi la testa. Solo la testa. Tema: rendere l’ufficio più accogliente, mettendoci tre piante grasse. Svolgimento: passare interi quarti d’ora a guardare le piantine invece di lavorare, tentando di trovare loro un nome degno di nota. In testa alla classifica dei nomi, per giorni e giorni, le piantine si sono chiamate La Nina, La Pinta e La Santa Maria (rigorosamente con l'articolo davanti) . Ora gli sto cercando nomi decisamente più punk. Perché ho deciso che quelle piante hanno un’anima punk. Tema: preoccuparsi per tutti gli errori fatti all’esame di inglese, terminato da 15 minuti al massimo. Svolgimento: alzare il volume degli Scissor Sisters e ballare in stile seventies per tutta la stanza, mentre lancio i libri d’inglese sulla scrivania. Tema: chiacchierare amabilmente con qualche familiare. Svolgimento: prendere in braccio ogni familiare che pesi mediamente almeno 40 chili più di me e ridere a crepapelle perché mi sento tutte le ossa spiaccicate. E’ troppo divertente. Tema: regressione Svolgimento: di questo passo, dai temi passerò a scrivere i pensierini. E poi i miei post saranno costituiti solo da ripetizione autistica di singole lettere dell’alfabeto, su sfondo di quaderno con le righe da prima elementare. Ecco.
martedì, 12 settembre 2006
NOW PLAYING: Mina, "Come stai" Come un gatto, le braccia ad allungarsi e la schiena indietro sulla poltrona da ufficio che d’ufficio scricchiola. Comincio ad odiarla questa mezza indecisa stagione, forse mi somiglia troppo e si sa che non amo rivedermi negli specchi, che siano reali o dell’animo che mi porto dietro in un dato momento.
Continuo a sbadigliare, più propensa al letargo che all’iperattività che si richiede in questa sorta d’inizio anno, dove è ancora tutto vecchio.
Sto incassata nel limbo post-estivo, di un’estate che si stentava a riconoscere. Senza sole ho camminato sola in un altro mondo, ne ho amato il vento, le facce diverse da qui, ne ho amato la mia assoluta libertà di viverlo in ogni angolo, emozione solitaria e senso. Nei colori e nel grigio, nei thè come coccolarsi ed essere un po’ più indulgenti con se stessi. Ho amato quella città nel volto scuro di un uomo che non conosco e nella sua generosità, l’ho amata mentre la salutavo, dicendole tornerò.
Ho camminato questa noiosa estate canticchiando (elachiamanoestatequestaestatesenzateee) su tacchi sempre più alti, sfidando i vecchi amori riportati da cieli nuvolosi in agosto, rinnovandone il dolore uguale e diverso al primo amore. Dolore dondolato andando su e giù in macchina sulla stessa strada guidata veloce e con piglio sportivo, con rivestimenti della carrozzeria in puro swing e i muscoli sfasciati da qualche bracciata in piscina, a sbattere via rabbia e rassegnazione.
Ho dimenticato di avere un lavoro, un’altra vita, questa estate. Ma io odio dimenticare, dopotutto. Ora vorrei solo che questa stagione, grande assente da cieli azzurri, giornate al mare e gite fuori porta se ne andasse in sordina senza la pretesa di rispuntare fuori a metà settembre, lei che ad agosto non c’è stata mai.
Io torno qui, resto qui in attesa di un autunno e altre cose più propizie. In attesa di un settembre che sia più buono con me, più morbido da adagiarcisi su e cominciare a svegliarsi, invece che scivolare in un sonno sornione e gattesco.
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