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venerdì, 04 aprile 2008
NOW PLAYING: Duffy, "Mercy" Da donne emancipate quali siamo, di certo oggi siamo in grado di guardare alle vecchie storie d’amore consapevoli che allora avremo pur avuto le nostre buone ragioni…per farci prendere per i fondelli. Ma ci sono cose su cui proprio non ci si perdona di essere passate sopra. Almeno per me è così: come un cibo indigesto certe frasi mi si ripropongono in testa, di tanto in tanto, e mi fanno prudere le mani. Tanto che è una fortuna che, per mia politica, cancelli dalla mia vita quelli che ci son passati portando sfaceli sentimentali. Mi spiace per voi, ma sento l’irrefrenabile impulso di fare outing, esponendomi al pubblico ludibrio dell’orgoglio femminile: ecco a voi le 10 cose che gli uomini non avrebbero mai dovuto dirmi. 1) Ma tu stai con me per la mia auto? (Stiamo parlando di una peugeot 206…va bene che io all’epoca viaggiavo in bicicletta, però, insomma…) 2) Insomma, tu non capisci, devo badare a mia nonna, non posso venire da te/ Insomma, tu non capisci, devo badare al mio amico che ha problemi mentali, non posso venire da te (detto, ovviamente, dalla stessa persona) 3) Non dar retta alla mia ex che dice che sto ancora con lei, è pazza, ho chiamato anche la polizia! (non ho mai appurato lo stato mentale di lei e quindi la veridicità delle sue affermazioni, ma mi fece passare bei momenti la pazza!) 4) (via sms) Beh, per me la canzone che fotografa questo momento tra noi è “Qualcosa di grande” dei Lunapop (“c’è qualcosa di grande tra di nooooi”…ricordate? Sì, proprio quella. Peccato che ci fossimo appena lasciati. Probabilmente di grande tra di nooooi c’era la sua idiozia…uhm…) Queste prime quattro sono state pronunciate tutte dalla stessa amatissima bocca. In effetti ancora oggi faccio fatica ad accettare di aver avuto le mie buone ragioni per farmi insultare in questo modo! 5) Tu sei pazza, fatti curare! (ciao Ataru!) 6) Vado in montagna per una settimana come guida per i ragazzi della parrocchia, io tengo il telefono acceso, ma non ti chiamo, se mi vuoi chiamami tu (stavamo insieme da un mese e mezzo. Io l’ho chiamato. E lui non mi ha risposto. E poi si è lamentato del fatto che non lo avessi richiamato) 7) Non posso venire da te, devo andare in chiesa (la sera stessa in cui è tornato dalla settimana in montagna di cui sopra) 8) Sei una donna molto affascinante, mi sorprendi sempre, però non sono pronto per stare con te (quando si dice coerenza) 9) Quella volta che ci siamo baciati con la mia amica era solo un regalo per il mio compleanno! E poi avevamo anche bevuto dai! (invocare l’infermità alcolica non gli è servito granchè) Ma la peggiore, quella che rivela la sconfinata ignoranza degli uomini sull’universo femminile, è stata questa: 10) Dopo tre anni che non ci vediamo porti ancora quegli stivali rossi che ti piacevano tanto? (Una donna che porta lo stesso paio di scarpe – anche se sono degli stivali rossi da schianto - per tre anni di seguito??? Noneee!) You got me begging you for mercy...
sabato, 20 ottobre 2007

NOW PLAYING: Amy Winehouse, "Back to black" Una sveglia che segna le due quando sono le otto, di quelle che vanno caricate. Non ci sono numeri né puntini quindi è inutile per leggerci l’ora. La tengo lì sulla mensola solo perché è carina. Oggi l’ho caticata giusto per sentire il tempo che passa: ha un ticchettìo così netto e assordante che normalmente mi manda fuori di testa . Una boccetta del profumo che usava la mia professoressa d’inglese al liceo. Solo che non pensavo che il liceo mi sarebbe mancato così poco, e la bottiglia è rimasta piena, con tutti i suoi ricordi dentro il suo odore, comprati otto anni fa al primo anno d’università. Una boccetta vuota d’un profumo fresco di cui non so neanche il nome, però ogni volta che la prendo tra le mani mi spalanca di fronte memorie di cui non so neanche il nome. Non si sa mai che possa servire, un archivio odoroso così. Un cd di Billy Hollyday che era uscito allegato ad un qualche quotidiano. Non lo so, non mi ha mai preso Bully Holliday. Una bustina sola di the darjeeling: ha l’aroma delle sigarette. Ma quando ti rimane una sigaretta sola, o una sola bustina di darjeeling, quel piccolo distillato di illusoria, temporanea pace, servirà a ben poco. Un’intera scatola di the alla pesca. Ora: il the alla pesca è passato di moda, dolce e consolatorio e plastificato com’è. Basta the alla pesca. Un enorme scacciapensieri attaccato all’armadio. Non scaccia nessun tipo di pensiero, però in compenso fa un gran casino ogni volta che apro o chiudo l’armadio. Per questo, per la maggior parte del tempo tengo tutte le ante spalancate. Anche quelle a cui non è appeso lo scacciapensieri. Vuoi mettere la comodità? E poi quando mi pigliano le manie d’ordine, basta che chiuda l’armadio e sembra già che abbia fatto un gran lavoro. Un calendario di quelli con i cubi e le barrette di legno con su i numeri e i mesi, da cambiargli la data ogni giorno. E’ rimasto fermo al 13 aprile. Dell’anno scorso, credo. E’ che c’è troppa polvere sui cubi di legno, appiccicata dal tempo, e mi da fastidio toccarlo. “La versione di Barney” di Morderai Richler, di costola, a testa in giù, almeno da 547, 5 giorni, (lo 0,5 è perché lo comprai di pomeriggio). Fu libro comprato in memoria del mio primo amore, che tutto quello che leggeva lui e ascoltava lui era un gingillo per non staccarsi ancora per un po’ dall’idea dell’amore a vent’anni. Poi, si vede che mi ci sono staccata, da quell’idea. “Don Chisciotte della Mancia”, di Cervantes, sul comodino anche lui, privo della copertina di carta, che i libri nudi li leggo meglio. Sto a pagina 312, o 313, non lo so. E’ un libro che ti puoi tenere sulle ginocchia, grosso come un bambino, ma ti racconta delle storie bellissimi e incredibili ogni volta che lo apri. Lo tengo lì perché ogni volta che lo guardo penso che al mondo esiste un libro così saggio e meraviglioso insieme e mi sento subito meglio. Quando mi piglia la giornata giusta faccio un bel ripulisti nazista di quelli dei miei e butterei via anche mia mamma, per amor dell’ordine. Tipo oggi. Però questi adorabili orpelli si salvano sempre. Ah, l’inspiegabile utilità delle cose inutili. (Se ne va sospirando soddisfatta, agitando in aria il cencio da spolvero lezzo).
domenica, 12 agosto 2007

Ogni uomo e' solo quello che
scoprirà inseguendo le distanze dentro sé.
Quante deviazioni
quali direzioni e quali no,
prima di restare in equilibrio per un po' .
Sogno un viaggio morbido,
dentro al mio spirito
e vado via, vado via,
mi vida cosi' sia.
Il grigio dell’acqua che cola giù da uno dei cieli più celebri del mondo si infrange sugli angoli degli edifici muti, grandi e uguali a se stessi per chilometri e strade. Così Berlino mi da il benvenuto. In questa lunga coda d’estate, che il caldo s’è strascinato e chiuso chissà dove, sento il freddo sotto i vestiti quasi leggeri: è un’aria che ci si va a mezza gamba, come a Venezia nell’acqua, così qui in giornate di nuvole come un coperchio croccante e traslucido.
Le vie sono lunghe come la storia che raccontano, divisa da parte a parte, forzosamente distinta, nelle tracce di ferro del tram che devia a est e a ovest in una sottile invisibile linea, che prima era un’idea ben solida, che ci sbatteva contro, ci si scavava sotto, o si tentava di scavalcarla, per disfarsene. Pesano, qui, queste storie. Ed hanno una loro dignità, ma sembrano riproiettate ovunque su case che sembran caserme, e monumenti e ricordi e muri e statue e rovine di chiese, come una vorticosa ansia dentro, mentre fuori, gli occhi della città sembrano aver conosciuto, accettato, ricordato, perdonato tutto, in una quiete diversa da qualunque altro paese abbia fatto i conti con il proprio passato.
Di questo luogo m'impensierisce la sotterranea tristezza, quando le luci di Potsdamerplatz non sono ancora accese e non puoi ficcare la testa nell’urlante modernità di questo posto. Ho paura di guardare dentro un certo diffuso grigiore, e specchiarmici pari pari, e non piacermi affatto. Si sa che non amo gli specchi, in special modo quelli di un’anima un po’ appiattita sui palazzoni. Forse è per questo che ho sognato che lui mi mollasse proprio qui, su due piedi, sbattuta fuori da un qualche ristorante, al freddo, con la fredda rabbia dentro, di essere sola proprio dove lui mi ha voluto. E io che mi fidavo.
Ma era solo un sogno.
E poi lo sapevo che Berlino m’avrebbe colta di sorpresa. Quando quasi deserta una strada di sera, mi vede sola per un attimo, alle spalle il caldo di un qualche locale che non ricordo, sulle strisce pedonali mi colpisce il senso della città, con luci lontane e un vento che spazza l’asfalto blu scuro. Lo stesso vento che sento dentro, che mi inchioda qui sulla strada e mi ritrova sempre su tutte le altre strade del mondo. Berlino non ha colpe, ci ho appiccicato come al solito i colori di fondo che mi porto ovunque in valigia.
Per cambiare bagaglio, servirà andarci davvero – ché io non ci sono mai stata - a vedere quelle briciole di muro, la vuota Alexanderplatz e la futuristica Potsdamerplatz.
sabato, 01 aprile 2006

NOW PLAYING: il meteo alla tv, su supporto girevole, del Plaza
E’ la parte del lavoro che si salva. Il Plaza. Non tutti sono uguali, no. O meglio: le stanze che non siano suite sono abbastanza normali. Epperò mi convinco a restare in questa camera, ora (8.47 del 1 aprile ’06) invece che gironzolare per una città che non conosco prima di iniziare l’ultima giornata di convegno. Sarà la scrivania grande di legno scuro, con una lampada dal design d’ufficio di grande avvocato, che – per l’amor del cielo – sarà di truciolato, ma fa la sua figura. Non è tanto il bassorilievo che troneggia sul letto a farmi impressione, quanto i bicchieri da scotch, che ti fanno sembrare elegante nello specchio anche se ci bevi l’acqua, e ci lasci volentieri anche l’impronta del rossetto, perché è cinematograficamente perfetto. Sono i faretti in bagno: ti vedi bene la faccia, le occhiaie da correggere e le macchie da coprire e così il trucco non fa una piega. E’ il telo di spugna fuori dal box doccia, per quando esci gocciolante dal getto divinamente violento, regolare (oh, magia! Non come quello di casa mia che va a sputazzi!) e bollente d’acqua. E’ il fatto che dopo che sono uscita per la cena qualcuno è venuto qui, ha chiuso le tende per bene, predisposto uno scendiletto e sistemato le coperte, aperte di lato da un triangolo perfetto: pronti per la nanna! Sono i tremila buongiorno che ti dicono tutti quelli che incontri, quando a casa, tuo padre di mattina ti saluta mugghiando e tua madre attacca già con una raffica di discorsi che sono comprensibili quanto il vulcaniano stretto. E’ quella serpentina gigante in bagno che ti intiepidisce gli asciugamani per il bagno, bianchigrandi che non posso resistere alla tentazione di avvolgermici tutta e andare così in giro per la stanza. Sono gli attaccapanni giusti in tutti i posti dove servono (a casa, la roba che si affastella sulle sedie), sono i fazzolettini nella scatola grande da tirare via un dietro l’altro (e questo è davvero lusso sfrenato) sul lavandino e la conchiglietta con dentro bottigliette e scatoline varie. Ah, anche lo gabellino vicino alla doccia che finalmente qualcuno ci ha pensato che i vestiti dove li appoggio? A casa sulla lavatrice!!! E anche questo specchio enorme dove finalmente, per un attimo, ti vedi la donna che avresti voluto essere e ora però non lo sai più tanto bene. Sì, lo so, piccolezze. Dovrei andare fuori, in giro, forse. E’ che sono un’anima semplice e mi entusiasmo per poco. Che ne so: magari, se un giorno divento la donna nello specchio, poi entrerò e uscirò dalle stanze di chissà quali altri Plaza, e neanche le vedrò più.
Allora, intanto, I love Plaza. Live.
venerdì, 22 luglio 2005
Now playing: All Saints, “Under the bridge”
Essere costretti ad una stasi ha i suoi vantaggi.
Devi fare gli esami del sangue. E anche questo ha i suoi vantaggi. Perché devi uscire presto.
E ti ricordi cosa vuol dire essere a casa.
Essere a casa è Toscano, che si alza sempre all’alba, anche se è in pensione: un’età indefinibile, occhiali “fondo di bottiglia”, esce alle sei ad aprire la porta del garage e non so perché. Ma vuol dire essere a casa. E’ l’unico compagno di certe mie corse all’alba, mi segna il numero dei giri intorno all’isolato contando quante volte lo vedo.
Essere a casa è la radio accesa in auto, divertirsi a guidare dopo che l’ultima amministrazione comunale s’era fissata a spargere rotonde ovunque in paese, come colorati smarties su una torta. E io allegra a girarci intorno: scalare, curva, accelerare. Mi è sempre venuto bene, sin dalle prime lezioni di scuola guida.
Essere a casa è la Asl. Che prima era la Usl. Ma ha sempre lo stesso tetto circolare in resina trasparente blu. Prendere il numeretto: 17. Non male, come auspicio, in vista del salasso che mi attende.
Indugio su un’osservazione statistica che mi fa saltare agli occhi che siamo davvero il sesso debole: c’è una schiacciante maggioranza di donne, sedute nella sala d’attesa con le seggioline disposte a ferro di cavallo. Che poi io sia l’unica ventiquattrenne e le altre ragazze superino tutti i 60 anni è un’altra storia.
Mi rifiuto di ascoltare le allegre comari conversare e sfodero le mie amate cuffiettine per il lettore mp3. Skippo “Apocalypse please”, che sarebbe come invocare lo scempio ematico tra poco.
La mente e gli occhi ad un albero di cui chiederò il nome perché non lo so e perché ora ho qualcuno a cui chiederlo. Altrimenti resterebbe solo un albero da impressionisti. Sì, di quelli con le foglie verde spento da un lato, e più scuro dall’altro. Che hanno il movimento con un solo soffio di vento, anche se oggi il cielo pare annunciare un uragano nero. Di quelli che li puoi dipingere con colpetti secchi per le dimensioni precise di un pennello, a tocchi leggeri e irregolari quadratini.
E’ il mio turno. Un cerotto sul braccio e via.
Essere a casa è tornare a casa. Con mia madre che canta a squarciagola “Ooora sei rimasta sola, piangi e non ricordi nullaaa”…vabbè…ricordo quante volte le ho lanciato un urlo in piena estate, perché alle nove lei si sgolava neanche fosse una cantante lirica e io volevo dormire. Ma ora che ci penso, lei canta più di rado. Serve anche ad accorgersi di questo, essere a casa.
Essere a casa è i bicchieri scompagnati, che per non buttare quelli da cognac di mia nonna, ci si beve l’acqua.
Essere a casa è dove impera il comfort: che per attaccare il cavo per internet alla presa, devo infilarlo dentro il mobiletto dei piatti, quelli buoni.
Essere a casa è guardare fuori e vedere la stessa siepe, che per tanto tempo il “guardo” sulla vita ha escluso, ma è anche stata spinta a saltare di là.
Di là è un’altra casa.
Qui, essere a casa, vuol dire che dalla lettura mi distrae l’insistente suono delle cicale.
Essere a casa è incontrare un’amica di prima mattina, giù al portone, e poterle augurare buona giornata di persona, invece che con qualche raro sms.
Essere a casa è la vicina, che ieri era a Parma e ci ha portato un pezzetto di formaggio.
Essere a casa è mio padre che va in letargo davanti alla tv in soggiorno. E mia mamma che per svegliarlo fa squillare col cellulare il telefono di casa.
Rumori molesti e qualche amico, genitori che vogliono parlare anche se non hai voce e che ne senti un calore che ricorda tempi infantili, apparentemente mai rimpianti. Un costante e intollerante borbottio per il tuo disordine. E primo, secondo e contorno ad ogni pasto, sempre diversi. Ti viziano.
Certo, non ne posso più. Smanio di tornare alla mia incasinatissima vita.
Però niente è così.
Niente è come essere a casa.
lunedì, 31 gennaio 2005
NOW PLAYING: Doctor Jazz’s Universal Remedy, “First man, then machine”
“Noeyalin, bisognerebbe darti fuoco al vocabolario”. Se non fosse che questa perla d’arte comunicativa mi veniva da un commercialista, io avrei dato fuoco a lui.
Alla larga chi dice che parlo difficile. Omuncoli che se dico “omuncoli” credete che io stia facendo sfoggio di chissà quale cultura. Che peraltro non ho.
Io lo confesso: che sono capace di innamorarmi tra un botta e risposta a inventare parole improbabili. E che una volta mi divertivo da matti davanti agli occhi di chi si stupiva che sapessi qual è il verso delle cicale. Va così. Che a trastullarmi col vocabolario mi si spalanca il cuore, delle mille e mille cose che ancora non so.
Per non parlare poi della meraviglia bambina che mi suscita chi, le parole, è capace di metterle una accanto all’altra in modi impensati: credo d’essere stata l’unica ad avere la faccia tosta di citare i Subsonica ad un esimio professore dell’Accademia della Crusca. Guerriglia culturale in piena regola. In quel momento credo di aver provato un vero divoramento da fuoco sacro di scrittura. Anche se non era la mia.
Qualcuno passato di certo si potrebbe prendere il merito di certo mio verbale e grafico fanatismo: lui citava Dante a memoria, pareva un sogno di versi che avevano davvero un senso, polposo suono di fascino e alto mistero. Lui, invece, ci aveva chiesto di sapere cosa significassero “guidrigildo” e “ordàlia”. Mai più dimenticato.
Poi ci sono stati i libri: quelli che, davvero, davano fuoco al vocabolario, alle frasi. Ma non per sbatterne a terra il senso. Era per infiammarle, farle bruciare, scoppiare, schiantare contro gli occhi che per anni ed estati scorrevano e scorrono assetati sulle pagine. C’è chi ha smontato i pezzi dei luoghi comuni, per rimontarli esattamente al contrario. Chi ha dato un suono di paragrafo in capitolo, chi il suono l’ha sceneggiato spiazzando lo spazio bianco della pagina. Decidendo di andare a capo ogni volta che gli girava così. Chi ha succhiato via meticolosamente la punteggiatura, come fosse mortale veleno. Costringendo chi prova a stargli dietro a una gimkana degli occhi e dell’intelletto, che poi non ne puoi più fare a meno perché quel racconto non può che essere raccontato così.
Finisce che ascolti le parole tintinnare in ogni angolo, su un cartello stradale – Màrlia – su un rosseggiare – Carmìnio – sul meteo – Néve. Sento che c’è già più aria. Sento che mi viene da ridere. Se penso a tutto il silenzio che c’è nei miei giorni di ora. Riempito di segni su carta, su schermo, su cd. Parole su occhi chiusi a pensare. Parole su fogli ingialliti, in forma di breve andata e veloce ritorno a capo dei versi, che non credevo avrei tracciato più, dopo dieci anni almeno. Parole non pronunciate, ma dette. Parole fitte sui bordi bianchi dei libri di scuola (data-ora-“non ho voglia di studiareeeeee”). Parole lente, lentissime a spiegare le maree di dentro. Parole acchiappate in aria, la notte su un pianerottolo. Parole senza parole. Parole sperse tra vecchie lettere. Ordinate e piane su un vecchio diario. Incastrate nei capoversi di un lavoro. Liberate qui. Come un respiro più fondo. Più pieno nella testa. E altrove.
domenica, 24 ottobre 2004
NOW PLAYING: Depeche Mode, "Walking in my shoes rmx"
[tra parentesi quadre una fastidiosa Voce che mi ha disturbato durante l’intera stesura del post]
Erano i giorni della fiera. Sì, via, come “i giorni del condor” o …non me ne vengono in mente altri, abbiate pazienza. Comunque. Erano i giorni della fiera. Succedeva e succede ancora a metà ottobre, col tempo che non si sapeva mai bene come sarebbe stato e giù tutti a pregare che fosse bello. La fiera era per il patrono del paese. La fiera: giostre più o meno terrificanti, decine e decine di bancarelle che vendono quintalate di calorie, traducibili in etti di “ciucciotti” – caramelle gommose, di cui le più gettonate erano quelle alla forma e gusto (ma anche no) di Coca cola, il mercato con i banchi di abbigliamento anche la domenica.
Tendo a non rimpiangere un periodo della mia vita – quello delle medie – solitamente inflazionato da “ah allora sì che ero felice”. Forse sono ancora troppo giovane per rimpiangere il brutto anatroccolo che ero [pretenderesti di insinuare che ora sei un cigno? Ma fammi il piacere!], insignificante, inesistente agli occhi dell’universo mondo (20 compagni di classe, 6 o 7 professori e i maschietti tutti), neanche troppo convinta che “voi non vedete quel che sono davvero”, innamorata del protagonista di “Don Chisciotte della Bassa” che eravamo andati a vedere con la scuola a teatro. Che sapevo della vita io, che poi ogni volta a teatro avrei trovato un attore di cui innamorarmi? Ma torniamo a noi. Insomma. Erano i giorni della fiera. L’evento sociale dell’anno nella vita dei tredicenni. Che si serravano i ranghi delle migliori amiche. Che si facevano i compiti al volo per avere ore libere da spendere attorno alla pista dell’autoscontro. Che io mica ci salivo. Non era quella la cosa importante. C’era altro a cui pensare: tipo convincere i tuoi a comprarti gonna e maglietta nuovi, perché per la fiera tutti si radiografano che puoi stare tranquillo che sei sano come un pesce, che se avessi qualche malanno, di certo - nell’ordine tua zia, gli amici dei tuoi genitori, i tuoi compagni di scuola e “quelli grandi” – stai pur tranquilla che un bel check up te l’hanno fatto. E’ un must come le scarpe a punta l’anno scorso: per la fiera devi inderogabilmente essere vestito di nuovo. Che tu abbia 13, 26 o 50 anni. Pure mio padre si mette la cravatta per il fierone (l’apice di tutto il movimento, la domenica e il lunedì del patrono) [guarda che di queste facezie da guida delle inutili feste paesane non gliene po’ fregà di meno a nessuno eh!]. Va da sé che…erano i giorni della fiera. E la cosa più importante di tutte era stare attorno a quella benedetta pista per le autoscontro. Per tutti i giorni della settimana che durava, almeno dalle 17 alle 20. La domenica messadelledieciemmezzo e poi di nuovo piantati lì, fino all’ora dei colossali e indigeribili pranzi [ma dovevi lasciare il posto per i ciucciotti, brutta sfondata, e ora guarda come mi ritrovo, con tutti ‘sti rotolini sui fianchi!], alle tre si era di nuovo sul campo di battaglia, fino alle otto. E il lunedì si replicava. Che ci sarà mai stato attorno a quella pista? Prima di tutto c’era la musica alta. Che se stavi accanto alle casse, tornando a casa tua madre la sentivi urlare lontana anni luce che eri tornata troppo tardi. La musica. Era quella che mettevano in discoteca. Che noi si poteva sentire solo per radio. Perché a 13 anni, allora, non se ne parlava proprio di metterci piede, eravamo troppo bimbette [eh sì, dev’essere passato proprio parecchio tempo]. Aspettavi che mettessero “Killing me softly” dei Fugees almeno tre o quattro volte. E lì il cuoricino ti si spappolava: scattava l’alchimia, l’associazione pavloviana. Pensavi a LUI. Sì. Proprio lui. Che nel tempo si è chiamato Simone, Paolo, Marco e via discorrendo nella lunga strada dei banali nomi. Beh, quelli erano i giorni della fiera. Gli unici 7 giorni su 365 in cui lui, tuo compagno di banco, ti vedeva SENZA la tuta lillà con sopra i disegnini delle melanzane e dei pomodori, SENZA la camiciona di flanella a quadri. Era l’ora della gonna, delle scarpe eleganti (rigorosamente senza tacco, le prime a 15 anni [mamma mia che giovinezza orribilmente travagliata!]), della maglietta troppo aderente [sì, 1% lycra…e per la legge dell’imbarazzo cosmico ti sembrava sconcia…e eri ancora piatta come una tavola]. Insomma potevi rivelarti a lui in tutto il tuo splendore. Lui, che era il fighetto della sezione ‘E’, che andava male a scuola e per dimostrarti che gli piacevi ti riempiva di pizzicotti e la sera i lividi sulle braccia eran segni d’amore profondo [ non che adesso i tuoi rapporti sentimentali siano granché più evoluti eh!]. Lui, che se ti chiedeva di passargli i compiti, stavi un pomeriggio con la testa sulla spalla della tua amica, e lei che faceva gli esercizi di francese per tutte e due. Lui, che appoggiato alla cassa che suonava “Killing me softly”, non se lo faceva ripetere due volte e ti uccideva dolcemente [mica tanto] sbaciucchandosi con quella più sveglia [di te? Ah beh, allora si sbaciucchiava con mezza classe], più …ehm…”sviluppata”, più alla moda, più bionda, più…PIU’. Ma a te ti bastava che ti dicesse ciao. Lei la baciava, te ti faceva addirittura cadere dalla sedia in piena ora di educazione tecnica, ah, quello sì che era amore. Fortuna che sono nera e che ero diventata viola - come le melanzane della tuta - non si vedeva. I giorni della fiera. Lui ti sorrideva. E tu ti risentivi in testa “Killing me softly”, vedendo i suoi occhialetti sbrilluccicanti, per tutti gli anni a venire.
Sono cinque anni che sono lontana da casa. Cinque anni senza i giorni della fiera. Ho sempre odiato quel circo di gente, battiti di cuore, sfilate di vestitini della domenica, sfiancamento sociale. In qualche modo è l’unica cosa che della mia adolescenza un po’ mi manca ora. Sto proprio invecchiando.
domenica, 17 ottobre 2004
NOW PLAYING: Tiromancino, "Felicità"
Sono venute a trovarmi di domenica. Sì, è chiaro: nel giorno in cui le signore hanno tempo di farsi visita.In un giorno festivo un po’ grigio hanno sorriso, per pura coincidenza insieme, e camminando sul tubo catodico si sono affacciate sui miei pensieri, tessendo un’insospettabile legame tra loro, che mi è apparso chiaro solo a fine giornata.
La prima è comparsa in mattinata: fuori pioveva ma faceva caldo. Io ero ancora in pigiama, col telecomando in mano – come da copione – e ho trovato che quel bianco e nero si intonasse perfettamente alla cromatura di quelle ore. Ha camminato a piccoli passi, un gesto che di per sé garantisce già un’innata eleganza. Ma la cosa più importante è che lei si chiama Arianna, come il titolo del film in cui l’ho vista mentre camminava. E Arianna, in realtà, era solo una cornice. Quella di Audrey Hepburn. Perché quando sei Audrey ogni personaggio non può che essere il riflesso di te. Essere Audrey Hepburn significa essere un mondo a parte, ne sono convinta. Questa donna emana un’aura che a descriverla è solo sacrilegio. Il suo universo sta nei suoi occhi, nei suoi passi, in quel modo di guardare Gary Cooper tra il sognante ed il malizioso, di portare le trecce e subito dopo un ermellino, di fare la monella e non voler piangere di fronte a quel miliardario dongiovanni, di quella determinazione sottile a conquistare palmo a palmo quell’amore impossibile che ogni sera riceve al Ritz di Parigi una donna diversa e fa suonare a un quartetto di tzigani sempre la stessa canzone “Fascino”. E di quel fascino lei lascia nell’aria la scia, uscendo dalla tv prima dell’ora di pranzo, nel migliore dei “the end”: lui che parte, fumo dentro la stazione dei treni, e poi al volo capisce e al volo la tira su, sul treno, e sa la porta via in bianco e nero.
L’altra è arrivata in prima serata, come si confà ad una star. Si presenta dondolando su un trapezio, sopra un mare di uomini in estasi. E canta “diamond are a girl’s best friend”, scintillante nel suo tempio, il Moulin Rouge. E’ Satine. Algida, scarlatta, d’un pallore che scandaglia la vita. Una donna che ti lascia a bocca aperta. Lontana, carica d’un fuoco che porta sulla scena. E la scena è la vita per lei. Si fascia di trasparenze e nudità, innamora e respinge un ambaradan di uomini attorno a sé. Sprigiona sole e solitudine dietro le quinte e questo suo rosseggiare di luce nei fotogrammi del film sembra non poter essere intaccato. Salvo poi soccombere alla più infima delle ferite. Satine, nome inafferrabile quanto lei che lo porta, si fa strappare il senso completo della sua immagine da un amore dalla tragicità degna di Shakespeare. Del resto, gli ideali bohemiénne tanto cari ai personaggi che vivono il Moulin Rouge sono Amore, Verità e Bellezza. E Satin, la regina del Moulin Rouge, non poteva essere certo solo Bellezza e Verità. Se ne va, quindi, con quella forza con cui ha vissuto per un’ora e mezza di luhrmanniana follia.
Questa visita è sempre intensa: ogni volta che osservo Satine e tutto il mondo che le gira attorno, alla fine ho come la sensazione di aver riempito i miei sensi di suoni, colori, storie, tanto da farmi scoppiare la testa. Così è domenica sera tardi, sono di nuovo in pigiama e il pollice assume l’andamento dello svogliato ultimo zapping, direttamente da sotto le coperte.
Lei sì che è una visita inattesa. Carrie Bradshow viene sempre verso lo schermo con passo piuttosto deciso, flessuoso però, non rigido. Saranno le scarpe di quel Manoloequalchecosa di cui va pazza. Ecco. Lei si fa inquadrare nella pubblicità della sua rubrica “Sex and the city”, che furoreggia dagli autobus e che informa New York tutta che “Carrie Bradshow knows good sex”. Amen. Dopo la mora e la rossa, la bionda non poteva certo mancare. Eccola qua: platinata, terribilmente trendy – anzi fasssshhhhhion – col trucco inderogabilmente perfetto anche quando versa una lacrima. Che fumi nervosa tenendo in mano una borsetta di Chanel o che stia a gambe incrociate sul letto in maglietta e pantaloncini lei è sempre pressochè impeccabile. La disinvoltura con cui porta abiti, scarpe e altri inferni di ogni foggia e fantasia – immaginabili e non – le regala la palma di una newyorchese strafavolosa strafiga (e diciamocelo). Per quest’ottima ragione Carrie strappa l’aria di porcellana che la circonda e comincia a scoprire i nervi. Lo fa solitamente in un modo che non ammette repliche: picchietta lentissima le dita sulla tastiera del suo portatile e ogni volta schiaffa sullo schermo una domanda o una verità di portata epica sulle donne, il loro mondo, le loro strade e storie. Spunta lì come una gemma, l’imperfezione tutta femminile di piegare un po’ la testa di lato, e guardare il nero di quelle parole, come se una volta scritte potessero dire altro, parlarsi da sole. E vivere anche la vita così. In fin dei conti, Carrie trae senso da quel dichiarare al mondo che she knows good sex, ma ha altrettanto senso per le mille volte in cui ha già lasciato andar via l’uomo che amava, ha chiacchierato al bar con le sue migliori amiche e ha dato di matto perché il pc non funzionava. Sull’ultima verità rivelata da questa donna calano titoli di coda.
Io potrei dire che in ogni donna c’è un po’ di queste tre che ho ascoltato raccontarsi attraverso lo schermo. Ma non amo le concessioni ad un femminismo da bar. Poi la verità è che solo dentro lo schermo queste donne possono essere così. Mi piacciono per questo. I loro passi, le loro lacrime, le loro certezze mi ricordano che “beh, le ragazze di oggi non lo dimostrano più alzando il mignolo quando tengono in mano la tazzina del caffè, ma hanno ancora grazia”. Già. Non bellezza, successo, sorrisi. Grazia. La più difficile da raggiungere, quella che te la devi sentire addosso come un guanto, e solo quando tu la senti così ce l’hai. La devi cercare, a lungo, e nessuno può insegnarti dove trovarla perché ogni donna la coglie in un gesto diverso. Grazia è in una carezza di mia madre, nello scostarsi i capelli dal viso di un’amica e nel modo di tagliare i cibi di un’altra, nel modo di tenere in mano dei fogli di una collega, nel modo di aggiustarsi la gonna di una sconosciuta in metrò.
Audrey, Satine e Carrie hanno un intero schermo che cattura l’attenzione sulla loro grazia. Quella delle donne di tutti i giorni è mille fotogrammi apparentemente sconnessi, in realtà un’opera lenta e costante per lasciare quell’onda eterna di fascino che muove il mondo. Sarà questa la differenza…
The end
venerdì, 27 agosto 2004
NOW PLAYING: Norah Jones, "What am I to you"
"Si, direi che questo abbinamento cromatico tra la foto e il titolo mi piace". Telefonata molto gentile di un cortese lettore alle ore 16:44 del pomeriggio. Un modo carino per dire: "Piantala di fare esperimenti schizzofrenici con font e colori sul blog perchè noi dall'altra parte li stiamo vedendo tutti e stiamo andando fuori di testa". Ok, considerando la fatica colossale che faccio a mettere le mani sul template, e considerando quanto tempo ci ho messo oggi per fare le modifiche minimali che solo un malato di enigmistica vedrebbe, prometto che ora non metto mano alla grafica per un bel pò. C'erano alcuni aggiustamenti che però dovevo assolutamente fare. Il più evidente è la foto: dopo ore di lotte impari sono riuscita ad infilarci questa. E' una bella immagine, ma soprattuto ha un senso, perchè riporta alla mente il momento di pace quasi cosmica trascorso una sera proprio su questa terrazza. Erano le sette di sera, c'erano pochi turisti e ho potuto godermi Barcellona che soffiava di brezza lieve e questa magica visione di bizzarri comignoli che sbuffano a metà tra un paesaggio lunare e l'Arabia. Appollaiata in un angolo a scoprire che non stavo pensando a niente, dopo secoli d'ingorgo psichico costante. Pura quiete. La foto non era la sola cosa da sistemare: mi pareva ci fosse il bisogno di mettere i puntini sulle "i" di quel "Sic!" del titolo. Stranamente mi son trovata senza parole per farlo in modo abbastanza chiaro. Il vocabolario era a portata di mano: così la spiegazione del mio "Sic!" ora ha una certa autorevolezza, volontariamente disturbata dal rumore di fondo di due Maiuscole che, quelle sì, mettono i puntini sulle "i". Errore e Stranezza possono giusto affrontarsi con tutta l'umanità e il fatalismo che stanno dentro quel "Sic!". Qualche ritocchino nelle sezioni che riguardano musica e quant'altro e che cresceranno a vista d'occhio molto presto, visto che spesso queste belle "liste della spesa" parlano di me molto meglio dei miei post. Beh, fatte le dovute precisazioni saluto e me ne vado.
See ya soon!
domenica, 15 agosto 2004
NOW PLAYING: The Servant, "The orchestra"
Ehm… noto con piacere che qui nessuno ha sentito la mia mancanza…vabbè, non mi offendo, anche perché, alla fine, ho chiuso per ferie senza neanche avvertire…troppi casini, troppi spostamenti, valigie, Roma-Pisa, Pisa-Roma, Roma-Barcellona, Barcellona-Calella, Calella-Girona, Girona- Roma, Roma-Pisa in soli 10 giorni. Roba da perdere la testa. E la valigia. Vabbè, ora sono di nuovo qui, per la gioia di tutti quelli a cui non sono mancata neanche un po’. Di nuovo qui, sul lettone dei miei, nella desolazione della tv accesa per far luce sulla tastiera del pc, porca miseria Elisa di Rivombrosa no, rivoglio indietro le ordate di barbari olandesi avvinazzati che scorrazzavano per la Costa Brava. Ebbene si, pure la sottoscritta ha pagato il sacro tributo delle ferie e ora da anche il resto, vestita fino agli occhi a causa di un raffreddore e tosse da fumatrice degni di essere ricordati. Si ringrazia caldamente l’aria condizionata che gli spagnoli tengono a palla ovunque. Non si esclude, inoltre, l’insorgere – a breve – di malattie infettive, tipo colera e tifo, considerato l’ampio concetto di igiene che i suddetti spagnoli applicano nella pulizia di certi loro alberghi. Fatte le dovute lamentele, posso solo dire che ne valeva altamente la pena. E’ chiaro ormai che il viaggio diventa qualcosa di veramente importante e spettacolare quando lo si comincia a ricordare, quando si inizia a rigirarsi in bocca e in testa i microframmenti di bollitura sulla spiaggia, di volti vicinissimi, di parole, di luci e luoghi. Si, si, si, ma questa è un’altra storia…ve la racconto con calma, ci tengo. Dico solo che questa vacanza, oltre allo standard di due ore dormite per notte (quando va bene), di magliette luccicose, piedi gonfi a forza nelle scarpe a punta, e sangria ha portato a qualche passo avanti nella crescita sentimentale – per lo più tradizionalmente penosa - della sottoscritta. Oooooollllèèèèèèèèè! Hasta luego...!
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